
Si chiamano entrambi Partito Democratico e paragonarli è azzardato (se non nelle comuni disgrazie), ma qualche analogia va sottolineata, se non altro perché certi difetti dei dem americani sarebbero istruttivi per i dem di casa nostra, pur noti per disattenzione verso le lezioni dei fatti. Ne hanno appena ricevuta una con la sconfitta del referendum della Cgil contro la legge da loro stessi voluta, frutto non di un capriccio renziano, ma di un lungo percorso che partiva addirittura da Romano Prodi e Tiziano Treu.
Prima analogia: si perdono in modo disastroso le elezioni o i referendum, ma non si fanno le opportune riflessioni, fischiettando indifferenti e guardandosi l’ombelico. Il maggior fastidio a Largo del Nazareno è quello di avere tra i piedi Matteo Renzi, che fa opposizione forte a Giorgia Meloni anche solo usando cinque minuti al Senato, e – sfrontato – dice con sorriso beffardo che il candidato di sinistra a Palazzo Chigi sarebbe Elly Schlein.
Negli Stati Uniti, l’unico leader ancora credibile, Barack Obama, è sparito, anche perché non è più candidabile. Il partito non esiste, e attende che piovano dal cielo, senatori repubblicani in crisi di coscienza.
La gravità dei problemi, nei due campi al di qua e al di là dell’Atlantico, è enorme, ma, francamente, la tragedia della democrazia americana è cosa ben più seria (basti vedere cosa sta succedendo, non solo a Los Angeles) del farsesco traccheggiamento nazareno, che ruota tutto intorno al modo in cui verranno compilate le liste per le prossime elezioni politiche.
In attesa di esserne esclusi, i riformisti si limitano a temere di essere esclusi. Il loro (ex) capo, Stefano Bonaccini, torna a raccomandare prudenza con tono pastorale, e l’unico che si fa sentire, Pierluigi Castagnetti, lo fa da casa sua, vate inascoltato. Giorgia Meloni si lamenta solo del fatto di dover stare a Palazzo Chigi per dieci anni: che barba, che noia.
I Dem delle due coste atlantiche hanno un’altra analogia: il tempo massimo a disposizione è limitato, corrisponde più o meno ai diciotto mesi di attesa per le elezioni di midterm. Vale anche per l’Italia, perché nell’autunno 2026 sarà certamente troppo tardi per realizzare la conversione necessaria.
Questo significa muoversi subito, non con la solita Direzione unanime, la solita Assemblea unanime, il solito Congresso prefabbricato. È mai pensabile che si possa andar avanti, in questo spazio vuoto in attesa della grande Verità elettorale, discutendo all’infinito del campo largo? Almeno Goffredo Bettini tenta ogni tanto di descriverne i confini, con la sua pretesa di costruire una gambetta interna sul modello indipendenti di sinistra, stavolta rappresentata dai moderati, qualunque cosa questa parola significhi.
Per il resto, è tutto un cercare punti di convergenza con Giuseppe Conte, la cui esistenza in vita politica non è mai legata alla capacità di proposta (l’ultima sua parola intellegibile, dopo gratuitamente, è progressista), ma proprio al continuo riferimento che il PD fa al suo ruolo vero o presunto.
Passerebbe quasi inosservato, se non ne parlasse in modo compulsivo il cerchio magico di Elly. L’elettorato meridionale, di cui si nutre, è molto sensibile e disponibile verso chi conta, chi è in odore di potere, e per ora sta con lui nei sondaggi, e non lo mollerà se continuerà a essere il convitato di pietra di qualsiasi confabulazione Dem, ma la gloria passa in un attimo, se ci fosse odore di irrilevanza. Soprattutto, come si fa a mettere insieme mondi diversi se la leader di un così grande schieramento è ancora quella di Occupy Pd?
L’operazione di conciliazione tra i centristi antipopulisti e i progressisti alla Conte non è aritmetica (come fa la destra cinica e bara, registrando indifferente l’abisso tra Tajani e Salvini), è di riflessione e individuazione di priorità nel percorso, nelle parole d’ordine.
