Il rapporto “Teens, Social Media and Mental Health”, pubblicato lo scorso aprile dal Pew Research Center di Washington, seppur limitato agli Stati Uniti, ci aiuta a capire meglio le relazioni coi social media e le conseguenze che, in particolare negli adolescenti, ne scaturiscono.
Lo studio, basato su un sondaggio online su milletrecentonovantuno adolescenti e genitori nell’autunno 2024, mette a fuoco le esperienze, gli atteggiamenti e le ricadute sotto il profilo della salute mentale che un uso smodato dei social può procurare.
Il cinquantacinque per cento dei genitori riferisce di essere estremamente / molto preoccupato per la salute mentale degli adolescenti e il quarantaquattro per cento di questo gruppo ha identificato i social media come il fattore che ha il maggiore impatto negativo su di loro.
E questo lo immaginavamo; più inaspettato forse l’aumento di consapevolezza tra gli stessi adolescenti. Più di quattro su dieci (quarantacinque per cento) affermano di «passare troppo tempo sui social media».
Ma di quali social media stiamo parlando? Pew Research Center risponde con una fotografia ricavata da un sondaggio rivolto a più di cinquemilasettecento statunitensi, condotto dal 19 maggio al 5 settembre 2023. Le differenze di età sono particolarmente grandi per Instagram, Snapchat e TikTok, piattaforme che vengono utilizzate dalla maggioranza delle persone sotto i trent’anni. YouTube e Facebook sono le uniche due piattaforme utilizzate dalla maggioranza di tutte le fasce d’età.
Più recente il report “Taking Stock With Teens®” della banca d’investimento multinazionale americana Piper Sandler, pubblicato nella scorsa primavera. Si tratta di una ricerca semestrale, attiva da diversi anni, che raccoglie dati tramite sondaggi da seimilaquattrocentocinquantacinque adolescenti americani, con un’età media di sedici virgola due anni.
Vengono indagati comportamenti di spesa, le tendenze della moda, aspetti legati all’uso della tecnologia, il rapporto con il digitale e altre dinamiche socioeconomiche utili a decifrare le tendenze comportamentali di questo insieme generazionale. L’ottantotto per cento degli adolescenti possiede un iPhone (con il venticinque per cento degli adolescenti che intende passare a breve a un iPhone). Instagram è il social media più utilizzato (frequentemente dall’ottantasette per cento degli adolescenti). TikTok è rimasto fermo al settantanove per cento, mentre l’uso di Snapchat è cresciuto al settantadue per cento.
Tanti studi a livello globale hanno dimostrato come il grado di dipendenza dall’uso dei social porti a varie problematiche di disturbi dell’equilibrio psichico e mentale dei giovani, in particolare nella generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012).
Sul Washington Post, lo scorso aprile, Tamar Mendelson, direttore del Center for Adolescent Health presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, a commento dell’indagine di Pew Research, rimarcava: «Dal 2011 circa, quando gli smartphone stavano davvero entrando in azione, abbiamo visto che i tassi di problemi di salute mentale come la depressione e l’ansia hanno iniziato ad aumentare e sono aumentati da quel momento».
Non è una battaglia, spiega, né contro i social in quanto tali, né contro il (tanto) tempo trascorso attaccati a uno smartphone. Ma su cosa essi sostituiscono. Al di là della quantità di tempo trascorso online, sottolinea Mendelson, «la domanda è: cosa stanno sostituendo i social media nella vita di un giovane? Se stanno sostituendo i pasti insieme alla famiglia, sane ore di sonno, il tempo trascorso effettivamente a socializzare con gli amici di persona, allora questo è preoccupante».
Di pari interesse, e con le medesime risultanze, la ricerca “School Health Promotion”, che viene condotta in Finlandia a livello nazionale ogni due anni dal 2019 a oggi dal Wellbeing Services County e promossa dal Finnish Institute for Health and Welfare sotto la direzione scientifica dell’Università di Helsinki (Pediatric Research Center).
Si propone di valutare la reale correlazione tra l’aumento dell’uso di Internet e le ore di sonno e/o dedicate all’attività fisica e/o alle relazioni sociali in persona, così come l’incremento delle assenze a scuola ingiustificate e/o con giustificazione medica. Questi i risultati: le ragazze, risultate le più vulnerabili, trascorrono sullo smartphone circa sei ore al giorno, lo aprono in media centouno volte al giorno e il diciassette per cento di loro ha molto probabilmente già sviluppato dipendenza dai social network.
Una patologia da contrastare: come? «È ora di abbracciare il Dugnadsånd», suggerisce Meik Wiking, a capo del Happiness Research Institute di Copenaghen, intervistato dal Guardian. Il Dugnadsånd, approssimativamente tradotto come «spirito comunitario», incorpora lo spirito che ha animato, spesso per necessità, le tante generazioni che ci hanno preceduto: «una sorta di disponibilità collettiva delle persone a riunirsi nel contesto di progetti comunitari, sottolineando il valore della cooperazione e dell’altruismo», spiega Wiking.
Pulire insieme parchi pubblici o letti di torrenti in secca, vicini che aiutano i vicini, comunità che rimuovono la spazzatura o creano parchi giochi, servizi di prossimità di varia natura. «Aiutarsi a vicenda attraverso la reciprocità ha reso l’intera comunità più forte, più resiliente e direi anche più felice», sottolinea Wiking.
L’autrice dell’intervista, Emma Beddington, in un altro articolo citava una ricerca dell’Università del Kent, “The Value of Pets: The Quantifiable Impact of Pets on Life Satisfaction”, che ha concluso che gli animali domestici erano equivalenti a settantamila sterline di soddisfazione e benessere della vita.
Un recentissimo sondaggio promosso dalla multinazionale statunitense del settore agroalimentare (compreso cibo per animali), Mars Inc., su un campione di trentunomiladuecentonovantanove proprietari di animali domestici, rivela come il cinquantotto per cento delle persone – in tempi di stress – trovino gatti e cani più confortanti delle persone, compresi coniugi, amici e figli.
Mentre i vantaggi della Pet Therapy li conosciamo bene (secondo dati Assalco e Doxa, in Italia, circa il quarantatré per cento delle famiglie possiede almeno un animale domestico: cani e gatti i più diffusi, con circa sette virgola nove milioni di cani e sette virgola cinque milioni di gatti che vivono nelle nostre case), il valore che il sentimento di fare comunità e generare sforzi collettivi – o semplicemente di stare insieme condividendo esperienze – sembra apparire meno evidente.
Si tratta di recuperare un senso di socialità e di relazione sociale che rimane tipica dell’uomo, anche in senso antropologico. Serena Mazzini, esperta italiana di social-media-strategy, nel suo recentissimo libro “Il lato oscuro dei social network”, chiosa: «Riprenderci il controllo significa soprattutto guardare oltre gli schermi, ritrovando valore nelle comunità fisiche che spesso abbiamo trascurato. Questi spazi, fragili ma preziosi, offrono la possibilità di costruire relazioni autentiche, dove l’interazione non è filtrata da algoritmi o metriche di successo».
Aristotele definì l’uomo «animale sociale» per la naturale capacità di interagire, cooperare e formare comunità; una caratteristica fondamentale dell’umanità, legata al suo sviluppo. Ha ancora ragione?