Gli sgherri anti immigrazione di Trump ieri hanno arrestato uno dei favoriti alle primarie democratiche per scegliere il candidato sindaco di New York, Brad Lander, l’attuale direttore finanziario di City Hall, colpevole di aver chiesto agli agenti della Gestapo trumpiana di mostrare il mandato di cattura nei confronti di un immigrato che avrebbero voluto arrestare all’uscita da un tribunale. Questo è solo l’ultimo di un’ormai lunga lista di arresti di sindaci, deputati, senatori e giudici che stanno trasformando l’America in una dittatura sudamericana, anche se probabilmente Trump preferirebbe che si facesse un paragone con la Russia autoritaria di Vladimir Putin.
Questo ennesimo arresto di pubblico ufficiale che difende lo stato di diritto dall’autoritarismo di Trump non è nemmeno la cosa più grave fatta ieri dal mandante di questi rastrellamenti razzisti.
Trump, infatti, ieri ha deciso di intestarsi la caduta del regime degli ayatollah iraniani, sempre che poi succeda, e nonostante sia evidente che, nel caso, i responsabili sarebbero esclusivamente gli israeliani.
Trump ha abbandonato di gran corsa il G7 in Canada, summit per lui inutile finché non riammetterà con tutti gli onori la Russia di Vladimir Putin, e sulla via verso casa ha invitato gli iraniani ad evacuare Teheran, lasciando trapelare, per la gioia di Benjamin Netanyahu, che l’aviazione americana avrebbe aiutato quella israeliana a bombardare la repubblica islamica dei mullah.
Ai giornalisti che lo hanno seguito sul volo di ritorno a Washington, Trump ha dato un’altra versione, quella solita secondo cui vuole far finire la guerra una volta per tutte, mica farla, e che anzi in questo caso non gli basta nemmeno il cessate il fuoco, obiettivo di cui chiacchiera a vanvera da mesi sia su Gaza sia sull’Ucraina sia sull’Iran, senza andarci mai nemmeno vicino (va notato, a questo proposito, il favoloso record mondiale di incapacità del suo inviato di pace su tutti e tre i fronti, Steve Witkoff). Trump era contrario all’intervento israeliano, tanto che quando è cominciato soltanto Marco Rubio, il ministro degli Esteri, ha commentato con molto ritardo e in modo nemmeno tanto amichevole nei confronti di Israele.
Così, dopo aver invitato gli iraniani a lasciare la capitale, Trump è momentaneamente tornato sulla posizione dell’altro ieri, quella per cui gli iraniani ora avrebbero una grande occasione di sedersi al tavolo della pace, con Putin a fare da garante.
Lo spettacolo surreale della guerra e della pace affidate a un inaffidabile-in-chief non è finito qui perché, una volta atterrato a Washington, Trump ha suggerito agli iraniani di «arrendersi senza condizioni», con un tweet scritto a lettere maiuscole, cioè urlando come fanno i bambini viziati, e poi ha scritto altri due post sul suo social network, e poi su quello di Elon Musk, rivendicando il ruolo americano nell’azione militare contro l’Iran: «Ora noi abbiamo il controllo completo e totale dei cieli sull’Iran». Noi, ha scritto il mitomane-in-chief, noi americani. «L’Iran aveva buone e tante batterie di missili difensivi, ma niente è paragonabile alla “roba” prodotta, concepita e costruita in America – ha continuato – Nessuno lo fa meglio dei buoni vecchi USA».
Il delirio guerriero di Trump, un signore che per molti anche in Italia in realtà sarebbe un presidente pacifista, è continuato con un altro post grottesco, basato sempre sul plurale mitomane: «Noi sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta “Guida suprema”. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo uccideremo, almeno non ora. Ma non vogliamo che i missili sparino ai civili o ai soldati americani. La nostra pazienza si sta esaurendo. Grazie per l’attenzione su questo argomento!».
La minaccia all’Ayotallah Ali Khamenei è precisa e diretta, malgrado le cronache abbiano riportato che siano stati proprio gli apparati militari di Trump a impedire agli israeliani di ucciderlo, quando lo avevano nel mirino e hanno chiesto il nullaosta di Washington, perché secondo i trumpiani del Pentagono è meglio accontentarsi dell’ayatollah che conosciamo rispetto a un nuovo ayatollah che non sappiamo come si comporterà.
Gli analisti americani, visto il nuovo approccio della Casa Bianca, hanno cominciato a interrogarsi se Trump abbia improvvisamente mutato radicalmente strategia, abbracciando quella da lui sempre osteggiata, e accreditata agli odiosi neocon bushiani e a quella parte degli internazionalisti liberal che sperano in un cambio di regime a Teheran.
Trump e i suoi, a cominciare dal vicepresidente J.D. Vance, ripudiano l’aggressiva dottrina democratica, tipica di una solida tradizione politica americana, ergendosi invece a paladini dell’isolazionismo, come si è visto su cento altri fronti, dall’Europa all’Ucraina, dall’Afghanistan alla guerra commerciale con i dazi.
I principali cantori dell’America First, Steve Bannon e Tucker Carlson, sono furiosi, infatti. E hanno cominciato a gridare al tradimento del trumpismo, proprio perché vedono nella svolta della Casa Bianca la finalità dichiarata di provocare un cambiamento di regime a Teheran, non tanto un’azione militare per fermare la capacità nucleare dei fanatici iraniani, anche perché, al contrario di quanto dicono gli israeliani, all’intelligence americana questa accelerazione iraniana non risulta. Tanto che, sempre ieri, un giornalista ha ricordato a Trump che la sua capa dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, poco tempo fa al Congresso ha testimoniato sotto giuramento dicendo che non c’è nessuna accelerazione iraniana nel dotarsi di armi nucleari. La risposta di Trump è stata: «Non mi interessa che cosa ha detto, io credo che fossero molto vicini» a costruirsi un arsenale nucleare.
Il vicepresidente Vance, deputato a rispondere ai nazionalisti Bannon e Carlson per calmare le acque, ha confermato che Trump «potrebbe decidere che sia necessario agire ulteriormente per impedire agli iraniani di arricchire l’uranio», a ridosso di un vertice durato un’ora e venti nella Situation Room della Casa Bianca per discutere di una partecipazione americana ai bombardamenti. Trump, invece, ha liquidato le critiche di Carlson («questo è regime change») dicendo che finché Carlson queste le cose le dirà nel suo show su internet, anziché in una tv nazionale, lui non lo ascolterà.
Gli analisti e gli storici sbagliano a cercare nell’acrobatica curvatura di Trump una spiegazione razionale o un aggancio ideologico alle tradizionali dottrine di politica estera americana, perché Trump non ha nessuna idea, figuriamoci un’ideologia. L’unica ideologia di Trump è Trump medesimo, lui stesso, il suo marchio, la sua roba, il suo ruolo di mattatore unico nel reality show del nostro tempo impazzito. Non è una strategia, è l’esibizione cafona di uno stile paranormale della politica americana.
Trump ha semplicemente fiutato che gli israeliani stanno davvero facendo traballare il regime teocratico dei mullah, e vuole intestarsi l’epocale vittoria. E se dovesse finire altrimenti, con un disastro o con un nulla di fatto, rivendicherà la posizione opposta. E con un altro giro di giostra invocherà l’ennesima finta trattativa di pace, tra gli applausi beoti dei suoi complici.