
Non essendo riuscito a convincere Benjamin Netanyahu a fermarsi, Donald Trump ha chiesto ieri la «resa incondizionata» dell’Iran, lasciando intendere che gli Stati Uniti sarebbero pronti a entrare nel conflitto al fianco di Israele. Certo non è una notizia rassicurante. D’altra parte, si tratta pur sempre di Trump. Mi torna in mente quello che scriveva il New York Times a proposito delle sue recenti minacce di togliere a Elon Musk tutti i contratti con il governo: «Ai vecchi tempi, questo avrebbe potuto essere motivo di un’indagine per corruzione. Nell’era moderna, è solo un giovedì come un altro». E oggi siamo ancora a mercoledì.
E poi, come dice a Repubblica l’ex direttore della Cia David Petraeus, «più diventa realistico» che gli americani aiutino Israele a distruggere Fordow (il famigerato laboratorio nucleare nascosto sotto le montagne) e gli altri siti, «maggiori sono le probabilità che l’Iran accetti condizioni che rifiutava prima della campagna militare».
Dunque, l’ipotesi di un ritorno al tavolo negoziale non andrebbe scartata. Quanto alla possibilità di un regime change, Petraeus, che ha una certa esperienza in materia, avendo guidato l’esercito americano in Iraq e in Afghanistan, invita alla cautela: «Non credo ci sia un’alternativa interna organizzata e armata, e in situazioni come questa l’elemento che prevale è chi ha più armi, cioè il governo.
Poi dovremmo stare attenti a presumere che un cambio di regime ne porterebbe uno più favorevole agli Usa, all’Occidente e a Israele. Ci sono molte alternative possibili, perché l’Iran è diviso fra tanti gruppi etnici, settari e persino nazionali. Non è affatto chiaro se rimarrebbe unito. Potrebbe evolversi in una situazione come la Libia, lo Yemen o altri Paesi che si sono fratturati in seguito ad un cambio di regime. Questo è il problema più rilevante». Fin qui, dunque, la voce della razionalità. Purtroppo però la razionalità al momento non è al governo degli Stati Uniti.
Breve resoconto delle principali prese di posizione trumpiane delle ultime ventiquattro/trentasei ore, che per brevità e per pigrizia riprendo in larga parte dall’articolo di Christian Rocca su Linkiesta: Trump ha abbandonato il G7 in Canada, dopo avere firmato a sorpresa il documento sulla de-escalation a Gaza, ma non quello sull’Ucraina, avere deprecato l’esclusione della Russia dal fu G8 e dichiarato che il presidente francese, Emmanuel Macron, non capisce mai niente, e sulla via verso casa ha invitato gli iraniani a evacuare Teheran. Però ai giornalisti che lo seguivano, sul volo di ritorno a Washington, ha rifilato di nuovo la solita versione secondo cui lui vuole far finire la guerra una volta per tutte, mica farla, e che anzi in questo caso non gli basta nemmeno il cessate il fuoco.
Appena sceso dall’aereo ha però intimato agli iraniani di «arrendersi senza condizioni», come già ricordato, più vari altri minacciosi deliri sulle qualità delle armi prodotte dagli americani e sulla possibilità di uccidere l’Ayatollah Ali Khamenei. La sintesi ha dovuto necessariamente lasciare fuori numerose altre assurdità e non garantisco nemmeno sull’esatto ordine della successione, ma questo più o meno è il quadro, clinico e politico, della situazione.
Aggiungo solo una considerazione a margine. Da Netanyahu a Putin, dalla Cina a praticamente ogni altro interlocutore al di fuori dell’Unione europea, uno schema sembra ripetersi regolarmente: alla fine, quando si trova davanti qualcuno, alleato o avversario, sufficientemente determinato, è sempre Trump a fare marcia indietro o ad accodarsi (non per niente lo chiamano Taco). Forse la strategia del dialogo dell’Unione europea e dei suoi tanti infaticabili pontieri andrebbe riconsiderata alla luce di questo dato statistico.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.