Proposte, non rabbia Cosa dobbiamo aspettarci dal primo congresso del Partito Liberaldemocratico

Roberto Bellia racconta a Linkiesta i temi del raduno nazionale che si terrà il 28-29 giugno a San Lazzaro di Savena

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In Italia la parola partito è diventata radioattiva. Trasuda burocrazia, clientele, Novecento. Evocarla, oggi, significa esporsi all’accusa di essere fuori tempo, o peggio: nostalgici della Prima Repubblica. Dopo l’euforia grillina tramutatasi in disillusione e il collasso del populismo digitale, c’è una formazione politica che ha deciso di non buttare il bambino con l’acqua sporca e ricominciare a fare politica con quadri, iscrizioni, congressi: da quella vecchia maniera di fare politica che oggi suona quasi eretica, ma che è l’unica capace, forse, di ricostruire un legame vero tra rappresentanti e rappresentati. È il Partito Liberaldemocratico, che il 28 e 29 giugno terrà il suo primo congresso nazionale alle porte di Bologna: al Centro Congressi Una Hotels di San Lazzaro di Savena.

Tra i protagonisti ci sarà Roberto Bellia, ex coordinatore di NOS, il movimento civico nato con una forte impronta generazionale, oggi confluito stabilmente nel partito. Bellia, classe 1986, ha scelto di puntare tutto su una scommessa in controtendenza: riportare i cittadini alla politica attraverso la forma più classica, ma con linguaggio e strumenti del presente. «Chi ha conquistato consenso negli ultimi dieci-quindici anni lo ha fatto cavalcando i social con messaggi semplici, veloci, diretti alla pancia: è il linguaggio del populismo, della semplificazione. Funziona, perché intercetta rabbia e frustrazione. Vogliamo percorrere una strada diversa: non quella della rabbia, ma quella della proposta, senza rinunciare però a parlare con un linguaggio comprensibile, con strumenti adatti ai tempi, perché sappiamo bene che oggi l’informazione passa per TikTok, Instagram, i reel, e non possiamo ignorarlo, ma allo stesso tempo ricordando che facciamo politica, non influencer marketing. Crediamo nella forma-partito perché è il luogo in cui si costruisce davvero il cambiamento»

Qual è il risultato più importante che dovrebbe emergere da questo primo congresso del Partito Liberaldemocratico?
Rendere visibile il modello di partito che abbiamo costruito, un progetto nato da un percorso condiviso che ha preso forma già lo scorso anno. Questo congresso rappresenta la sintesi di quel cammino: da un lato è un punto d’arrivo, dall’altro l’inizio di una nuova fase. Ci aspettiamo una partecipazione ampia, ed è già significativo che in così poco tempo siamo riusciti a strutturare un partito presente in tutta Italia. Avremo circa trecento delegati regionali, tutti riuniti a Bologna. Sarà non solo un momento politico rilevante, ma anche una festa, un’occasione per rinsaldare legami e ritrovare il gusto di fare politica insieme, tra generazioni diverse e con provenienze differenti. La forza di questo congresso sta anche nella capacità di unire esperienze eterogenee sotto un obiettivo comune.

Qual è il contributo specifico che NOS porterà all’interno di questo congresso?
Rivendichiamo con orgoglio il nostro percorso, e soprattutto la nostra trasformazione: da semplice movimento a soggetto politico strutturato. È una scelta coerente con i principi costituzionali e democratici, secondo i quali i partiti sono lo strumento deputato alla partecipazione politica. La sfida è complessa: riuscire, attraverso forme e strumenti tradizionali come il partito, a coinvolgere quella parte di cittadinanza oggi completamente disaffezionata alla politica, dopo oltre vent’anni di proposte inefficaci.

Come si fa?
La chiave sta nel coniugare la struttura partitica con gli strumenti contemporanei: comunicazione digitale, costruzione di comunità, linguaggi nuovi. NOS è nato così: con l’obiettivo di trasformare un’idea politica in qualcosa di più ampio, in un movimento anche culturale, capace di andare oltre i confini della politica tradizionale e parlare direttamente alle persone. È questa la sfida che più mi stimola: dare forma concreta a una proposta che rimetta il Paese al centro, non solo nei programmi, ma anche nel sentire comune. Serve un linguaggio nuovo, inclusivo, che parli di crescita, di opportunità, che sappia costruire una visione. E se è difficile? Sì, molto. Ma qualcuno deve iniziare. Dobbiamo rappresentare quella generazione che oggi non si riconosce più in nulla, ma che ha ancora voglia di credere in qualcosa. Spesso il dibattito pubblico in Italia è una gigantesca arma di distrazione di massa. Ci sono temi che oggi vengono completamente ignorati.

