
Potranno mai avere qualcosa in comune una tapina che ha scritto un interminabile rantolo su Substack per dire che lei, nonostante abbia frequentato la Holden, non è diventata Stefania Auci, e Alexandr Wang, che non avevo mai sentito nominare fino a domenica?
Domenica – che per puro caso è anche il giorno in cui ho letto il lamento della tapina – è il giorno in cui il Financial Times ha pubblicato un articolo sui quattordici miliardi e trecento milioni di dollari che Mark Zuckerberg ha pagato per avere il quarantanove per cento della startup Scale, ovvero l’intelligenza artificiale inventata da Wang, e non quella che gli hanno progettato i suoi (che evidentemente serve solo a infastidirmi su WhatsApp).
Fin qui, è esattamente la trama di “Mountainhead” (che pregherei Sky di sbrigarsi a mostrare al pubblico italiano): broligarchi della tecnologia che scalano gli uni le aziende degli altri, che un po’ sono amici e un po’ provano a uccidersi.
In che punto la figura d’un ventottenne di genitori cinesi che ha appena incassato quattordici miliardi s’interseca con le lamentele d’una ventiequalcosenne che ha fatto la Holden e proprio non capisce come sia possibile che dopo ventimila euro di retta non le spetti una carriera nel mondo delle lettere? In quell’universo che è la Holden, che è Harvard, che è il circolo del golf, che è la palestra del pilates: i posti dove nascono relazioni amicali che diventano relazioni d’affari (se pensate che il percorso sia al contrario, dovete mangiarne di anni accademici).
Col tono di chi svela cos’è successo a Ustica, la tapina su Substack scrive che alla Holden «non si paga per studiare, si paga per “entrare”» (evidentemente non per imparare a convogliare l’enfasi senza bisogno di virgolettare parole). Leggo e penso: beh, come ovunque.
A Zuckerberg mica è servita la laurea: se n’è potuto andare da Harvard senz’aver finito gli studi, dopo aver lì dentro trovato tutti i finanziatori, i soci, gli amici, i nemici, le idee di futuro che gli servivano. Mica gli serviva la pergamena da incorniciare come ai commercialisti di provincia.
Il genitore americano medio e mediamente ambizioso non dà centomila dollari l’anno a Harvard perché i professori sono migliori di quelli del Dams: glieli dà perché, se suo figlio fa lezione di fianco a Malia Obama, è più probabile che da grande abbia nel telefono numeri di telefono utili per la sua carriera.
A scrivere si impara? Direi: come a far tutto. Ma a lavorare si impara lavorando, non è che esci da una qualsivoglia scuola e sei scrittore, non è che ti laurei e sei medico. Lo sei tecnicamente, ma devi sbagliarne di suture e di giri di frase prima di essere uno che sa fare un mestiere. Nel caso della scrittura, poi, la questione è più insidiosa. Nel 1989 Nora Ephron faceva dire a Carrie Fisher che tutti pensano di avere buon gusto e senso dell’umorismo. Nel 2025 tutti pensano di saper scrivere. Figuriamoci la tapina, che pensa che a mancare non sia il suo talento ma la cura delle sue turbe personali da parte della struttura scolastica.
(L’altro giorno ho sentito il podcast di uno la cui domanda fissa è «come sei messo a coccole?». Ho pensato che meno male che non vado mai a farmi intervistare da nessuno, perché il giorno che uno mi chiede come sono messa a coccole forse bestemmio in onda, forse gli do una testata sul naso, forse chiamo la croce verde. Però là fuori evidentemente è pieno di gente che, se non le chiedi com’è messa a coccole, scrive cinquecento righe sul tuo essere un docente o un intervistatore o uno psicoterapeuta inadeguato).
