Pace fatta? Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, ieri, hanno siglato una tregua armata. Ci sono esigenze e priorità che vanno oltre il protagonismo politico e personale, le ripicche, i nazionalismi e gli interessi che inevitabilmente si portano dietro. Poi c’è lo strabismo della nostra presidente del Consiglio nell’incrociare lo sguardo da Bruxelles a Washington.
Così è vero che è stato Macron a chiedere di venire a Roma per siglare questa – temiamo fragile – tregua. Circostanza confermata dall’Eliseo, e che ha mandato in solluchero la propaganda del centrodestra, che ha scomodato Canossa e descritto Macron che entra a Palazzo Chigi con la testa cosparsa di cenere.
Magari, invece, il presidente francese ha capito che le divisioni sono una dannazione per l’Europa, di fronte agli enormi problemi che ha di fronte. E che tenere dentro l’Italia, tentare di tenerla dentro, è utile a tutti, anche alla Francia.
A maggior ragione ora che, in Polonia, si apre un periodo di instabilità dopo la vittoria al ballottaggio di Karol Nawrocki. La cosa più stupida sarebbe stare ancora fermi su cosa fanno, faranno o farebbero i Volenterosi.
Così come è del tutto inutile insistere sul fatto che l’Italia non manderà un soldato in Ucraina, tranne se dentro una missione Onu votata da tutto l’orbe terracqueo, a cominciare da Russia e Stati Uniti. Ma, una volta chiarito che questa eventualità oggi è lunare, preso atto che Vladimir Putin sta giocando come il gatto con il topo Donald, è ridicolo continuare a dire chi sale sul treno per Kyjiv e pestare i piedi per terra per essere stati esclusi, a Tirana, dalla telefonata con Donald Trump.
Meglio andare al sodo: a come evitare il disimpegno degli Stati Uniti in Ucraina, come arrivare agli appuntamenti di giugno del G7 in Canada, del summit Nato a L’Aia e al Consiglio europeo a Bruxelles.
Una tregua Italia-Francia per consentire a Bruxelles, l’unica titolata, di trattare sui dazi americani, per discutere della polveriera libica, per dare segnali univoci sul disastro umanitario del governo Netanyahu a Gaza.
Un libro dei sogni, ma per Macron anche Roma vale una messa, nel giorno in cui, in Polonia, vince un ambiguo conservatore che metterà in grave difficoltà il premier polacco Donald Tusk, un protagonista del formato Weimar insieme a Francia, Germania e Regno Unito.
Così l’Eliseo, attraverso l’Agence France-Presse, dice che l’Italia è «un partner importante» con «un ruolo cruciale da svolgere nelle decisioni europee», soprattutto nel conflitto ucraino. Questo appuntamento deve permettere di verificare «che siamo capaci di procedere assieme sull’essenziale».
Del resto, nel comunicato congiunto Meloni-Macron si legge: «L’Italia e la Francia, fedeli al loro ruolo di Nazioni fondatrici della costruzione europea, intendono rafforzare il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, più forte e più prospera, soprattutto orientata alla pace e capace di difendere i propri interessi e di proteggere i propri cittadini». Più Europa, non meno.
Una tregua di interessi, comunque la si voglia definire, anche grazie alla manina mediatrice del cancelliere Merz. Meloni non dovrebbe perdere l’occasione di ritrovare la collaborazione con Parigi, inseguendo vittorie elettorali come quella polacca e vendette à la carte.