Bolle ad orologeriaI social offrono conferme non perché lo impongono, ma perché le cerchiamo

In “Tecnopanico” Alberto Acerbi spiega che gli utenti tendono spontaneamente a evitare la dissonanza con le proprie opinioni. È questo processo psicologico, più che l’algoritmo, a rafforzare le polarizzazioni

Unsplash

Qual è il ruolo dei social media? Una proposta che ha avuto un enorme successo venne inizialmente avanzata da Cass Sunstein, prolifico e influente (ha avuto, per esempio, un ruolo importante nell’amministrazione Obama) giurista e scienziato politico, che ricondusse l’aumento della polarizzazione alla creazione di echo chambers nei social media. La metafora dell’echo chamber – in italiano “camera dell’eco” – si riferisce alla possibilità che, nei social media, ci sia una scarsa esposizione a punti di vista diversi dai propri e si interagisca solo con informazioni con cui siamo già d’accordo, rinforzando così le nostre idee preesistenti, da cui il riferimento all’eco.

I social media, senza dubbio, permettono in principio la creazione di echo chambers. In modo diretto possiamo facilmente decidere, almeno nei social media “tradizionali” come Facebook o LinkedIn (le cose sono un po’ differenti in piattaforme come TikTok), chi fa parte della nostra rete sociale. Non sono d’accordo con te o non mi piace quello che dici? Posso eliminarti dai miei contatti e non vedere più i tuoi contenuti, spesso anche senza che tu lo possa sapere, in modo da non suscitare reazioni negative. In modo indiretto, e possibilmente ancora più radicale, gli algoritmi che selezionano le informazioni a cui accediamo sono costruiti in larga misura per mostrarci quello che già ci piace.

Se mettiamo dei “mi piace”, o gli analoghi a seconda della piattaforma, a un post che parla di musica anni Novanta, ce ne verranno offerti ancora di più e, per forza di cose, altri argomenti saranno esclusi. Quindi, scelte dirette (la possibilità di creare e disfare connessioni con un click) e indirette (la curatela algoritmica) finiscono per produrre ambienti in cui siamo protetti da informazioni diverse o contrastanti. Questa protezione avrebbe però, secondo alcuni, un caro prezzo. Il risultato sarebbe, appunto, la crescita della polarizzazione. Vediamo attraverso quali meccanismi.

Prendete due gruppi di Facebook. Il primo, “Grigliare duro”, sottotitolo “Italian Hardcore Barbecue”, ha, quando scrivo, sessantatremila membri. Il primo video che mostra in questo momento svela «i segreti per una perfetta cottura del Diaframma di Manzo, oggi con la tecnica del Flip & Brush». Il secondo, “Il Vegano.it”, che si autodefinisce «Il miglior portale italiano sul mondo Vegano! Tutte le ultime novità, le recensioni sui prodotti vegani e le migliori ricette vegane a portata di click…», di iscritti ne ha circa cinquantaquattromila. Ora, immaginate di fare parte di uno dei due gruppi (o forse ne fate già parte, entrambi esistono davvero!), a voi la scelta.

Per prima cosa, anche se ci torneremo in seguito, è molto ragionevole credere che, quando interagite all’interno di un gruppo, i vostri contatti e scambi di informazioni con i membri dell’altro gruppo siano molto limitati. Quindi, sembra un buon modello di echo chamber. Ora, perché questo dovrebbe fare crescere la polarizzazione, ossia farvi diventare più carnivori e più insofferenti nei confronti dei vegani se fate parte di “Grigliare duro” e viceversa se fate parte di “Il Vegano.it”? La prima ragione, come accennato sopra, è che non avete accesso a informazioni contrarie.

Se siete parte del gruppo “Il Vegano.it” avrete probabilmente informazioni sul disastroso impatto ecologico dell’allevamento intensivo per la produzione di carne e di altri prodotti animali, ma meno sulla possibile riduzione di questo impatto attraverso pratiche sostenibili, produzione locale e riduzione del consumo. Avrete probabilmente informazioni sui rischi per la salute connessi a un’alimentazione ricca di carne, specialmente rossa e lavorata, ma meno sui possibili vantaggi di un (moderato) apporto di proteine animali.

