
Gli animali traggono molti vantaggi dal vivere in gruppo. Innanzitutto, rende molto più facile trovare un partner; permette di cacciare in branco con successo; offre la sicurezza del numero e la protezione dai predatori. Ma rispetto alle greggi di gnu o ai banchi di pesci, nelle società umane c’è molta più complessità. Abbiamo un’incredibile propensione a collaborare. La chiave del successo umano non è stata solo la nostra capacità nell’uso di strumenti, resa possibile dall’abilità delle nostre mani, ma anche la nostra volontà di offrirci un aiuto a vicenda, anche se non siamo imparentati o è improbabile che ci incontreremo di nuovo.
Come dice Nichola Raihani nel suo ottimo libro The Social Instinct (L’istinto sociale): «La cooperazione è il superpotere della nostra specie, la ragione per cui gli esseri umani sono riusciti non solo a sopravvivere ma anche a prosperare in quasi tutti gli habitat della Terra». Ci insegniamo le capacità a vicenda e ci scambiamo informazioni che non saremmo riusciti a reperire da soli nel corso di una vita intera. Questo processo di apprendimento culturale ha permesso la diffusione di nuove capacità non solo a livello di popolazioni ma anche cumulativamente di generazione in generazione. […]
È semplicistico pensare al comportamento aggressivo in termini di una singola scala graduale che va da docile a violento. Esistono due forme di aggressività umana, ben diverse l’una dall’altra. L’aggressività reattiva è una risposta impulsiva, uno scatto improvviso rispetto a una minaccia immediata. D’altra parte, l’aggressività proattiva è meno guidata dall’impulso o dall’emozione: è un’azione calcolata e premeditata verso un obiettivo specifico. Nel corso del nostro sviluppo come specie, l’espressione di queste due forme di aggressività si è spostata in direzioni diverse: ci siamo evoluti per essere molto moderati nella prima, ma altamente capaci nella seconda.
Se consideriamo l’aggressività come un fenomeno dualistico, possiamo vedere che non c’è contraddizione nel dire che gli esseri umani possono essere al tempo stesso brutali e benevoli. I nostri parenti viventi più stretti, gli scimpanzé e i bonobo, vivono in gruppi misti di maschi e femmine. Tali gruppi sono fluidi per dimensioni e composizione, dividendosi in raggruppamenti più piccoli per andare in cerca di cibo in diverse aree durante la giornata, prima di riunirsi per dormire la notte. Su scale temporali più lunghe, gli individui si spostano tra gruppi diversi sparpagliati in tutto il paesaggio; gli scimpanzé maschi imparentati tra loro, per esempio, restano insieme ma si accoppiano con femmine di comunità vicine, una volta che sono abbastanza maturi da riprodursi. Tali separazioni e riunioni periodiche dei gruppi sono conosciute come organizzazione sociale di fusione-fissione.
In questi gruppi mi sti di scimpanzé, gli scoppi di aggressività e violenza sono comuni. I maschi molestano le femmine, e ci sono un antagonismo frequente e una brutale competizione tra maschi per l’accesso riproduttivo alle femmine. La lotta tra maschi stabilisce una gerarchia e il maschio alfa deve usare la violenza, o minacciarla, per mantenere la propria posizione al vertice. Gli scimpanzé maschi formano anche bande per pattugliare i confini del territorio o invadere quello dei gruppi vicini. Aggrediscono, e a volte uccidono, i maschi di altri gruppi per espandere la propria sfera e acquisire accesso a un maggior numero di risorse o femmine.
I bonobo in genere sono meno violenti degli scimpanzé, ma anche loro mostrano aggressività sia verso altri membri del loro gruppo sia verso gli esterni. Anche se l’aggressività è per gli scimpanzé un modo di vivere, l’evoluzione umana ha preso una direzione molto diversa. I tassi di aggressività fisica tra gli altri primati – anche tra i più pacifici bonobo – sono oltre cento volte più alti che fra gli esseri umani. In effetti, gli atti di collera reattiva sono notevolmente rari all’interno delle odierne società tradizionali di cacciatori-raccoglitori. Questi gruppi sono anche particolarmente egalitari, senza nessun maschio alfa dispotico o una forte gerarchia di dominanza.
Lo sviluppo chiave dell’evoluzione umana sembra essere stato l’emergere di coalizioni di maschi per tenere a freno o eliminare ogni aspirante tiranno. Nella nostra struttura sociale sono due i fattori determinanti di questa transizione: il linguaggio e le armi. La capacità di comunicare in modo efficace ha permesso agli individui di cospirare e pianificare una mossa coordinata contro un capo tirannico, rassicurandosi anche a vicenda delle intenzioni e degli impegni condivisi. In poche parole, il linguaggio dà la possibilità di progettare la rimozione di un despota. Inoltre, durante un attacco del genere, l’uso di armi da lancio, come una pietra o una lancia, ha consentito la mossa decisiva senza che nessun singolo individuo dovesse correre un rischio fisico serio.
Tali coalizioni tendono ad aggredire solo quando sono costituite da numeri schiaccianti e sono sicure della vittoria. Nel corso di tutta la storia umana, la stessa matematica calcolata della forza relativa è stata in primo piano nella mente di ogni generale. La prima di tali uccisioni pianificate di un despota dev’es sere accaduta centinaia di migliaia di anni prima dell’assassinio del dittatore romano Giulio Cesare nel 44 a.C. L’efficacia con cui gli individui possono unire le forze per sfidare e detronizzare con una certa sicurezza i despoti aggressivi ha pareggiato le forze in campo.
L’influenza di un individuo all’interno di una società si è slegata dalla sua personale potenza fisica, finendo invece per dipendere dalla forza della sua rete sociale e dalla reputazione acquisita in base alla sua generosità o al suo sostegno. Il potere è passato da un maschio alfa dominante che aveva acquisito e poi mantenuto la propria posizione autoritaria con la forza bruta e la minaccia di violenza contro qualunque sfidante, al gruppo più ampio, in una distribuzione più equa. È sorto un nuovo tipo di sistema politico, trasformando il tessuto delle prime comunità umane: la rigida gerarchia ha ceduto il posto a una struttura più egalitaria.
Questa riduzione dell’aggressività reattiva e questo aumento della placidità umana hanno gettato le basi per lo sviluppo della cooperazione complessa e dell’apprendimento culturale. Tale capacità di formare alleanze coordinate per tenere a bada i despoti violenti con aggressioni pianificate e preventive ha creato una pressione evolutiva per ridurre le reazioni impulsive e violente. A differenza di uno scimpanzé nel pieno della sua forza, agli esseri umani non conveniva più scagliarsi contro i rivali nel tentativo di arrivare in cima. Anzi, avere una reputazione da violenti rischiava solo di provocare la ribellione di una coalizione di avversari. La punizione collettiva dell’aggressività reattiva ha portato alla sua soppressione evolutiva. Abbiamo domesticato noi stessi.
