L’eredità di FalconeLa liberazione di Giovanni Brusca e la legge sui collaboratori di giustizia

Azionò l’esplosivo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. È tornato libero dopo 25 anni di carcere, proprio grazie alla norma voluta da Giovanni Falcone per combattere Cosa Nostra

(La Presse)

Giovanni Brusca, il mafioso ora collaboratore di giustizia che azionò l’esplosivo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, è tornato definitivamente libero dopo aver scontato 25 anni di carcere e quattro anni di libertà vigilata. Libero secondo la legge sui collaboratori di giustizia, voluta proprio da Giovanni Falcone per combattere Cosa Nostra.

Brusca è conosciuto come il «macellaio» di San Giuseppe Jato. Fu lui, secondo le sentenze, a premere il telecomando che fece esplodere il tratto di autostrada a Capaci. Cresciuto all’ombra dei Corleonesi di Totò Riina, Brusca ha ammesso di aver partecipato o ordinato oltre centocinquanta omicidi, tra cui il sequestro e l’uccisione del tredicenne Giuseppe di Matteo, figlio di un collaboratore di giustizia sciolto nell’acido dopo una lunga prigionia.

Dopo l’arresto avvenuto nel 1996, Brusca decise di pentirsi. Dopo un primo falso pentimento, scelse di collaborare definitivamente con la giustizia. Da collaboratore di giustizia ha fornito dettagli cruciali su decenni di omicidi e sulle dinamiche interne a Cosa Nostra, determinanti per numerose indagini. Cosa che ora gli ha permesso di ottenere un enorme sconto di pena. Giovanni Brusca è stato condannato a trent’anni di carcere, pena che ha scontato.

Giovanni Falcone, con Ferdinando Imposimato e Antonino Scopelliti furono, fu tra i primi magistrati a intuire l’importanza dei collaboratori di giustizia per la lotta contro la criminalità organizzata. Negli anni 1990 furono emanate le prime norme a tutela della figura del collaboratore e del testimone di giustizia. Grazie all’opera di Giovanni Falcone, venne poi approvato il decreto-legge 15 gennaio 1991, una delle prime leggi a disciplinare il fenomeno nella repressione della mafia in Italia.

Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso durante la strage di Capaci, ha detto: «Come cittadina e come sorella, non posso nascondere il dolore e la profonda amarezza che questo momento inevitabilmente riapre. Ma come donna delle istituzioni, sento anche il dovere di affermare con forza che questa è la legge. Una legge, quella sui collaboratori di giustizia, voluta da Giovanni, e ritenuta indispensabile per scardinare le organizzazioni mafiose dall’interno».

«La legge per cui ora, dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, è considerato libero l’ha voluta Giovanni Falcone, ed è la legge che ci ha consentito di radere al suolo la cupola di Riina, Provenzano e Messina Denaro, che negli anni 80 e 90 ha insanguinato Palermo, la Sicilia, l’Italia», ha spiegato Pietro Grasso, già procuratore nazionale antimafia. «Grazie ai segreti confessati da Brusca infatti abbiamo potuto evitare altre stragi, incarcerare centinaia di mafiosi e condannarli a pene durissime e centinaia di ergastoli. Ripeto quello che ho detto quattro anni fa: con Brusca lo Stato ha vinto tre volte: quando lo ha catturato, quando lo ha convinto a collaborare, ora che è un esempio per tutti gli altri mafiosi. L’unica strada per non morire in carcere come Riina, Provenzano e Messina Denaro è collaborare con la giustizia».

«La collaborazione di giustizia di Giovanni Brusca ha rivelato chiaramente l’evoluzione interna di Cosa nostra», scrive Roberto Saviano. «Si può aggiungere che, senza collaboratori, le spese per il contrasto sarebbero quadruple o quintuple, poiché sarebbero richiesti molti più investigatori, intercettazioni e un lavoro considerevolmente maggiore. Il collaboratore di giustizia, quando è efficiente, permette di ammortizzare i costi e circoscrivere gli impegni».

Brusca continuerà a vivere lontano dalla Sicilia sotto falsa identità e resterà sottoposto al programma di protezione. Maria Falcone ha ricordato però che «non si può ignorare che la sua collaborazione non è stata, su ogni fronte, pienamente esaustiva. In particolare, rimane tuttora un’area nebulosa quella riguardante i beni a lui riconducibili, per i quali la magistratura ha il dovere di continuare a indagare e chiarire ogni dubbio: colpire i mafiosi nei loro interessi economici è la pena più dura, privarli del denaro è ciò che li annienta davvero».

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