Non sono pochi gli opinionisti sinceramente (e vocalmente) anti-Trumpiani, che hanno guardato con favore al bombardamento americano dell’Iran. Mentre i Maga, autoctoni e di esportazione, si dividevano tra il silenzio e il giustificazionismo dell’intervento militare del candidato della pace – quello che, «a differenza dei democratici», non avrebbe mai autorizzato un intervento in Medio Oriente – alcuni tra i loro oppositori sono arrivati a sostenere che, forse, questa operazione potesse rappresentare un segnale positivo, un atto di discontinuità con l’agenda politica e le velleità autoritarie di Donald Trump.
Le basi di questo ragionamento sono semplici: per volontà diretta del presidente, gli Stati Uniti attaccano un regime liberticida, membro fondante dell’asse del male che fiancheggia Mosca, andando in controtendenza rispetto alla retorica isolazionista predicata fino a questo momento; le premesse e l’intervento in sé hanno riacceso la nostalgia di una certa frangia, che non si rassegna all’idea che gli Stati Uniti, i loro Stati Uniti, siano finiti, e che, grazie a questo episodio, ha potuto immaginare – per poco più di ventiquattro ore – un ritorno di George W. Bush nello Studio Ovale, la cui destra, messa a confronto con quella attuale, finisce per sembrare illuminata.
Questo ragionamento è tanto ingenuo quanto nocivo. Non basta bombardare uno stato canaglia per tornare a sedere tra i buoni. Già doverlo scrivere sembra assurdo. Quello della Casa Bianca è stato un atto di forza camorristico nei confronti della comunità internazionale – la solita tecnica trumpiana dello sparigliare le carte, ignorando le regole base della politica estera – accompagnato da uscite grottesche: i deliri in maiuscolo su Truth; i meme sul bombardamento, pubblicati dagli account governativi sui social; e così via – che hanno semplicemente confermato la natura prevaricatrice e fine a sé stessa dell’ennesima incursione dell’ex personaggio televisivo, diventato capo di Stato.
L’esultanza scomposta che ha accompagnato l’annuncio di una tregua conferma questa linea. Mentre venivano pubblicati gli editoriali di chi sperava in un riallineamento di Trump, grazie all’impresa mediorientale, un’altra notizia iniziava a circolare sui giornali europei: la possibilità che gli Stati Uniti potessero annunciare, nel corso del summit Nato di questa settimana, la loro uscita dall’Alleanza.
La cosa si è riflessa sull’approccio degli altri Paesi membri, con risultati avvilenti: per evitare l’impensabile (che infatti non è avvenuto), tutti hanno dovuto puntare sull’accondiscendenza, dal segretario generale Mark Rutte, che in chat privata si è congratulato, in maniera volutamente servile, con Trump per l’intervento in Medio Oriente, a Volodymyr Zelens’kyj, che, per la prima volta dall’inizio dell’invasione, ha dovuto rinunciare alla mimetica, simbolo della resistenza ucraina inviso al presidente statunitense.
Il fatto che certe azioni siano state compiute con cognizione di causa – gli europei pensano che, per tenere a bada Trump, bisogna trattarlo come lo zio matto da assecondare e far sentire importante – non giustifica l’umiliazione. Il summit si è concluso con l’ennesima rivendicazione urlata di Donald Trump (questa volta si è intestato il merito di aver convinto i Paesi europei a raggiungere l’obiettivo del cinque per cento di spesa per la difesa), alla quale gli alleati hanno applaudito, dopo aver ottenuto la sua gentile concessione: nessun disimpegno statunitense dall’Europa.
Ciò che accomuna i nostalgici neocon e i leader europei disposti a tollerare l’umiliante spettacolo trumpiano è la speranza di un ritorno allo status quo, un’idea rassicurante che si trasforma in un rifugio sicuro di fronte all’imprevedibilità di Trump. Ma Trump non è imprevedibile, è un criminale. Il suo approccio è lo stesso, sia nei rapporti con l’estero, che all’interno dei confini nazionali, dentro i quali sta attuando politiche esplicitamente ostili allo stato di diritto – dal ricorso all’esercito per sedare le proteste, alla codificazione del reato d’opinione – che facilitano una deriva autoritaria ampiamente annunciata.
Le affinità con Vladimir Putin non nascono da un presunto realismo geopolitico (formula tanto cara agli opinionisti italiani), ma da una visione dello Stato e della politica che accomuna il presidente Trump e l’autocrate russo. Non basta l’attacco all’Iran, quel tipo di attacco, per negare la scelta di campo fatta dal governo statunitense, e quest’episodio, così come il triste summit della Nato appena conclusosi, dimostrano una sola cosa certa: l’equilibrio tradizionale è rotto.
Dopo tutto quello a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, possiamo dire con una certa sicurezza che Donald Trump ci è ostile, e che oggi è impegnato attivamente nell’istituzionalizzare la sua visione degli Stati Uniti, un regime personalista. Per l’Europa, diventa necessario chiedersi che fare. Mentre quelli che sperano nel rinsavire degli Stati Uniti si tranquillizzano di fronte alla promessa di una permanenza nella Nato, questi vanno a formare, con la Russia di Putin, una nuova Yalta criminale, liberticida e dispotica.
Appena capiranno che l’America di Jack Kerouac e Allen Ginsberg è morta, gli europei potranno iniziare a comprendere il pericolo rappresentato dalla nuova Yalta. Uno dei pochi che l’ha capito è il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha dichiarato – lo scorso febbraio – che l’Europa deve rendersi indipendente dagli Stati Uniti sulla difesa, una frase ignorata sia dagli anti-americani militanti (complici più o meno consapevoli del trumpismo), che dai dichiarati sostenitori dell’Unione.
La cosa non sorprende: con queste parole, Merz ha infranto le speranze dei governi continentali, quelle di contenere Trump affidandosi al solo legame storico con gli Stati Uniti, i quali, oggi, si trovano politicamente e ideologicamente dall’altra parte del fronte.
Questa prospettiva apre scenari inediti, e non tutti sono negativi. Le prime sparate trumpiane hanno costretto l’Unione europea ad agire su campi dove, fino a poco tempo fa, bastava la rassicurante presenza americana: ReArm Europe e la coalizione dei volenterosi sono dei primi importanti esempi di un’Europa che vuole tornare centrale.
Le scelte di campo compiute dai governi europei – compreso quello italiano, con tutti i suoi limiti – su temi sensibili come la risposta alla guerra ibrida della Russia sono un ottimo segnale, ma adesso è necessario compiere un passo in più. Una reale riscossa europea, così come una seria risposta alle prepotenze di Donald Trump, può avvenire solo partendo dai fronti che il presidente americano intende abbandonare: l’Ucraina, che, sparando, difende materialmente i nostri confini; le proteste anti-autoritarie nell’Europa dell’Est – animate da realtà a cui lo stesso Trump ha tagliato le gambe, come nel caso di Radio Free Europe – e la polveriera balcanica.
Quando (perché non è più una questione di se) gli Stati Uniti lasceranno a loro stesse le vittime dell’imperialismo russo, la difesa europea sarà necessaria. E, date queste condizioni, non è fantapolitica pensare che la presunta imprevedibilità della Casa Bianca possa involontariamente accelerare il processo di integrazione europea, non solo sul piano militare, ma anche su quello politico. Se non vuole farsi trovare impreparata di fronte alla prossima farsa pericolosa di Washington, forse è ora che l’Europa si faccia nazione.