BundeswehrLa Germania si prepara alla guerra, ma non ha abbastanza soldati per combatterla

Berlino punta a diventare la colonna vertebrale della difesa europea. Ma servono risorse, personale e un cambiamento culturale che la società tedesca non ha metabolizzato davvero

LaPresse

Per ottant’anni, la memoria del passato ha guidato ogni scelta della Germania: prudenza militare, moderazione strategica, un esercito ridotto all’essenziale, privo di ambizione offensiva e modellato sulla rinuncia alla potenza. La Bundeswehr non doveva vincere guerre, doveva testimoniare una rottura con il nazismo. E la società tedesca ha fatto di questo distacco una virtù nazionale. Ma il tempo della sola memoria è finito. Oggi, mentre la guerra è tornata in Europa e l’ombrello americano si assottiglia, Berlino deve decidere cosa vuole diventare: spettatore protetto o attore armato. I tedeschi non hanno mai smesso di fare i conti con la loro storia, ma ora devono fare i conti con il loro futuro.

La risposta ha già preso una forma concreta, in puro stile tedesco. Il 22 maggio, la Germania ha inaugurato in Lituania la Brigata Corazzata 45, il primo dispiegamento permanente di forze da combattimento tedesche all’estero dalla fine della seconda guerra mondiale. È molto più di un gesto simbolico.

Come spiega l’Economist in un lungo approfondimento, il governo del cancelliere Friedrich Merz ha assunto l’obiettivo esplicito di trasformare la Bundeswehr nella «più forte armata convenzionale d’Europa», con una spesa militare che potrebbe raggiungere i duecentoquindici miliardi di euro l’anno, pari al cinque per cento del Pil, se si includono le infrastrutture. Un salto di scala, ma soprattutto di identità. Per la prima volta dalla riunificazione, la Germania si sta preparando a diventare una potenza armata nel cuore dell’Europa. E i tedeschi, cauti, tormentati, stanno cominciando a rendersene conto.

A Vilnius, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha promesso: «Stiamo con i nostri amici. Sempre». Ma, dietro la cerimonia pubblica, le criticità sono profonde. Per realizzare la brigata, Berlino ha dovuto smantellare unità esistenti in patria, ridistribuendo carri Leopard 2 e veicoli Puma da reparti in Baviera e Renania.

Il risultato è un indebolimento strutturale del dispositivo nazionale, già provato da anni di sottofinanziamento e da cessioni di armamenti all’Ucraina non ancora rimpiazzati. Secondo i piani, entro il 2027, i soldati in Lituania saranno quasi cinquemila. Ma questo significa personale da addestrare, logistica da costruire, equipaggiamenti da acquistare. Il ritardo accumulato è tale che, secondo fonti interne alla Bundeswehr, gli ordini necessari avrebbero dovuto essere emessi «ieri».

Due sono le aree più critiche: difesa aerea di prossimità e sistemi aerei senza pilota. La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto sia vitale la capacità di operare in spazi bellici saturi di droni e ricognizione digitale. La Germania, oggi, non dispone né di abbastanza droni, né di adeguati sistemi per contrastarli. Per questo, la brigata di Lituania è destinata a ricevere priorità assoluta nelle prossime forniture, ma i tempi rischiano comunque di slittare oltre il 2027. Intanto, come nota lo European Council on Foreign Relations, il dispiegamento tedesco potrebbe diventare il modello per future missioni permanenti di altri Paesi europei lungo il fronte orientale della Nato.

L’intento è chiaro: Berlino vuole essere centrale nella deterrenza del blocco occidentale, specialmente se gli Stati Uniti, come ipotizzato in ambienti Nato, ridurranno la loro presenza militare in Europa per concentrarsi sull’Asia. Per farlo, però, servono soldati. E la Bundeswehr, oggi, non ne ha abbastanza.

A fine 2024, il numero effettivo era di circa centottantunomila unità. Secondo Pistorius, per raggiungere gli standard richiesti dagli impegni Nato aggiornati, ne servono almeno altri sessantamila. Ma la sola leva volontaria non basta. È per questo che il governo ha avviato un sistema di selezione semimandatoria: tutti i diciottenni riceveranno un questionario obbligatorio, e una parte sarà invitata a un servizio iniziale di sei mesi, prorogabile.

Il ritorno a una qualche forma di leva, sospesa nel 2011, è già nel dibattito politico e mediatico. I sondaggi mostrano un’opinione pubblica favorevole, ma con forti resistenze tra i giovani. E restano gli ostacoli logistici: caserme fatiscenti, carenza di istruttori, personale amministrativo inadeguato. Intanto, si punta a ricostruire la forza pezzo dopo pezzo, senza clamore, ma con determinazione. Il generale Alfons Mais ha riassunto così la situazione: «Il tempo è essenziale. Se dobbiamo scegliere tra l’attesa e la concretezza, è meglio l’ottanta per cento oggi che il cento per cento tra cinque anni».

La lentezza tedesca non è solo burocratica. È anche culturale. Il riarmo incontra ancora resistenze universitarie, dove decine di atenei rifiutano finanziamenti per progetti con finalità militari. E lo stesso Pistorius, oggi il politico più popolare del Paese, viene accusato di approccio «superficiale» alle riforme profonde. Una nuova legge, la Planungs- und Beschaffungsbeschleunigungsgesetz, punta ad abbreviare i tempi di approvazione e acquisizione, ma, secondo molti esperti, è solo un primo passo.

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