Non è per Scale e per l’intelligenza artificiale, dice il Financial Times, che Zuckerberg ha pagato quattordici miliardi. «Prodigio della matematica e figlio di due fisici cinesi, Wang, che ha cofondato Scale a 19 anni, non è né un famoso ricercatore di intelligenza artificiale né un ingegnere di prima grandezza […] ha rapporti stretti in tutta la Silicon Valley […] Zuckerberg spera che le qualità da star di Wang attrarranno i migliori talenti da tutte le società rivali […] Il vero dono di Wang, secondo molte persone che hanno lavorato con lui, è l’abilità di coltivare alleati potenti sia nella Silicon Valley che altrove. La sua agenda sociale prevede tra le altre cose incontri con leader mondiali come Keir Starmer, Emmanuel Macron e Narendra Modi, oltre a visite al Met Gala e alle gare di Formula 1. Tra i suoi confidenti ci sono il capo di OpenAI Sam Altman, con cui una volta divideva casa, l’ex capa dell’ufficio tecnologico di ChatGPT Mira Murati, e Michael Kratsios, il consigliere per la tecnologia del presidente Trump».
Ho avuto vent’anni abbastanza a lungo da prevedere l’obiezione della ventiequalcosenne che dalla Holden voleva l’ispirazione, mica le relazioni: lei è andata lì perché è un’artista sensibile, non una che vuole familiarizzare con gente potente ai cocktail party. Ti capisco, ragazza: di andare ai cocktail con la pistola non ne potrai più (è una quasi citazione: te lo specifico perché la tua generazione, ove non cresciuta da genitori cinesi che costringano la prole a imparare la matematica invece di coltivare ambizioni per cui non ha talenti, mi pare prona al letteralismo).
Però se c’è una cosa che fa la Holden è farti incontrare non magnati miliardari ma editor e altre figure per evitare un aperitivo con le quali noialtri vegliardi del mestiere abbiamo imparato a improvvisare mal di testa, ma che voi giovani ambiziosi dovreste coltivare. Se neanche avendo lì dentro mezza editoria italiana sei riuscita a dar loro qualcosa da leggere che li colpisse, forse scrivere non è cosa tua.
Lo so che pensi d’essere Dapporto in “La famiglia”, quello che se non è diventato un romanziere primo in classifica per mesi è solo perché quello stronzo di Gassman gli ha detto che il suo manoscritto non valeva niente senza neppure averlo letto. Lo so che pensi d’essere Domenico Starnone e che il tuo talento verrà scoperto tardi. Soprattutto, lo so che pensi che del tuo fallimento sia responsabile chiunque altro ma non tu, perché la natura umana è fatta così e in questo secolo mi pare persino peggiorata.
So che in un certo senso davvero non è colpa tua: sei della generazione che non ha mai dovuto dire a una madre che rispondeva al telefono di casa «Signora buonasera sono Tizia mi passa Caio», sei abituata alle notifiche e alle faccette sorridenti e a considerare una violenza il punto fermo alla fine d’un messaggio, e quindi non sai parlare con le persone. Wang è cinese: l’avranno cresciuto con pochissime moine e quindi non si spaventerà quando c’è da fare una telefonata come si terrorizza in genere la vostra generazione. Ma lo so che tu pensi il divario non sia lì.
È che tu, ragazza, sei un’artista, o almeno così ti percepisci, e sappiamo che la percezione è tutto ciò che conta, nell’epoca in cui l’ambizione vale più del talento. Wang è uno stronzetto che vuole il potere, era all’insediamento di Trump e il giorno dopo ha comprato una pagina del Washington Post (probabilmente si è fatto fare una tariffa scontata da Bezos, visto che erano tutti e due alla cerimonia) per dire al presidente che deve investire in intelligenza artificiale, altrimenti questa nuova guerra fredda la vincerà la Cina. Qual è l’intersezione tra un’artista o aspirante tale, e un magnate che vive di fantastiliardi e di p.r.? Che ad Alexandr credo nessuno abbia mai osato chiedere come fosse messo a coccole.