Anche qui c’è una forte analogia con i problemi irrisolti dei cugini americani. L’analisi non viene dal conformismo mediatico italiano, ma da un commentatore non ultras del New York Times, David Brooks, quando scrive: «la sfida dei Democratici è che devono adattarsi a una nuova era storica». L’era del «movimento populista globale» che, secondo Brooks, «ha portato a Donald Trump, Viktor Orbán, alla Brexit e, nei loro contesti, a Narendra Modi, Vladimir Putin e Xi Jinping». Tutte vicende che ci toccano da vicino, che dovrebbe vedere anche un presbite.
Non sono vicende e personaggi che appaiono all’improvviso sulla scena. Può anche darsi che «non li vedi arrivare», ma poi c’è stato tutto il tempo per approfondimenti, che nessuno fa nei flebili dibattiti interni della sinistra italiana ed europea. Speriamo nei Festival estivi dell’Unità.
Persone come Donald Trump o Steve Bannon l’hanno capito in tempo quasi reale, e hanno ribaltato la storia stessa di un grande vecchio partito come quello Repubblicano. Continuiamo a stupirci di tutte le inaudite provocazioni del Presidente, come se non fosse qualcosa di ben chiaramente annunciato.
I due Dem continuano così – appaiati – a non capire che davvero bisogna prendere coscienza dei fatti. Anche in Europa non si coglie l’emergenza del progressivo scivolamento verso il malessere populista. Perché in Polonia ha vinto l’uomo delle periferie e delle campagne e non il competente e capace candidato europeista? Risposta banale: perché era competente e capace. Non era neppure di sinistra, ma attirava l’ostilità e la diffidenza di chiunque stia dalla parte di quelle istituzioni arcigne e formaliste della democrazia classica, che, quando rivendica lo stato di diritto, sembra arrogante e presuntuosa.
È nato così il successo populista, e la sinistra deve tenerne conto, senza arroccarsi nella sua superiorità sociale, che tale non è di fronte alla superiore forza dei fatti.
La sinistra italiana si accontenta di ancor meno: della favola bella dei (molto malcontati) trecentomila di Piazza San Giovanni, senza neppure accorgersi che l’evento è finito (metà della gente se ne è andata) nel momento stesso in cui cominciavano a parlare i cosiddetti leader politici. Bastava la certificazione di esistere (sfilare), nulla poteva essere aggiunto sul palco dalla sintassi approssimativa di Conte o dagli slogan degli altri.
La verità è che il nemico populista ha spazzato via il passato, ha fatto tabula rasa, si è scordato di Ronald Reagan, perché era un conservatore, mentre Trump è certamente un rivoluzionario, che, in nome della sovranità popolare, può tranquillamente travestirsi da Papa o farsi chiamare Re.
La retorica dei cortei unitari, la rivendicazione delle conquiste della classe operaia, persino la difesa inossidabile dei diritti delle minoranze, è roba vecchia. Ed è cosa evidentemente pericolosa, ma esiste e va esaminata a cuore aperto. Ci sono anche le ragioni dei populisti da esaminare.
Qui, invece, alla prova dei fatti, il giorno dopo i cortei, nell’urna, sono stati tanti quelli di sinistra che hanno cercato di moderare l’entusiasmo per l’integrazione quinquennale degli immigrati, unico significativo risultato – peccato fosse un autogoal – di una tornata referendaria insensata.
Sempre David Brooks è sferzante: «l’elitarismo culturale è più oppressivo dell’elitarismo economico». Sembra quasi un epitaffio sulla tomba della sinistra 2025, perché, se ha ragione, allora è davvero difficile riconvertirsi. Occorre un’opera rieducativa almeno decennale, investendo su giovani non intossicati, spontaneamente e inconsapevolmente liberali, che, vedendo in azione Donald Trump, non si limitino a scandalizzarsi, ma rivedano gli stereotipi e abbiano fiato per scandalizzare a loro volta.
Dicendo cose strane – sono solo esempi – sulla riforma della scuola, sulla riorganizzazione di un ambientalismo pragmatico, e soprattutto (sarà il banco di prova dei prossimi anni) su una politica di difesa innestata su innovazione e industria. Dire cose di sinistra significa oggi anche questo.