
Non serve all’Italia creare recinti identitari artificiali, come il cosiddetto gentilinismo di destra, per opporsi al cosiddetto gramscismo di sinistra. È una contrapposizione sterile, costruita su caricature concettuali e fondata su un’errata rilettura di pensieri profondi e complessi, ridotti a slogan ideologici. L’idea di un’egemonia culturale come trincea, come guerra, è un tradimento tanto del pensiero gramsciano quanto di quello gentiliano. Chi, in questi giorni, nell’anniversario dei centocinquanta anni dalla nascita di Giovanni Gentile, si affanna a inventarsi un Gentile conservatore e nazionalista da opporre al Gramsci rivoluzionario e culturalmente dominante, dimostra di non aver capito né l’uno né l’altro.
Giovanni Gentile, nell’ultimo scorcio della sua vita, teorizzava – e con forza – le «ragioni della concordia» al di sopra della retorica della vittoria fascista. Un pensiero, il suo, teso al superamento del conflitto, non all’alimentazione di nuove forme di egemonia. Eppure, è proprio la riduzione dell’intellettuale a mascotte di una fazione – sia essa di sinistra o di destra – che ha alimentato, nel tardo Novecento italiano, il veleno ideologico che si è fatto fucile, rastrellamento, esecuzione. La morte di Gentile per mano dei Gruppi di azione patriottica (Gap) comunisti non fu un atto di giustizia storica, ma un sacrificio che racconta l’incapacità di distinguere tra uomo e simbolo, tra pensiero e propaganda.
Oggi, quando qualche pseudo-pensatore invoca un ritorno a Gentile in chiave anti-Gramsci, rimescolando le carte per attribuire torti e ragioni come in un gioco da tavolo, occorre ricordare che la cultura non è campo di battaglia, ma terreno di dialogo. Gentile e Gramsci – con le loro profonde divergenze – cercavano entrambi una riforma dell’uomo, dell’educazione, della società. Nessuno dei due parlava per bande, né per post virali. La tragica lezione di quegli anni è che il pensiero, quando diventa fanatismo, perde ogni valore emancipativo e si fa strumento di violenza.
Oggi, alcuni agitano concetti come «egemonia culturale» con l’intento di demonizzare il sapere critico, l’arte, il pensiero libero, nel nome di una presunta contro-egemonia identitaria. Ma ciò che ne esce è solo una caricatura, tanto vacua quanto pericolosa.
Chi oggi semina vento attraverso slogan incendiari – contro i professori, i giornalisti, gli intellettuali – dimentica che l’odio produce tempeste. E che la storia, talvolta, non offre seconde possibilità a chi si illude di poterla manipolare. Non è un caso se questi moderni apprendisti stregoni, gonfi di ego e poveri di pensiero, finiscono spesso isolati, sconfitti dalla stessa cultura che disprezzano.
È tempo di smetterla con le tifoserie ideologiche e riscoprire la profondità di pensieri complessi, senza piegarli alla logica di parte. Gramsci e Gentile, per restare a queste due figure simboliche, non devono essere branditi come clava, ma studiati come strumenti – critici e opposti – per comprendere l’Italia. Solo così, forse, potremo liberarci dai recinti e tornare a camminare.