La seconda ragione è l’altra faccia della medaglia rispetto alla prima: non solo sarete raramente esposti ad argomenti contrari, ma sarete continuamente esposti ad argomenti a favore della vostra scelta alimentare, alcuni di questi persuasivi e che si rinforzano l’uno con l’altro. Nel gruppo “Il Vegano.it” alcuni potrebbero rifiutare il consumo di prodotti animali per motivi ecologici, come l’impatto ambientale di cui ho detto sopra, altri per motivi di salute, altri ancora per preoccupazioni etiche, riguardanti il benessere degli animali.

Magari voi eravate già convinti delle prime due motivazioni, e ora quest’ultima, che anche vi convince, va a rinforzare la vostra posizione generale. La terza ragione, infine, ancora proposta da Sunstein, è un po’ meno diretta e legata alla comparazione sociale: tutti noi vogliamo essere valutati positivamente all’interno del nostro gruppo di riferimento. Un modo per riuscirci è farci portavoce di idee in linea con quelle del gruppo, ma leggermente più estreme. Se tra i membri de “Il Vegano.it” si usa dire che una dieta basata su prodotti animali è dannosa per la salute, allora potreste forse dire che una dieta basata su prodotti animali è oggi il più grande pericolo esistente per la salute, e la causa principale dell’aumento di problemi cardiovascolari e dell’epidemia di obesità.

Un gruppo di ricercatori italiani è stato tra i primi a provare a verificare l’esistenza di echo chambers nei social media. I ricercatori hanno considerato una situazione simile a quella del nostro esempio fittizio di “Grigliare duro” e “Il Vegano. it”, ma concentrandosi su gruppi di persone interessate alla scienza ufficiale e gruppi di persone interessate a versioni, diciamo così, più alternative, confinanti con le teorie del complotto che abbiamo esaminato nel capitolo precedente.

Al posto di “Grigliare duro” e “Il Vegano.it”, abbiamo ora per esempio la pagina ufficiale su Facebook della rivista americana “Science” (oggi con più di quattro milioni di membri) e “CancerTruth” (duecentocinquantasettemila membri), un gruppo che propone cure alternative per il cancro «che il novantaquattro per cento dei dottori non sa nemmeno esistano… e che Big Pharma ha nascosto per proteggere i profitti».

Possiamo prendere una serie di gruppi come quello di “Science” e una serie di gruppi come “CancerTruth”. Come discusso sopra, non ci aspetteremmo una grande sovrapposizione tra le attività dei due insiemi di gruppi e infatti questo è ciò che i ricercatori hanno riscontrato. Per prima cosa dobbiamo dividere gli utenti. Lo studio ha analizzato i “mi piace” dati alle varie pagine prese in esame: un utente viene considerato in una echo chamber se più del novantacinque per cento dei “mi piace” dati alle pagine ricade solo in uno dei due insiemi.

Tra le varie analisi effettuate, quella più immediatamente rilevante è che, considerando gli utenti classificati come parte della “echo chamber scientifica”, il novanta per cento dei loro commenti riguardava pagine scientifiche. Il risultato è ancora più forte per gli utenti della “echo chamber alternativa”: nel loro caso, più del novantanove per cento dei loro commenti era rivolto a post provenienti da pagine di teorie alternative o complottiste.

Questo tipo di risultati dà sicuramente un forte sostegno all’idea che le echo chambers esistono nei social media. Ma cosa ci dice davvero sul fatto che siano i social media a causarle, o sul fatto che i social media forniscano un ambiente privilegiato per la loro formazione? Io credo non molto. Se il punto di partenza della nostra analisi sono gruppi già polarizzati (scienza e teorie del complotto, appassionati di griglia e vegani, potete immaginare il vostro esempio preferito) e gli utenti sono scelti in base alla loro appartenenza a questi gruppi, non è strano che non ci saranno molte interazioni. In effetti, il risultato che mi ha più sorpreso è che il dieci per cento dei commenti degli utenti appassionati di scienza – uno su dieci – sia finito nelle pagine dei complottisti.

Copertina Tecnopanico

Tratto da “Tecnopanico. Media digitali, tra ragionevoli cautele e paure ingiustificate”, di Alberto Acerbi (Il Mulino), 192 pagine, 15 euro

X