Parliamone.
La sanità, per esempio, è un argomento su cui non si può più aspettare: se ne parla pochissimo, e i livelli essenziali non vengono più garantiti in diverse regioni. Considerando anche l’età media della nostra popolazione, è un suicidio politico e sociale. La scuola è in condizioni drammatiche. Parlo anche per esperienza diretta: la scuola pubblica oggi, in troppe zone del Paese, è lasciata a sé stessa. Strutture fatiscenti, carenza di personale, demotivazione crescente. È un sistema che arranca e che rischia di perdere il suo ruolo fondamentale nella formazione democratica. Poi c’è un tema che mi tocca in prima persona, anche come padre di una bimba di tre anni.

Quale?
Il welfare familiare. In questo Paese manca del tutto una visione seria per le famiglie. Non esiste un sistema nazionale efficace di asili nido, il calendario scolastico è pensato per un modello sociale che non esiste più. Le famiglie, soprattutto quelle nucleari che vivono in città, sono spesso completamente sole. Il welfare, in Italia, è stato progressivamente svuotato. Ma è proprio qui che serve investire. Perché un welfare efficace non genera ricchezza immediata in termini monetari, ma genera risparmio, efficienza, qualità della vita. I servizi pubblici – quando funzionano – permettono alle famiglie di risparmiare centinaia di euro al mese, e di vivere meglio. Il potere d’acquisto non si alza solo con aumenti salariali, ma anche con politiche sociali intelligenti.

Roberto Bellia

Qual è la posizione del Partito Liberaldemocratico in materia di riforma fiscale?
Il nostro sistema fiscale è inefficiente e spesso disfunzionale: invece di favorire la crescita, la scoraggia. Il regime forfettario con flat tax ha facilitato l’ingresso nel mercato per molte partite IVA, ma la mancanza di un meccanismo di transizione verso il regime ordinario penalizza chi prova a crescere. Serve una riforma organica, non uno shock: un percorso strutturato che riparta da dove si era fermato il governo Draghi. Ma senza un ripensamento profondo della spesa pubblica, ogni tentativo resterà monco. E poi c’è una questione cruciale: l’eccessiva pressione fiscale sul ceto medio, soprattutto su famiglie con redditi tra i duemila e i tremilacinquecento euro mensili. È la fascia che tiene in piedi il Paese, eppure è sistematicamente trascurata. So cosa significa: ci vivo dentro. Serve una fiscalità più giusta, che non punisca chi lavora e contribuisce ogni giorno.

Come sogni l’Unione europea del futuro?
Serve un approccio serio, che tenga insieme storia, istituzioni e politica. La velocità con cui la realtà ci sta costringendo a scegliere è impressionante: o si rafforza l’integrazione europea, oppure si accetta il ritorno a un mondo frammentato e instabile. Non è più una questione tra destra e sinistra, ma tra chi vuole davvero l’Europa e chi no. L’instabilità crescente degli Stati Uniti dimostra quanto sia fragile l’idea di dipendere da alleanze esterne: serve una sovranità europea autonoma, anche sul piano strategico e militare. L’integrazione giuridica dell’Unione, nata su basi commerciali, ha prodotto risultati parziali. Oggi abbiamo un’Europa a due velocità: molto avanzata su alcuni fronti, ferma su altri, soprattutto quello politico e istituzionale. Ma è lì che si gioca il futuro. Il completamento dell’integrazione politica sarà lento, forse imperfetto, ma non può più essere rimandato. È il momento di scegliere se guidare questo processo o lasciarsi travolgere dalla sua assenza.

Quale contributo concreto potrebbe offrire il Partito Liberaldemocratico italiano per migliorarla?
Il Partito Liberaldemocratico si schiera in modo netto: siamo per un rafforzamento dell’integrazione, anche attraverso strumenti concreti come le cooperazioni rafforzate, specie in ambiti cruciali come la difesa comune. È per questo che la nostra proposta politica parte da un presupposto imprescindibile: l’Europa deve diventare un soggetto politico forte, coeso, democratico. E da questo presupposto deve discendere anche la nostra postura nelle alleanze politiche interne: non possiamo fare compromessi con forze che sull’Europa hanno ambiguità, se non ostilità manifeste. Non ha senso costruire un progetto di governo con chi, alla prova dei fatti, indebolisce la posizione europea dell’Italia o guarda con nostalgia a un sovranismo di corto respiro. Noi proponiamo un’alternativa chiara, fondata sulla convinzione che senza Europa siamo irrilevanti, isolati e più deboli. E non solo a livello geopolitico, ma anche per i diritti, per l’economia, per la democrazia.

