Gli immortaliIl creatore di Succession ci svela la tragedia dei ricchi artificiali

Jesse Armstrong ha scritto un piccolo capolavoro, “Mountainhead”, per spiegarci cosa davvero motiva la Silicon Valley: la disperazione dei miliardari di fronte alla morte

HBO

«Uno dei miei amici ha questa teoria: che il resto del Paese tolleri la Silicon Valley perché quelli che stanno lì non scopano, non si divertono». Lo dice Peter Thiel a Maureen Dowd nel 2017, quando Thiel era l’unico dei tecnofantastiliardari a stare con Trump (comodo starci adesso, che ci stanno tutti), è una delle conversazioni raccolte nel libro di interviste della Dowd, “Notorious”, ma non so se sia la risposta alla domanda che mi faccio tantissimo in questo periodo: a cosa serve l’intelligenza artificiale?

Certo, serve a privarci del divertimento: l’algoritmo mi propone una app di IA per arredare casa, una per comporre canzonette, una per ritrovare la propria religiosità. Nessuna per evitare che DHL scambi una via per una piazza e quindi non consegni un regalo in tempo per un compleanno, o per farmi risparmiare il bimestrale messaggio con cui chiedo al mio medico di far avere alla farmacia le ricette delle pastiglie per la pressione e per il colesterolo: automatizziamo solo quel che non ha senso automatizzare.

Anche questa la diceva meglio Thiel: «I cellulari ci distraggono dal fatto che le metropolitane sono vecchie di cent’anni». Mi sono letta quasi cinquecento pagine di saggio sull’intelligenza artificiale (“Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI”), e non mi sembra di saperne più di prima. Quindi ho fatto quel che si fa quando il giornalismo non basta: mi sono rivolta alle opere di finzione.

C’è, nella conversazione di Dowd con Thiel, uno scambio che è la perfettissima sinossi di “Mountainhead”, il film dell’autore di “Succession” trasmesso da Hbo e in Italia su Sky. Dowd chiede perché nella Silicon Valley siano tutti così ossessionati dall’immortalità, e Thiel risponde: perché tutti gli altri sono indifferenti alla loro mortalità? (Sembra me quando rispondo «spiegami semmai tu perché ne hai» a chi mi chiede perché non abbia figli).

A volte la vita va così, che Thiel fa una domanda retorica in un’intervista e, otto anni dopo, il primo film di Jesse Armstrong risponde. A mezzo Steve Carell, per cui non dev’essere stato mica male interpretare il miglior personaggio dell’anno nell’anno in cui ha recitato anche nella più imbarazzante pecionata della serialità recente (“The four seasons”).

Io, naturalmente, che il punto fosse la mortalità non l’ho capito fino alla fine, e a quel punto ho dovuto rivedere tutto dall’inizio, e l’inizio di “Mountainhead” era pieno di briciole di Pollicino, ma ero troppo distratta dagli altri aspetti della ricchezza, per accorgermene (credo che Armstrong abbia deciso di posizionarsi come il miglior autore di vite di ricchi della tv mondiale: spero che muoia meno in miseria di quel tale che raccontava le vite dei ricchi un secolo fa, quel Francis Scott Fitzgerald).

“Mountainhead” è il nome della casa di montagna che ha nello Utah uno dei quattro protagonisti, quello povero, quello che sta tentando di far fruttare una app per rilassarsi che gli altri tre sbeffeggiano (i toni in cui vengono dette le parole «mental health» dai vari personaggi varrebbero una tesi di laurea, parlando dell’università da viva).

Il povero ha un misero patrimonio di cinquecentoventidue milioni di dollari, e la ragione per cui lo so è che c’è una scena che vent’anni fa sarebbe parsa iperbolica, ma se si conoscono – anche poco, anche di sponda – i nuovi ricchi artificiali, beh, pare una scena documentaristica. I quattro vanno in cima alla montagna innevata, si aprono le giacche a vento, e dichiarano il loro valore scrivendosi un numero col rossetto sui bianchicci petti.

Venis Parish, che è il titolare d’un social network per colpa del quale stanno scoppiando guerre perché gli utenti caricano immagini finte fatte con l’intelligenza artificiale che vengono prese per vere, vale duecentoventi miliardi di dollari. Randall Garrett, cioè Steve Carell, sessantatré miliardi. Jeff Abredazi, che ha inventato un’intelligenza artificiale più intelligente di quella che usa Venis ma è restio a vendergliela, ne vale cinquantanove (ma, più avanti nel film, per storie a me oscure di acquisizioni e quotazioni, supererà Randall).

Pensavo il punto fosse lì: quant’è sgradevole essere il più povero dei ricchi, quant’è umiliante, quant’è peggio che essere poveri davvero; e invece il punto è che Randall ha il cancro (ha mollato sulla pista senza un passaggio il dottore che sull’aereo privato, mentre andava in montagna dai compari, gli ha detto che è incurabile), e che poco prima Venis gli ha detto che, se riesce a farsi dare il software da Jeff, ci vorranno cinque anni invece di dieci perché una coscienza umana possa essere caricata su un corpo artificiale. «Prima dobbiamo provarla su un maiale, un topo, dieci stronzi, e poi tu sei il primo della lista». Cosa sei plutocrate a fare, se non per comprarti l’immortalità.

Qualche settimana fa, Sam Altman ha ricevuto la giornalista con cui doveva fare il “Lunch with the Financial Times” non al ristorante ma a casa propria: la scusa ufficiale era che sennò gli chiedevano le foto (il solito problema dei famosi nei luoghi pubblici); ma il «pranzo vegetariano» descritto diceva quel che sa chiunque conosca anche di sponda questi invasati che usano parole come «biohacking»: l’illusione che si possa truffar la morte col salutismo (o con l’intelligenza artificiale).

Tanto gli interessa l’immortalità, tanto poco la verità. Venis dice che anche coi fratelli Lumière ci fu il panico perché la gente pensava di venire travolta dal treno che stava sullo schermo, ma mica per questo fermarono il cinema: a furia di farle vedere qualunque cosa, la gente capirà che non deve più credere a niente (era anche la mia posizione, finché non l’ho sentita esprimere a quel pirla di Venis: vedete che la finzione narrativa è più utile del giornalismo?).

Quando un bambino palestinese vedrà un contenuto fighissimo postato da un bambino israeliano, sospira Venis pregustando il Nobel per la pace; sì, gli dice Jeffrey, risolverai senz’altro quel problemino in Palestina, ma per ora hai provocato stupri di gruppo nei villaggi indiani; vabbè, ma abbiamo anche un favoloso Snoopy di quattro metri con un’erezione. Questa surreale conversazione è assai più verosimile delle parti in cui Armstrong fa citare ai nuovi ricchi Kant e Hegel, neanche fossero intellettuali europei non quotati in Borsa.

Della verità e di quando moriranno lo Snoopy gigante o il bambino del terzo mondo non gliene frega niente, ma per la propria immortalità sono disposti a tutto, anche ad ammazzare un amico. E quindi, forse, se per dire «Grazie ChatGPT» si inquina quanto con un volo privato, tanto vale che quelle risorse le usiamo per iniziare subito a sperimentare com’è caricare le vostre coscienze su una creatura artificiale. Prima voi, e i topi, e i maiali. Io aspetto che perfezionino il tutto, sperando di non avere la sventura di crepare prima, e anche che nel frattempo qualcuno abbia capito come far bastare il pianeta a una razza di immortali che scopano pochissimo ma consumano moltissimo.

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