La fine dell’età adulta Elenco non esaustivo di cose di cui avrei bisogno per dormire a cinquant’anni

Torna in libreria “Questi sono i 50” di Guia Soncini: «Una cosa che sapete a cinquant’anni e non sapevate a quindici è che nessun guaio è per sempre, tranne il disfacimento del corpo»

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Cose di cui avevo bisogno per dormire a cinque anni: una superficie. Ero una bambina assai schifiltosa, ma dormivo stesa sulla lercia moquette del corridoio del treno. Se siete abbastanza vegliarde da leggere questo libro, vi ricorderete i treni con gli scompartimenti: sei poltrone, si tirava una porta a vetri e tutto il mondo fuori. Dentro lo scompartimento c’era il qualsivoglia adulto che mi accompagnasse, fuori io, stesa sul pavimento del corridoio – e neanche erano anni in cui avessimo tutti l’amuchina in borsa.

Una cosa che non sai a cinque anni e sai a cinquanta è quanto siano preziose quelle sere in cui t’addormenti in macchina e un genitore per non svegliarti ti porta dal parcheggio alla cameretta in braccio. L’età adulta è quel luogo di sacrifici e privazioni in cui se t’addormenti in macchina qualcuno ti scrolla e ti dice scendi, siamo arrivati. L’età adulta è quel luogo di nevrosi e paranoie in cui mica t’addormenti in macchina.

Cose di cui avevo bisogno per dormire a quindici anni: niente. Il sonno adolescenziale è più forte di tutto. Più forte degli impegni, delle responsabilità, della scuola, della sveglia. Passavano forse cinque secondi tra il momento in cui pigiavo la sveglia per spegnerla e quello in cui stavo di nuovo sognando. Sei settimane prima che compissi sedici anni ci fu un concerto organizzato da Amnesty International. Forse ve ne ricordate: c’era anche Claudio Baglioni, e il pubblico cafone andato lì per il rock gli tirò le bottiglie non ritenendolo all’altezza (erano plausibilmente giovani e stupidi, anche se è difficile immaginarsi gente così giovane e così stupida da non ritenere Claudio Baglioni all’altezza).

Avevo un biglietto: c’era anche Springsteen, e la me quindicenne era fan sfegatata di Bruce (e di Baglioni: avevo una vocazione alle convergenze parallele, pur non sapendo cosa fossero). Il concerto era a Torino, ed era in un giorno in cui non c’era scuola. La sveglia per andare a prendere il treno suonò, io la spensi e continuai a dormire. Dov’eri mentre accadeva la storia del pop? Dormivo. Fa meno ridere dello «sparecchiavo» della figlia del conte Mascetti, ma svela un analogo senso delle priorità.

Cose di cui avrei bisogno per dormire a cinquant’anni, elenco non esaustivo.

Quattro cuscini: due morbidi per la testa, due rigidi per appoggiarci faccia e ginocchia quando mi giro di fianco.

Essere completamente coperta, nuca compresa, da qualcosa di pesante più d’un lenzuolo, il che significa già dalla primavera aria condizionata a diciotto gradi: ogni volta che si dibatte di spreco energetico e riscaldamento globale e responsabilità dell’Occidente, io fischietto sperando non si accorgano mai che le calotte le hanno sciolte le mie emissioni.

Non avere alcun impegno la mattina: se ho un aereo, un treno, una riunione, una consegna della spesa, anche solo un appuntamento per la colazione con un’amica, se ho una cosa qualsiasi da fare in un qualsiasi orario mattiniero anche quattro ore dopo l’ora in cui abitualmente mi sveglio, io non mi addormento per il terrore di non svegliarmi in tempo.

Il buio totale: quand’ero piccina, mia madre partiva con degli asciugamani neri in valigia che poi avrebbe appeso alle finestre degli alberghi; io ridevo, incosciente come Franti, perché non sapevo che il mondo è pieno di posti assurdi come gli Stati Uniti, in cui le finestre non hanno scuri, e perché avevo cinque anni o quindici, e dormivo anche con la luce, anche col rumore, anche con la peperonata sullo stomaco; ridevo perché ogni età che si ha si pensa sia quella definitiva, e non sapevo che la me cinquantenne non avrebbe avuto neanche una cellula in comune con quella quindicenne.

Passare mezz’ora sul fianco sbagliato, che non so quale sia, perché in una vita di setto nasale storto non sono riuscita a memorizzare da che lato non respiro, e quindi ogni sera non ricordandomi quello giusto mi stendo dal lato sbagliato, e solo dopo mezz’ora capisco, mi giro, e ricomincio il tentativo d’addormentarmi.

