Dopo la clamorosa Operazione Ragnatela dell’Ucraina, che il 1° giugno ha danneggiato oltre quaranta bombardieri strategici russi, il presidente Donald Trump ha avuto una telefonata di settantacinque minuti con Vladimir Putin. Putin ha avvertito che «avrebbe dovuto rispondere», ha riferito Trump. Pochi giorni dopo, mentre missili russi piovevano su appartamenti e caffè ucraini, Trump ha offerto la sua analisi: la guerra era come «due bambini che si picchiano furiosamente» in un parco e «a volte è meglio lasciarli fare per un po’». Il Cremlino ne è stato entusiasta. I media occidentali hanno subito titolato parlando di «ritorsione». Ma adottare acriticamente il vocabolario dell’aggressore equivale a giustificarne i crimini. Nella migliore delle ipotesi è pigrizia, nella peggiore è complicità mascherata.
Come i media occidentali adottano la narrazione di Putin
Questo ultimo episodio rappresenta perfettamente un modello pericoloso che ha caratterizzato la copertura occidentale della guerra della Russia contro l’Ucraina. Non riuscire a riconoscere la guerra criminale della Russia per ciò che è – che sia per ignoranza, indifferenza o per un’illusoria speranza di normalizzazione – invia a Mosca un messaggio inequivocabile: non solo debolezza americana, ma ambiguità morale, se non addirittura una tacita autorizzazione.
L’Operazione Ragnatela dell’Ucraina è stata un evento straordinario, mentre i droni suicidi, le bombe aeree guidate e i missili balistici russi colpiscono le città ucraine con tale regolarità da non fare più notizia – solo vittime.
Nei lanci «di ritorsione» seguiti alla Ragnatela, missili russi hanno ucciso Mykola e Ivanna, una giovane coppia di Lutsk che stava per sposarsi – i loro corpi sono stati trovati nel seminterrato dopo il crollo del palazzo di otto piani in cui vivevano. A Kharkiv, un neonato di un mese e mezzo e una ragazza di quattordici anni sono tra i ventuno feriti in quello che le autorità hanno definito l’attacco più esteso alla città dall’inizio dell’invasione su larga scala. Un bambino di sette anni è rimasto ferito quando missili balistici sono esplosi vicino alla sua scuola. Non sono numeri. Sono persone. Bambini. Volti che non invecchieranno mai.
Perché la Russia non può essere vittima della sua stessa guerra
Uno stupratore non è la vittima dello stupro. È il colpevole. La Russia non è – e per definizione non può essere – la vittima della sua guerra d’aggressione non provocata. È l’aggressore. Basta un minimo di logica per cogliere la distinzione: l’Ucraina può rispondere. La Russia no. Il diritto di ritorsione appartiene a chi subisce l’attacco, non a chi lo avvia.
Tra i tanti scivoloni editoriali, il primato del titolo più crudele va al Washington Post, che ha recentemente definito gli attacchi difensivi «la guerra sporca dell’Ucraina». Come se colpire obiettivi militari all’interno di uno Stato aggressore fosse moralmente equiparabile alla strage quotidiana di civili da parte della Russia.
L’articolo, in realtà, era ben scritto e sfaccettato – faceva riferimento alla vera guerra sporca condotta dalla Russia contro l’Occidente: dagli avvelenamenti al polonio nel Regno Unito all’impiego di mercenari per destabilizzare l’Africa – proprio per questo il titolo risulta ancora più sconcertante. Un regalo gratuito ai propagandisti del Cremlino.
Questa è una guerra di conquista, non un «conflitto»
Diciamolo una volta per tutte: in Ucraina non c’è alcun «conflitto». Questa è una guerra di conquista – deliberata, continua e criminale secondo le stesse regole stabilite dopo la Seconda guerra mondiale. La guerra di Mosca non è un tragico malinteso né una partita a scacchi geopolitica tra grandi potenze, con l’Ucraina come pedina. La Russia uccide ucraini dal 2014 per il solo fatto di essere ucraini – in modo prevedibile, metodico, spietato, l’Ucraina combatte perché l’alternativa non è la pace, ma l’annientamento.
Come la guerra dell’informazione russa ha successo in Occidente
Mosca non separa la guerra cinetica dalle cosiddette «misure attive» – disinformazione, corruzione, infiltrazione, sabotaggio, operazioni coperte: fanno tutte parte della Dottrina Gerasimov. Ma il vero scandalo non è che Mosca usi questi strumenti – è che l’Occidente ci caschi ogni volta.
Peggio ancora: li amplifichiamo. I nostri commentatori danno spazio alle bugie. Le nostre testate più rispettate ripetono i frame nemici, consapevolmente o meno. E intanto, una banda di criminali di guerra al Cremlino sorride, osservando mentre diamo dignità alle loro menzogne con titoli acchiappaclick, avvelenando il nostro stesso dibattito pubblico. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha subito fatto sua l’analogia di Trump sul parco giochi, definendo la guerra «esistenziale» per la Russia.
In realtà, è esistenziale solo per l’Ucraina. Per la Russia è una guerra facoltativa – una guerra di scelta che potrebbe finire domani, se Mosca lo volesse. Ogni giorno che sceglie il contrario, i crimini di guerra russi si accumulano. Ma quando la Casa Bianca suggerisce che entrambe le parti siano colpevoli allo stesso modo, rafforza la menzogna centrale del Cremlino. La fine della guerra non dipende dall’Ucraina. La pace arriverà quando l’impero revanscista e zombie smetterà di tentare di ricolonizzare i suoi vicini.
I segnali ambigui degli Stati Uniti rafforzano Putin
Mentre l’Ucraina implora aiuto, gli Stati Uniti avrebbero dirottato ventimila missili anti-drone – fondamentali per difendere i civili – verso altri teatri. Ciò che Washington chiama «equilibrio», Mosca lo interpreta come acquiescenza tacita.
Secondo il diritto internazionale, l’Ucraina ha il diritto legale all’autodifesa contro la guerra d’aggressione illegale della Russia – un diritto esplicitamente sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Gli attacchi russi – con droni Shahed forniti dall’Iran, proiettili d’artiglieria nordcoreani o altri mezzi – non sono risposte. Sono la prosecuzione metodica di una guerra che la Russia ha scelto. Chiamarli «ritorsione» equivale a legittimare morte e distruzione volute da Mosca.
Cosa c’è in gioco: la vittoria di Putin significa tirannia globale
L’ex ministro degli Esteri russo (dal 1990 al 1996), Andrei V. Kozyrev, ha scritto in un tweet: se la Russia non verrà sconfitta in Ucraina, lo Stato-mafia affamato di dollari di Putin si consoliderà in una tirannide militarista vittoriosa, alimentata da un’ideologia ferocemente anti-occidentale. Le minacce nucleari vuote di oggi diventeranno realtà.
Da quando Mosca ha invaso per la prima volta un vicino sovrano – la Georgia, nel 2008 – il cosiddetto mondo libero ha eccelso nell’autodeterrenza, è passato all’autosabotaggio e oggi flirta con l’autoestinzione. Possiamo fare di meglio. Ma se non lo faremo, non avremo nessuno da incolpare se non noi stessi.