La dittatura in AmericaTrump, l’ex paese della libertà, e la società oppressiva dei predatori Maga

Gli sgherri anti immigrazione della Casa Bianca hanno arrestato sindaci, deputati, senatori, leader sindacali, e giudici che pretendono di far rispettare lo stato di diritto. Il presidente antiamericano degli Stati Uniti continua il suo show immorale, organizza una festa di compleanno con parata militare e si gode l’incapacità dei suoi oppositori di organizzare la resistenza

Rob Walsh per Unsplash

In poche settimane, ha ricordato il giornalista Ronald Brownstein, Donald Trump e i suoi scagnozzi anti immigrazione hanno arrestato il sindaco di Newark, una giudice di Milwaukee, una deputata del New Jersey, un leader sindacale di Los Angeles, e ieri hanno ammanettato il senatore della California Alex Padilla, durante la conferenza stampa della ministra della sicurezza nazionale Kristi Noem, una fanatica che farebbe rabbrividire perfino Matteo Salvini. 

Trump, inoltre, ha sradicato dai poteri del governatore della California il controllo della Guardia Nazionale, e ha ordinato al Pentagono di inviare a Los Angeles i marines per fermare le proteste di cittadini americani contro i rastrellamenti in stile Gestapo di immigrati ispanici.

Se fosse successo in qualsiasi altro paese, ha scritto ancora Brownstein, parleremmo di deriva dittatoriale, ma è successo nell’America di Trump, dove tutto questo è solo una piccola parte del suo immorality show in diretta televisiva dalla Casa Bianca.  

Sabato Trump festeggerà da dittatore in capo con una mega parata militare a Washington, organizzata guarda caso proprio nel giorno del suo compleanno, una coincidenza che pone il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti a metà strada tra il suo mentore Vladimir Putin e il suo amico di penna Kim Jong Un. 

Siccome al ridicolo non c’è mai fine, mercoledì Trump ha «disinvitato» il senatore repubblicano Rand Paul e la sua famiglia dal “picnic alla Casa Bianca” di ieri, salvo poi rimetterlo in lista ieri quando il senatore se ne è lamentato. Finalmente un po’ di opposizione dentro il Partito repubblicano.

Trump ha fatto un’altra mezza e surreale marcia indietro anche sui pogrom di immigrati ispanici da lui organizzati in giro per gli Stati Uniti, scrivendo sui social che molte delle persone fermate e tartassate dai suoi agenti in realtà lavorano da molti anni nell’agricoltura e nell’accoglienza di lusso, e quindi bisogna stare attenti prima di fermarli perché il loro posto, ora che lui li ha internati o espulsi, rischia di essere preso dagli immigrati criminali, stupratori e spacciatori. Apparentemente Trump non ci sta con la testa, oppure conosce benissimo i suoi picchiatelli, ma è molto probabile che alcuni dei suoi grandi finanziatori del settore agricolo e dell’ospitalità gli abbiano fatto capire che con le sue politiche razziste stava distruggendo anche queste due industrie.

Il resto d’America assiste assuefatto e sopraffatto da questa violenza verbale e fisica, e da cotanta crudeltà e immoralità sbandierata con orgoglio in nome della lotta all’empatia e alla solidarietà, considerate elementi di debolezza da espungere da una sana società di predatori Maga.

Questo weekend, mentre Trump guarderà sfilare i carri armati che vorrebbe inviare in Canada e Groenlandia, o magari a sostegno delle povere truppe russe così tanto provocate dagli ucraini, le strade di mezza America si popoleranno di quella che già comincia a essere chiamata “resistenza”, ma non nel senso partigiano della nostra storia, semmai in quello immaginato dalla canadese Margaret Atwood nel “racconto dell’ancella” contro il regime autoritario americano di Gilead. Trump ovviamente ha già minacciato gravi, gravissime, conseguenze contro chi oserà rovinargli la festa di compleanno con i missili e i bazooka sulle placide strade di Washington. 

Ma il punto è che le proteste, la mobilitazione, l’organizzazione politica contro il regime trumpiano e i suoi metodi nazisti non sembrano minimamente sufficienti a ripristinare lo stato di diritto in America. Il governatore Gavin Newsom è il primo a essersi dato una mossa, anche in proiezione presidenziale. È stato molto efficace in questi giorni, ma per me resta sempre l’ex marito della fidanzata del figlio di Trump, ora nominata dal suocero ambasciatrice in Grecia.

Oggi Newsom è il leader della resistenza ai fanatici Maga, ma è ancora troppo poco, quasi niente, rispetto ai danni che la Casa Bianca sta facendo alle istituzioni democratiche e alla società aperta. Elon Musk ha rotto con Trump su una proposta di legge di tagli fiscali ai ricchi e tagli sociali ai poveri, ma dopo i fuochi d’artificio iniziali si è pentito come sanno fare soltanto gli oligarchi più accorti, perché in fondo buona parte del suo business dipende dagli appalti con l’Amministrazione, e lui sa benissimo che Trump è molto vendicativo. I senatori e i deputati democratici sembrano parlare a vuoto, non riescono a trovare una voce in grado di contrastare il megafono della Casa Bianca. 

I repubblicani non osano dire niente di fronte allo scempio dell’esperimento americano, se non appunto per protestare sul mancato invito al picnic della Casa Bianca, oppure quando per motivi di età si considerano a fine corsa politica e non temono più di perdere il posto.

“Qui non può succedere” scriveva nel suo romanzo distopico Sinclair Lewis nel 1935 per scongiurare una deriva fascista in America. Sta succedendo, invece. Ora. In diretta social, tra un TikTok e l’altro. 

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