
Nella lotta al cambiamento climatico, la riforestazione gioca da sempre un ruolo determinante. Simbolico per certi versi, sicuramente non risolutivo, ma determinante. Ma in un contesto che varia di giorno in giorno, dipingendo scenari a tinte fosche soprattutto per quanto riguarda i rischi per l’ambiente, capita che a cambiare sia anche la geografia del contrasto alla crisi climatica.
Dove rinasceranno le foreste che salveranno il clima? È questa la domanda a cui tenta di dare risposta uno studio pubblicato su Nature Communications e coordinato da The Nature Conservancy. In materia di riforestazione, la comunità scientifica si basa sulla disponibilità di mappe aggiornate per valutare le zone più idonee a piantare nuovi alberi.
L’analisi elaborata dal team coordinato da Kurt Fesenmyer, Susan Cook-Patton e Forrest Fleischman conduce a una vera e propria novità in termini cartografici: nel mondo ci sono 195 milioni di ettari in cui la riforestazione può davvero fare la differenza per il clima, senza sacrificare la biodiversità e i diritti delle comunità locali. In termini giornalistici, una notizia. La ricerca delle opportunità “win-win” per il ritorno degli alberi ha adesso una bussola rinnovata e più selettiva: la fine delle illusioni sulla possibilità di ripiantare ovunque che apre la strada a una riforestazione più giusta, efficace e sostenibile. Per lo meno, la speranza è questa.
Andare oltre una lunga tradizione intrisa di cieco ottimismo, infatti, è lo scoglio più arduo da superare per il team di ricercatori che hanno elaborato lo studio. Dopo anni di stime eccessive e campagne globali che promettevano foreste ovunque, una nuova generazione di mappe scientifiche ha ridisegnato il potenziale reale della riforestazione mondiale. Il risultato?
Il pianeta ha sì spazi preziosi dove gli alberi possono tornare a crescere e assorbire CO₂, ma le nuove mappe restituiscono molti meno ettari di quanti si pensasse: un’area grande come il Messico, ma il settantuno per cento in meno rispetto alle stime precedenti. Luoghi scelti con un’attenzione quasi chirurgica per evitare danni a persone o all’ecosistema, spesso sacrificate in favore della “foresta a tutti i costi”.
Secondo The Nature Conservancy, se queste aree venissero tutte sottoposte a riforestazione si potrebbero rimuovere ogni anno oltre due miliardi di tonnellate di anidride carbonica, una quantità pari a tutte le emissioni annue dell’Unione europea.
Come si diceva, un contributo determinante ma non risolutivo: «La riforestazione non è un sostituto alla riduzione delle emissioni da combustibili fossili, ma anche se domani dovessimo ridurre drasticamente le emissioni, avremmo comunque bisogno di rimuovere l’eccesso di CO₂ dall’atmosfera», spiega Cook-Patton. «Molti anni di evoluzione hanno permesso agli alberi di imparare come assorbire la CO₂ dall’atmosfera e immagazzinarla, quindi questa soluzione è già pronta per essere implementata su larga scala».
La fine delle illusioni: perché servono mappe più precise
Negli ultimi dieci anni, la narrazione globale sulla riforestazione si è spesso basata su numeri eccessivamente ottimistici. Per alcuni studi la ricetta consisteva nel piantare alberi su seicentosettantotto milioni di ettari – un’area grande il doppio dell’India, per intenderci –, in modo da assorbire fino a dieci miliardi di tonnellate di CO₂ l’anno, un dato maggiore rispetto a quanto prodotto dagli Stati Uniti. Stime che, però, non tenevano conto di una serie di fattori cruciali, primo fra tutti l’impatto sulle popolazioni che vivono e dipendono da quei territori.
Le nuove mappe, invece, sono nate proprio per rispondere a queste critiche. Gli scienziati hanno adottato un approccio volutamente conservativo, escludendo aree colpite da incendi recenti, praterie autoctone e zone dove la riforestazione potrebbe danneggiare la biodiversità, con un occhio di riguardo per quei territori abitati da comunità vulnerabili o con diritti fondiari incerti. «Gli studi precedenti spesso non affrontavano come la riforestazione potesse avere effetti negativi sul benessere umano, in particolar modo su quello delle persone povere che vivono nelle aree rurali più remote», sottolinea Fleischman.
Un menù globale, non una ricetta unica
Quel che ne viene fuori è una fotografia senz’altro drasticamente ridimensionata ma più realistica, attenta anche ai risvolti sociali della riforestazione. Il vero elemento di novità connesso a questo lavoro non è solamente la prudenza nei numeri, quanto la flessibilità nell’approccio scientifico.