Aver controllato d’avere attorno al letto tutte le pastiglie: quella per il colesterolo che devi prendere prima di dormire; quella per lo stomaco che appena sveglia devi ingoiare un’ora prima di qualunque altra cosa; quella per la pressione – che prenderai dopo aver trascorso un’ora, dal risveglio e dalla pastiglia per lo stomaco, a scrollare il telefono per controllare se nella notte è morto qualcuno.

Che non ci sia nessuno: sicuramente nessuno nel mio letto e nella mia stanza, preferibilmente nessuno in casa. Una cosa che ignoravo a venticinque anni e mi è chiarissima a cinquanta è che non si divide il letto per eccesso d’amore: si divide il letto per insufficienti metri quadri. Chi dorme insieme non è innamorato: è che non può reggere il costo a metro quadro di due camere da letto.

Anche date tutte queste condizioni, non dormo comunque. Dopo una certa età non si dorme. Vi diranno che è per i figli: li fate, e non dormite mai più, eternamente preoccupati che soffochino nella culla, e poi che si sfracellino in motorino, e poi che non si laureino entro i trentacinque anni, e poi che morirete lasciandoli incapaci di badare a sé stessi quando ne hanno suppergiù sessanta. Non è vero: non ho figli, non ho pesci rossi, non ho alcuna responsabilità se non godermi la vita, e non dormo comunque.

Una cosa che non sapevi a vent’anni ma sai a cinquanta è che non esistono le regole: esistono solo le eccezioni. E quindi ci sono eccezioni all’anagrafe dell’insonnia: frequentavo un cinquantenne che in aereo s’addormentava prima del decollo e si svegliava all’atterraggio, ed era pure stato a bordo d’un aereo precipitato e insomma avrebbe avuto tutte le ragioni post-traumatiche per essere perpetuamente isterico in volo, e invece era rilassato come un bovino.

Per non dire di mio padre: all’età che ho io ora, dormiva senza alcuna difficoltà; mia madre gli rinfacciava che appena sfiorato il cuscino già russasse, e lui raccontava ridendo d’un tizio con cui lavorava: quando andavano fuori città insieme dividevano la stanza, e il tizio s’addormentava nel tragitto da seduto a steso, quando toccava il cuscino già stava sognando.

Sono cresciuta pensando che insonni fossero le donne e invidiabilmente bovini gli uomini, ma no: ho cinquant’anni e molti coetanei con gameti maschili epperò insonni (per fortuna, almeno la notte trovi sempre qualcuno su WhatsApp con cui condividere imprecazioni e recriminazioni e antipatia per quelli che a quell’ora, bovinamente, dormono).

Una cosa che sai a cinquant’anni e non sapevi a venticinque è che del non dormire non bisogna parlare. Lo faccio qui perché un vantaggio dei libri rispetto alle altre forme di comunicazione contemporanee è che essi non sono commentabili. Se questo fosse un articolo di giornale, o peggio un post social, sotto ci sarebbe già un pieno di consigli non richiesti; se fosse una cena con amici, peggio ancora: i loro consigli l’algoritmo non ti permette di silenziarli. Tutti hanno la soluzione che ti salverà dall’insonnia: tutti vogliono che provi l’intruglio del loro erborista, o la loro benzodiazepina, o il corso di meditazione cui si sono iscritti loro, o almeno a tenere il cellulare in un’altra stanza. Tutti pensano d’avere la ricetta per il successo, facendoti innervosire ancora di più.

Non ho consigli risolutivi per farvi dormire un sonno da liceali, ma sono ragionevolmente certa che, se leggete i consigli per l’insonnia prima d’andare a dormire, v’innervosirete abbastanza da passare la notte in bianco. A meno che non abbiate cinque anni o quindici, nel qual caso l’insonnia vi risulterà estranea come la lettura degli editoriali sui quotidiani, il calcolo dei contributi pensionistici, la consapevolezza che chi disdice un impegno permettendovi di restare a casa vi vuole più bene di chi v’invita da qualche parte costringendovi a uscire, e la certezza che un amore andato a male è una cosa di cui poi riderete, mica un lutto sempiterno.

Una cosa che sapete a cinquant’anni e non sapevate a quindici è che nessun guaio è per sempre, tranne il disfacimento del corpo: non dormirete mai più, non digerirete mai più la peperonata, non sarete mai più quelle che senza sforzo fanno non dico una partita di pallavolo in spiaggia ma anche solo si toccano le punte dei piedi; in compenso saprete chi siete, e com’è fatto il mondo. Vi pare poco.

Tratto da “Questi sono i 50. La fine dell’età adulta” di Guia Soncini, Marsilio, 188 pagine, 11 euro

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