Dai referendum dell’8 e 9 giugno alle manifestazioni contro il riarmo in Europa, il giugno della sinistra culturale italiana – che oggi pare prevalente nell’indirizzo alla sinistra tout court – sembra essere figlio di una dimensione identitaria (qualcuno direbbe ‹tanto cara alla destra›), che finisce per diventare culto dell’autorappresentazione, nel solco di una sempre presente autoproclamata superiorità morale come naturale tratto distintivo.
Per i referendum sul lavoro si è trattato sostanzialmente di una resa dei conti tra gruppi dirigenti, tutta intestina, con modifiche che non avrebbero migliorato in maniera sostanziale e strutturata le condizioni dei lavoratori, ma piuttosto, causato in molti casi distorsioni ideologiche e passi indietro, con il portato principale di affermare la propria visione del mondo.
In questa reiterazione perseverante di autogol ciclici si inserisce ovviamente anche la politica internazionale. Sull’essenza dei grandi conflitti in corso che ci toccano da più vicino per coinvolgimento emotivo e sensibilità o per orizzonte geostrategico, si riscontra un’evidenza secondo la quale i più accesi e radicali sui drammi di Gaza, che condannano – anche in buona fede, non solo legittimamente ma anche giustamente, con passione encomiabile – la mattanza del popolo palestinese e le reazioni del governo israeliano, non riescono non solo a non arrivare mai a usare gli stessi toni e il medesimo spirito di denuncia per quanto avviene in Ucraina, ma addirittura giungono a negare l’intento distruttivo e criminale della dittatura russa, ridimensionando violenze, stragi e volontà di sterminio del regime putiniano.
Non si capisce l’esigenza di parteggiare davanti ai drammi, se non attraverso la lente della rivendicazione del proprio essere ed esistere. Perché, piuttosto, non riconoscere oppressione e ingiustizia quando esistono, pur all’interno di dinamiche e cornici storiche differenti? E perché non usare la stessa energia nel denunciare il sopruso, indipendentemente da dove questo derivi, con il rispetto che si deve a tutte le vittime e il sostegno a chi resiste?
Ciò avviene ripetutamente tra simpatizzanti, militanti, esponenti. Il tema che genera poi maggiore tristezza e sfiducia è vedere i più giovani e tanti segmenti di Gen Z orientati a sinistra interpretare questo ruolo a fasi alterne, in maniera polarizzata e polarizzante, rabbiosa, da ultimo piuttosto superficiale. Senza considerare quanto sia diffusa l’incapacità di evitare di entrare nel mostruoso equivoco antisemita – rafforzando il gioco dei terroristi di Hamas, che intrappolano aspirazioni di libertà e autodeterminazione del popolo palestinese, ogni tanto è bene ricordarlo – quando sarebbe sufficiente (oltre che necessario) prendere le distanze dai crimini internazionali dell’esecutivo Netanyahu, condannando la sistematica violazione del diritto internazionale.
Tutto ciò fa parte di una netta sconfitta dentro la grande partita esistenziale della guerra cognitiva, dove l’ideologia non porta alla reale comprensione dei fenomeni, ma piuttosto imbruttisce, rendendo la difesa delle posizioni viziata e debole.
Nonostante tutto, preso il quadro generale, lo spazio per riformisti e riformatori seri e pragmatici può e deve essere ancora nel centrosinistra, complice anche il vulnus socioculturale di una solida formazione liberaldemocratica – intesa come dottrina politica – mai avviatasi nella storia del Paese.
Importante è però comprendere una volta per tutte che un centrosinistra senza una solida vocazione riformista non ce l’ha fatta mai, e continuerà a non farcela. A patto che, ovviamente, ci sia una qualche volontà ad aspirare e diventare maggioranza del Paese.
L’impressione odierna è che la sinistra italiana sia confortata tra le proprie certezze, non sentendo il bisogno di un dialogo tutto da costruire con le diverse fette della società civile, così come di avviare una discussione franca con i riformisti accantonati o messi alla porta – quelli del vecchio Partito Democratico su tutti.
Qualche consiglio utile, nella costruzione di un’agenda programmatica utile a sé stessa e al domani del Paese, almeno se si vorrà incidere: i problemi del mondo del lavoro andrebbero presi per quelli che sono allo stato attuale, senza infilarsi in anacronistiche battaglie di retroguardia. Ricercare soluzioni per la bassa produttività, quindi per i bassi salari, con uno sguardo rivolto a un ruolo più attivo dei giovani nel mercato e alla semplificazione di carriera per le donne, nell’orizzonte di impatto dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. È su questo che un centrosinistra moderno è chiamato a misurarsi.
Quello del lavoro è uno dei temi principali – insieme alla sicurezza, al pari della sanità – che deve far riavvicinare la politica all’ascolto dei bisogni delle persone. In questo senso, le risposte della destra italiana, pur essendo sbagliate e anch’esse fuori dal tempo, sovranisticamente parlando, risultano più prossime alle necessità degli italiani – pur non orientando correttamente quelle percezioni. Anche qui, siamo davanti a un collante con la realtà composto da spazi di dialogo che bisognerebbe ritrovare.
Se esiste un doppio binario tra opinione pubblica e classi dirigenti, queste non devono certamente educare la prima, ma quantomeno generare canali che permettano una comunicazione effettiva, fuori da schizofrenici circuiti da compartimenti stagni che non fanno altro che alimentare la progressiva riduzione di fiducia e partecipazione.
Sul piano della politica estera, un centrosinistra progressista, solido e pragmatico dovrebbe intestarsi una grande e trasversale battaglia – anche, forse soprattutto, di piazza – per l’Ucraina, contro il sanguinario dittatore Putin, uscendo dal tabù delle riflessioni sulla difesa – comune europea su tutte.
Perché, poi, non avviare una grande piattaforma che contrasti le strategie di guerra non lineare e della disinformazione come suo portato, ponendo l’accento sulla sfida della difesa delle democrazie liberali dalle ingerenze straniere della guerra ibrida? Portare la questione nel dibattito pubblico sarebbe già un primo risultato.
E poi sostenere con forza i dissidenti palestinesi anti-Hamas, i democratici israeliani – che siano liberi di esporre le proprie stelle di David, senza il rischio che qualche cretino li cacci dai cortei o che bruci le bandiere israeliane – ovviamente gli ucraini che lottano per la libertà, pure europea, i georgiani consapevoli delle sfide avanzate dalle autocrazie e dalle manipolazioni informative, così come le donne iraniane di Donna, Vita, Libertà e gli iraniani contro gli ayatollah, nella loro tensione ideale verso l’essere liberi.
Un centrosinistra italiano dalla parte giusta della storia, nazionale e internazionale, che abbia il coraggio di sostenere certe idee. Si può costruire.