Si va verso un flop, che potrebbe anche essere pesante. L’operazione identitaria della Cgil e soprattutto della sinistra Pd-M5s-Avs si sta rivelando incapace di conquistare il consenso della maggioranza degli italiani. Vedremo alle 15 l’affluenza finale, ma i dati di ieri sera non depongono bene per i referendari. Dovrebbe finire con un’affluenza intorno al trenta per cento. L’Italia dunque annullerà per l’ennesima volta un appuntamento referendario. Siamo sul livello della consultazione sulle trivelle, per capirci. Ovviamente l’affluenza risulta più alta nelle grandi città e nel Centro Italia: è il popolo di sinistra che ha votato, rinchiuso nel recinto della sua identità con marcati tratti antiriformisti (c’era davvero bisogno di tutto questo cinema per bocciare le riforme di Matteo Renzi di dieci anni fa?).
Il Paese reale, già largamente disaffezionato dalla politica, se ne infischia delle lotte interne al centrosinistra: la maggioranza di governo, che non è stupida, di fatto si è chiamata fuori dallo scontro referendario, e oggi sgranocchia i popcorn.
Già, è stato un autogol dei gruppi dirigenti della sinistra, rancorosi e narcisisti. Oggi sapremo se il Partito democratico sarà riuscito a conquistare i famosi dodici milioni di Sì (o al Nazareno intendevano mettere in questa cifra i votanti, compresi i No, le bianche e le nulle?) che secondo i machiavellismi di Elly Schlein costituirebbero la vittoria del tripartito Pd-M5s-Avs.
In ogni caso, è una sconfitta bruciante per Maurizio Landini, stracciato nel voto popolare, cosa che per un sindacalista dovrebbe essere una macchia indelebile. E se la Cgil fosse quella di una volta la cosa provocherebbe un bel trambusto – che chiaramente non ci sarà.
Elly Schlein attende con ansia di poter sventolare i dodici milioni di votanti, cioè più degli elettori della destra alle scorse politiche, un discorso di pura propaganda che può però rinfrancare le truppe. La segretaria dovrà spiegare cosa ha combinato, sperando che davvero non si crogioli mascherando un risultato che segna comunque una grave sconfitta. Perché il referendum lo ha perso lei, lo hanno perso Landini e gli altri leader della sinistra (a Giuseppe Conte non gli importerà più di tanto). Bisognerà capire se nel Pd qualcuno le chiederà conto di un disastro simile.
Che – questo si può dire a urne ancora aperte – segnala una volta di più che la sinistra Pd-M5s-Avs non solo è minoranza, ma sembra esserne contenta. E la stessa cosa in un certo senso si può dire della manifestazione per Gaza di sabato. I trecentomila ovviamente non erano trecentomila, ma questo ormai è il giochino che fanno tutti gli uffici stampa delle manifestazioni. Si è sempre fatto, ma ora si esagera davvero.
Ma lasciamo stare queste miserie e andiamo alla sostanza: è stata un’ottima manifestazione, non oceanica, della sinistra, cioè del partito unico Pd-M5s-Avs che si è ulteriormente cementato su una cosa terribile come Gaza e scalda i motori in vista delle regionali e poi delle politiche, e si ritiene più competitivo di due anni fa. Bravi i leader a costruire un’immagine di compattezza e unità (vedremo poi sarà la stessa quando – e se – bisognerà decidere chi fa il premier o il ministro degli Esteri). Ciò che è avvenuto a San Giovanni non è stata la presa del Palazzo d’Inverno ma giusto una buona manifestazione di militanti della sinistra, più o meno i soliti da decenni, dal PdS ai girotondi agli europeisti di Michele Serra, e che non rappresenta di per sé alcun «avviso di sfratto» al governo. Questa è un’altra torsione psicanalitica della sinistra.
Ogni cosa deve evocare la caduta del governo in carica: vale per Gaza, vale per i referendum di queste ore. Giorgia Meloni ignorerà i trecentomila di San Giovanni e enfatizzerà il non raggiungimento del quorum. Per lo sfratto ci vuole ben altro che una sinistra chiusa nel suo recinto identitario.