
L’8 e 9 giugno Taranto e Matera torneranno al voto per il ballottaggio che eleggerà i nuovi sindaci. Separate da appena novanta chilometri, le due città sono profondamente diverse per storia, struttura economica e geografia politica. Eppure da qualche anno condividono un tratto comune: in entrambi i casi, sono attivi comitati che chiedono un referendum per cambiare regione. Taranto vorrebbe passare in Basilicata, Matera in Puglia. Ipotesi, al momento, prive di concretezza istituzionale, ma indicative del malessere di una parte della popolazione nei confronti dei centri decisionali regionali.
A Taranto si sfideranno Pietro Bitetti, sostenuto da un’ampia coalizione di centrosinistra (che include anche Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e altre liste civiche), che ha ottenuto oltre il trentasette per cento dei voti, e Francesco Tacente, espressione di un’area civica trasversale, fermatosi poco sopra il ventisei per cento. Il centrodestra, con Luca Lazzaro, non ha superato il diciannove per cento, mentre il Movimento 5 Stelle si è attestato attorno all’undici. Salvo sorprese, i Cinquestelle dovrebbero convergere su Bitetti, mentre tre dei quattro partiti del centrodestra sosterranno Tacente. La partita resta dunque molto aperta.
Taranto è segnata da decenni di industrializzazione forzata e da una crisi ambientale ancora irrisolta. La presenza dello stabilimento ex Ilva ha garantito occupazione per tanti anni, ma a un prezzo altissimo in termini sanitari e ambientali. Oggi, tra commissariamenti e incertezze gestionali, l’acciaieria resta al centro del dibattito. Il piano per introdurre due forni elettrici entro il 2027 promette un upgrade tecnologico e ambientale, ma rischia di tradursi in numerosi esuberi in un contesto già segnato da una forte disoccupazione e dallo spopolamento giovanile. Gli altri settori chiave, come logistica, portualità e cantieristica, restano ancora alternative economiche fragili.
In questo scenario è emersa, ormai da qualche anno, l’idea di un passaggio alla Basilicata. Un’ipotesi ancora senza prospettive concrete, ma comunque significativa. Il comitato «Taranto Futura», promotore del referendum, motiva la proposta con ragioni storico-culturali (il legame con Metaponto ed Eraclea nella Magna Grecia), ma anche strategiche: in una regione priva di porti e aeroporti, le infrastrutture tarantine diventerebbero centrali. C’è poi una crescente parte della cittadinanza che percepisce una distanza generale dal baricentro politico pugliese.
Anche Matera andrà al ballottaggio. A contendersi la guida della città saranno Roberto Cifarelli, il più votato con oltre il quarantatré per cento dei consensi, sostenuto da una coalizione civica di centrosinistra (senza il simbolo del Pd che, a causa delle solite divisioni interne, non ha presentato una propria lista), e Antonio Nicoletti, candidato del centrodestra, che si è assestato sopra il trentasette per cento. Il sindaco uscente, Domenico Bennardi, del Movimento 5 Stelle, arrivato terzo, ha scelto di non sostenere ufficialmente nessuno dei due candidati.
Matera vive una parabola quasi opposta rispetto a Taranto. La nomina a Capitale europea della cultura 2019 ha innescato un boom turistico che ha trasformato la città in una meta di fascia medio-alta e in un hub culturale di riferimento per il Mezzogiorno. Ma la crescita è stata sbilanciata: agricoltura e industria non hanno beneficiato del traino turistico, mentre il costo della vita è aumentato, senza che i salari seguissero lo stesso ritmo. E il turismo, da solo, non basta a sostenere lo sviluppo strutturale dell’intera economia.
Anche a Matera si è iniziato a parlare di un passaggio alla regione Puglia. L’ipotesi resta altamente improbabile, ma affonda in una serie di motivazioni infrastrutturali e politiche. La città è sprovvista di una rete ferroviaria efficiente e di un collegamento diretto con Potenza. Al contrario, Bari viene percepita come più vicina e accessibile. Anche la sanità di prossimità e i servizi universitari gravitano più sul capoluogo pugliese. Ma pesa anche un fattore politico, figlio di uno sbilanciamento verso Potenza: le principali agenzie culturali e turistiche, dalla Lucania Film Commission all’Apt, hanno sede a Potenza, pur attingendo risorse e visibilità quasi esclusivamente da Matera. Inoltre, dal 1970, nessun presidente della Regione è stato espressione della città dei Sassi, che oggi non è neanche rappresentata in giunta regionale.
Taranto e Matera arrivano al ballottaggio dell’8-9 giugno seguendo traiettorie politiche e sociali molto diverse: la prima, stretta nel nodo mai risolto tra industria e ambiente; la seconda, in bilico tra carenze infrastrutturali e ambizioni culturali e politiche. Ci sono grandi differenze tra le due città, sia nella storia recente, sia nella composizione sociale ed economica. Eppure in entrambe si manifesta una sensazione comune: quella di una crescente distanza dal baricentro politico della propria regione.
L’idea del referendum rimane, al momento, un’ipotesi molto lontana. Ma è indicativo il fatto che, in due città così differenti, emerga lo stesso disagio: quello di essere parte di un Mezzogiorno urbano spesso marginale rispetto ai centri decisionali. I comitati per il cambio di regione vanno letti come sintomo di un deficit di rappresentanza più che come progetto politico. E se i casi di Taranto e Matera non raccontano una tendenza generalizzabile, mettono però in evidenza la difficoltà comune di dare risposte politiche efficaci in contesti locali frammentati, dove la distanza tra i vari livelli istituzionali si traduce in sfiducia verso la politica.