Senza tregua Il quarto giorno del conflitto tra Iran e Israele

Aumentano i civili coinvolti nei bombardamenti. La catena di comando militare di Teheran è sempre più in affanno, mentre non ci sono notizie dell’ayatollah Ali Khamenei

Missili iraniani su Tel Aviv (AP Photo/LaPresse, ph. Leo Correa)

È iniziato il quarto giorno del conflitto tra Iran e Israele, segnato da un susseguirsi incessante di attacchi e contrattacchi. Secondo il ministero della Salute di Teheran, i morti in Iran sono duecentoventiquattro, mentre i feriti più di milleduecento. In territorio israeliano, invece, le vittime civili accertate sono almeno sedici, con oltre quattrocento persone ferite.

Nella notte tra domenica e lunedì, tre civili israeliani sono rimasti uccisi a causa dell’impatto diretto dei missili balistici iraniani; i danni maggiori si stanno registrando nelle zone centrali (dove si trova Tel Aviv) e settentrionali del Paese, dove diversi edifici sono crollati a causa dei razzi iraniani. Le sirene d’allarme sono suonate anche a Gerusalemme. Le autorità israeliane continuano a raccomandare ai cittadini di ridurre gli spostamenti ed entrare nelle aree protette, evitando grandi assembramenti. 

Dall’altra parte, Israele ha avviato una nuova ondata di attacchi contro la capitale iraniana Teheran e nei pressi del sito nucleare di Fordow, il più importante – insieme a Natanz, colpito nella notte tra giovedì e venerdì – per l’arricchimento dell’uranio. Esmaeil Baqaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha scritto su X che Israele «ha ucciso molti bambini e ha anche preso di mira l’ospedale pediatrico Hakim, affiliato all’Università di Scienze mediche di Teheran».

Secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, gli attacchi hanno ucciso Mohammad Kazemi, capo dell’intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, e il suo vice Hassan Mohaqiq. Tra gli obiettivi di Gerusalemme c’è chiaramente la distruzione della catena di comando militare iraniana. Tra domenica e lunedì, scrivono le Forze di difesa israeliane (Idf) su X, sono stati colpiti «con precisione» dei centri di comando della Forza Quds, componente chiave del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. Nella prima notte di attacchi, ricordiamo, sono morti Mohammad Bagheri, capo delle forze armate iraniane, e Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie.

Al momento, non ci sono notizie ufficiali da Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, che venerdì sera, durante la sua ultima uscita pubblica, aveva promesso ritorsioni molto dure contro Israele. Secondo il regime iraniano, Ali Khamenei si trova in un posto sicuro ed è costantemente aggiornato. Stando a un’esclusiva di Iran International, Ali Asghar – braccio destro di Ali Khamenei – sta negoziando con alcuni funzionari russi per un piano di evacuazione dall’Iran. 

Nessuno sviluppo, invece, dal punto di vista diplomatico. Ieri, domenica 15 giugno, Donald Trump ha aperto al ruolo di Vladimir Putin come mediatore: «È pronto. Mi ha chiamato per parlarne. Ne abbiamo parlato a lungo», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti ad ABC News prima di partire per il Canada, dove domani si chiuderà il summit dei leader del G7 (ne ha parlato anche Francesco Cundari nella nuova puntata de La Linea). 

«Avremo presto la pace tra Israele e l’Iran. Dovrebbero raggiungere un accordo, e lo faranno, proprio come hanno fatto India e Pakistan. Molte chiamate e incontri sono in corso ora. Faccio molto, e non ottengo mai alcun riconoscimento, ma va bene così, la gente capisce. Rendiamo il Medio Oriente di nuovo grande!», ha aggiunto Trump sul suo social Truth. 

Il presidente francese Emmanuel Macron, finora l’unico ad aver preso una posizione inequivocabile in merito, si è detto contrario a una mediazione del presidente russo. Più prudente, invece, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Vediamo le indicazioni che arrivano da Trump. Se ne parlerà certamente al summit, aspettiamo di capire se Trump lo riproporrà anche qui».

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