AutomaidanLa voglia di Europa degli ucraini, e una rivoluzione andata anche meglio delle aspettative

In “La notte ucraina”, Marci Shore racconta le manifestazioni a Kyjiv nell’inverno 2013/14, un momento storico in cui si è manifestata la capacità umana di riscrivere il presente e di esprimere una felicità in grado di trasformare la vita di un intero popolo

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Poco dopo l’approvazione delle “leggi dittatoriali” i primi dimostranti feriti sono stati rapiti. Katia si trovava a Kyiv. Gli Afgantsy, i veterani della guerra sovietica in Afghanistan, prestavano servizio come guardie nell’ospedale vicino al suo appartamento, proteggendo i pazienti dai rapimenti.

Alle tre del mattino del 23 gennaio i Berkut si dirigono all’ospedale. Gli Afgantsy chiamano in aiuto gli Automaidan – attivisti di classe media provvisti di automobili. Quando gli automobilisti arrivano, vengono a loro volta rapiti, a pochi metri dall’appartamento di Katia, che vede tutto. Lo dice agli amici; il telefono non smette di suonare. La moglie di uno degli uomini rapiti chiama, la sua voce è scossa. Katia non sa cosa dire.

Uno degli uomini che Katia vede rapire è Andriy Shmindiuk, un autista di Automaidan a cui piaceva guidare anche la moto. Assomigliava molto a un motociclista: un uomo imponente sulla trentina, calvo, con dei baffi sottili e una barba folta. Era cresciuto nell’Ucraina occidentale, poi da adulto si era trasferito a Kyiv dove era diventato amministratore delegato di un’azienda informatica – e il proprietario di una macchina costosa. Ora si era unito all’Automaidan come tutti i patrioti che possiedono una macchina, aveva detto. Gli autisti avevano vari compiti: tenere d’occhio gli ospedali, trasportare pneumatici per le barricate, portare i membri della Samooborona – l’unità di autodifesa del Maidan – dove erano stati localizzati i titushki; portare al Maidan i titushki catturati per interrogarli. L’Automaidan aveva una regola, mi aveva detto Andriy: non picchiare i titushki – anche se non escludeva la possibilità che questa regola fosse stata infranta, a volte. Il protocollo, tuttavia, prevedeva che si fotografassero i loro documenti d’identità. I titushki si esponevano facilmente alla cattura perché non conoscevano Kyiv; la maggior parte di loro veniva da fuori.

Andriy e gli altri autisti comunicavano attraverso il “canale Automaidan”, una applicazione dello smartphone che funzionava come una radio a banda cittadina (CB radio).

Quella notte Andryi stava guidando su via Shchors, per pattugliare il distretto di Pechersk, quando alle tre riceve un SOS dall’ospedale n. 17 su via Laboratorna. Andryi – e insieme a lui una dozzina di altri autisti di Automaidan – arriva all’ospedale in tre minuti. Scendono dalle loro auto e si avvicinano a cinque giovani uomini che stazionano fuori. Chiedono un documento di identificazione e apprendono che i cinque giovani sono dell’oblast di Cherkassy, a un paio d’ore di distanza.

Che ci fanno a Kyiv nel bel mezzo della notte? Sono venuti a trovare dei loro amici all’ospedale, rispondono. Alle tre di notte? Andryi non gli crede. È tardi ed è buio, non vede in giro gli autobus del Berkut. Poi uno degli altri autisti dell’Automaidan sente: Rabotaem!
È il linguaggio della polizia: Iniziamo!

«È stato un pestaggio molto crudele» mi ha detto Andryi «non credevo fosse possibile in Ucraina». Andryi e io eravamo in un caffè a Kyiv insieme a Katia, che ci aveva presentati. Andryi non era vestito come un amministratore delegato: indossava una t-shirt sotto una felpa con il cappuccio. Era passato un anno da quella notte, e Andryi doveva ancora assumere farmaci molto costosi ogni giorno; aveva riportato gravi danni al cervello, mi ha detto, e non era più in grado di fare il lavoro di prima. Andryi era convinto che i Berkutovtsy non fossero stati sobri quella notte, che avessero preso qualche droga; le loro pupille gli erano parse stranamente dilatate, come se non reagissero in modo normale alla luce. Ad Andriy sembravano folli. Picchiavano tutti, persino alcuni titushki e dei poliziotti normali che stesi a terra gridavano «svoi! svoi! Sono uno di voi!». Picchiavano sul cranio; Andryi pensa di aver preso almeno centocinquanta colpi. Lo hanno colpito alla testa con bastoni di plastica e di metallo. Gli hanno frantumato le ossa della mano. I Berkutovtsy hanno usato le mazze anche per colpire le auto.