Le nuove mappe, infatti, non propongono una ricetta unica, ma un vero e proprio “menù” di opzioni, che governi, comunità e investitori possono consultare per scegliere le aree più adatte in base alle priorità locali, dalla mitigazione del clima alla tutela per la biodiversità passando per la sicurezza idrica e i diritti delle popolazioni autoctone. Come sottolinea Fesenmyer, «c’è sempre un insieme di valori o motivazioni che guida il modo in cui si produce la mappa e la risposta che si ottiene».
Così, accanto alla cartografia da centonovantacinque milioni di ettari, gli scienziati hanno identificato anche opzioni più restrittive che danno priorità a tre criteri: evitare conflitti sociali, migliorare la biodiversità e la qualità dell’acqua, puntare su Paesi in cui esistano già obiettivi politici di riforestazione. In tal modo, la superficie si riduce ulteriormente scendendo a quindici milioni di ettari, ma si garantisce che ogni progetto abbia il massimo consenso e il minimo rischio di fallimento sociale o ambientale.
Il Global reforestation hub, la piattaforma interattiva lanciata insieme allo studio, permette di esplorare queste opportunità caso per caso, Paese per Paese, incrociando dati su clima, biodiversità, diritti fondiari e politiche locali. Un governo interessato alla mitigazione del cambiamento climatico e alla protezione dalle inondazioni, ad esempio, può individuare le aree dove entrambi gli obiettivi possono essere raggiunti insieme e veicolare così tutti gli sforzi in termini di riforestazione
Dove sono le nuove “terre promesse” della riforestazione
Ma allora, dove sorgeranno le foreste del futuro? Le opportunità più interessanti si concentrano negli Stati Uniti orientali, nel Canada occidentale e ancora in Brasile, Colombia, Europa e Australia. In particolare, il Brasile – che a novembre ospiterà la Cop30 sul clima – rappresenta un caso emblematico: qui la Foresta Atlantica è al centro di progetti di riforestazione che puntano a ripristinare 1,2 milioni di ettari, con benefici per il clima, lo sviluppo economico e la fauna selvatica.
Il nuovo approccio, però, comporta anche delle rinunce. La mappa più conservativa, infatti, elimina quasi tutte le possibilità di riforestazione in Africa e nel Sud-est asiatico per timore di conflitti sui diritti fondiari. Un rischio che il professor Simon Lewis dell’University College London – non coinvolto nello studio ma interpellato dal Guardian – invita a non sottovalutare.
«Questo rischia di perpetuare la povertà, se gli investimenti nella natura evitano i paesi poveri con una governance limitata. I piani per investire nella natura per migliorare i mezzi di sussistenza locali e anche per il clima e la biodiversità dovrebbero essere colti, poiché spesso vanno di pari passo».
Piccolo è meglio
La lezione che arriva da questa nuova generazione di mappe è chiara: la riforestazione resta una delle opzioni più convenienti per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, ma non può e non deve avvenire ovunque. «Chi vorrebbe vedere le praterie naturali coperte da alberi invece che da leoni, elefanti e altra fauna?», si domanda Lewis.
Dare priorità ad altre motivazioni, come la salute umana o la tutela di determinate specie viventi, potrebbe aumentare l’area totale di opportunità, ma la chiave resta la selettività: meglio pochi progetti ben fatti, che tanti interventi mal concepiti. «Dobbiamo accelerare il nostro focus verso i luoghi con i maggiori benefici per persone e natura e con il minor numero di svantaggi, i luoghi più probabilmente win-win», conclude Cook-Patton.
E non è un caso che questa nuova consapevolezza scientifica arrivi proprio mentre l’Europa si interroga sulle modalità più efficaci per contrastare la deforestazione globale. Il recente rinvio dell’entrata in vigore del regolamento Ue sulla deforestazione, pensato per impedire l’importazione di prodotti legati alla distruzione delle foreste, riflette le stesse complessità emerse dagli studi sulla riforestazione: la necessità di strumenti rigorosi, ma anche l’urgenza di elaborare soluzioni che non penalizzino le comunità locali né generino nuove disuguaglianze.
Così come le mappe aggiornate puntano a evitare interventi maldestri o dannosi, anche la normativa europea cerca un equilibrio tra ambizione ambientale e sostenibilità sociale, consapevole che la vera tutela delle foreste passa dalla capacità di integrare dati scientifici, diritti umani e sviluppo economico.