Sei nato a Palermo e cresciuto a Brescia, quindi conosci bene il tema delle disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud Italia.
La cosiddetta fuga di cervelli non è più solo un’emergenza: è una ferita strutturale del nostro Paese. Parliamo di oltre settecentomila persone emigrate all’estero in dieci anni, ma il fenomeno dal Sud dura da molto più tempo. È diventata una condizione quasi normale per intere generazioni: lasciare la propria terra non è più una scelta, ma una necessità. Pochi giorni fa ero a un evento a Milano, città simbolo di questa dinamica, strapiena di fuorisede dal Sud e dal Centro. Abbiamo discusso proprio del diritto a restare, del diritto a tornare, della vita da emigrati interni, dello spopolamento dei borghi, dell’erosione dell’attrattività del nostro sistema-Paese. Il dato è chiaro: oggi l’Italia non è attrattiva nemmeno per chi viene da fuori. Perfino la domanda di manodopera straniera resta in parte insoddisfatta, questo è sintomo di un problema molto più profondo, che non è solo economico, ma culturale e sistemico.

Come si può risolvere questo problema?
Ci sono tanti piani su cui agire, e nessuna ricetta magica, ma una certezza: serve un intervento trasversale, su più livelli. Bisogna rivedere il Titolo V della Costituzione. Le differenze regionali sono diventate ormai vere e proprie fratture, anche nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. È una sfida politica che va affrontata con serietà, senza slogan. E soprattutto con la consapevolezza che non si può parlare di sviluppo, se non si garantiscono diritti e opportunità uguali in tutto il Paese. Ma non solo, bisogna rendere più efficiente la pubblica amministrazione. Spesso non è tanto la mancanza di risorse a bloccare lo sviluppo, ma l’incapacità di gestirle in modo corretto. Abbiamo fondi europei, abbiamo strumenti tecnologici, abbiamo linee guida. Eppure, facciamo ancora una fatica enorme ad adattarli alla realtà dei territori. Il problema non è la scarsità, ma l’inefficienza. Rendere la macchina pubblica più trasparente, più veloce e più accessibile vale per tutto il territorio nazionale, ma nel Sud diventa una questione vitale.

Come giudichi finora il governo Meloni?
Ci sono ambiti in cui va riconosciuto che il governo ha lavorato con serietà: sulla politica energetica, sulla tenuta dei conti pubblici e, in parte, anche sulla postura internazionale. Però le poche cose fatte bene non erano nel programma elettorale; anzi, spesso sono l’opposto di quanto promesso. Si erano presentati con slogan irrealizzabili, come l’abolizione delle accise o i bonifici diretti sui conti correnti. Purtroppo non esiste nel nostro Paese un vero meccanismo di verifica e responsabilità tra ciò che si promette in campagna elettorale e ciò che si realizza. Questo mina la fiducia e riduce la politica a teatro. Poi ci sono alcune scelte che considero profondamente sbagliate.

Quali?
L’approccio iper-penalistico, securitario, quasi ossessivo. Si continua ad affrontare ogni questione con nuovi reati, aggravanti, decreti d’urgenza, dalla sicurezza urbana all’immigrazione. Ma qualunque giurista penalista ti dirà che nel nostro ordinamento ci sono già troppe fattispecie penali. Dal 2022 in poi se ne sono accumulate altre, con una visione che non risolve i problemi ma li complica. L’ultimo decreto sicurezza, in particolare, ha aggravato norme già esistenti in modo preoccupante. È una logica repressiva, non riformatrice. Infine, c’è un’occasione mancata: quella di utilizzare la forza di una maggioranza ampia e stabile per fare riforme vere, strutturali. Hanno cinque anni davanti – cosa rara in Italia – ma continuano a inseguire il consenso immediato. In ambiti cruciali come la scuola e la sanità non si è visto alcun progetto organico, nessuna visione di lungo termine. Si va avanti per piccoli annunci, spesso pieni di incongruenze, come nel caso del nuovo codice della strada. E sulla cultura dei diritti civili, purtroppo, non solo non si è fatto nulla, ma si è comunicato in modo regressivo, con toni che riportano il Paese indietro invece che avanti.

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