È durato venti, forse trenta minuti. Poi gli autisti sono stati spinti sul fondo di un autobus del Berkut e picchiati ancora. «Dov’è adesso la vostra “Gloria all’Ucraina?”» gli chiedevano gli ufficiali del Berkut.

«Nessuno ha ceduto» mi ha ribadito Andryi «nessuno ha implorato pietà».

Gli autisti sono stati portati in una stazione di polizia, dove sono stati lasciati fuori sulla neve.

Andryi continuava a perdere conoscenza. Gli hanno rubato il portafoglio, i documenti, le chiavi e il telefono. Alla stazione di polizia non volevano che i corpi mutilati degli autisti di Automaidan rimanessero lì fuori; e così gli agenti del Berkut li hanno messi di nuovo nell’autobus, questa volta sulle strutture metalliche sotto i sedili, perché gli agenti avevano rimosso i sedili veri e propri per evitare di macchiarli di sangue.

A questo punto, secondo Andriy, i Berkutovtsy erano diventati più sobri e si stavano lentamente rendendo conto che non avevano catturato dei delinquenti di Pravyi Sektor, ma piuttosto uomini della classe media con un lavoro da colletti bianchi, alcuni con “ottimi documenti”. Li hanno portati in un’altra stazione di polizia, questa volta nel distretto di Darnytsia. Gli autisti parlavano poco tra loro: non era sicuro, non sapevano chi fosse chi, chi potesse essere un informatore o un provocatore. Quando si ritrovano nello scantinato della stazione di polizia di Darnytsia sono le quattro e mezzo del mattino.

Un’ora dopo, la fidanzata di Andryi, Dasha, arriva alla stazione di Darnytsia. Dasha aveva chiamato Andriy ogni venti o trenta minuti durante il pattugliamento di quella notte. Quando verso le tre del mattino lui ha smesso di rispondere al telefono, lei ha cercato su internet e ha trovato il messaggio di SOS sull’ospedale di via Laboratorna. Ha preso un taxi; una volta arrivata all’ospedale, qualcuno le ha indicato il percorso che aveva fatto l’autobus del Berkut. Faceva molto, molto freddo. Ha aspettato fuori dalla stazione di polizia di Darnytsia per ore. Verso le nove del mattino ha visto Andriy per un momento fugace mentre veniva portato via dalla stazione di polizia in manette.

Andryi è stato portato all’ospedale della prigione, protetto da finestre con le inferriate e guardie, che Dasha è riuscita a corrompere per entrare. Nei giorni seguenti Andryi ha sentito voci sulla possibilità di negoziare un accordo: il governo avrebbe liberato dei prigionieri in cambio dello sgombero degli edifici occupati. All’epoca il Maidan controllava la sede del Comune e altri edifici dell’amministrazione regionale statale in altri oblast. In una nota al suo avvocato, Andryi ha invitato i rappresentanti del Maidan a non cedere alle provocazioni, non c’era da avere fiducia nel governo. «L’Ucraina è una nazione dalla volontà ferrea» ha scritto. «Non ci metteranno in ginocchio. Gloria all’Ucraina!». Dasha è una dottoressa. E una motociclista, come Andryi; si erano conosciuti così. Andryi è un uomo imponente; Dasha è molto più piccola, di alcuni anni più giovane. La sua è una bellezza classica: magra, con lunghi capelli biondi e frangia dritta a incorniciare i grandi occhi messi in risalto da un denso mascara. Postava sulla sua pagina di Facebook gli appunti di Andryi che riusciva a trafugare dalla prigione: lui scriveva in russo, lei in ucraino – messaggi agli amici e una preghiera per Andryi:

Non sono una persona religiosa. Non conosco preghiere.
Ma oggi ti supplico, Dio: è un uomo buono, trattalo con cura…
A volte, senza timore, si tuffa nelle profondità dei fiumi
Improvvisamente le onde si ingrossano – aiutalo, Dio, prenditi cura di lui.

Estratto da “La notte ucraina. Storie di una rivoluzione” di Marci Shore, traduzione dall’inglese di Olivia Guaraldo, postfazione di Giacomo Mormino, Castelvecchi Editore

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