Chiunque sia stato vivo e senziente negli ultimi vent’anni ha pensato a “Avenue Q” e ha pensato a “Succession”. Io ho pensato a una terza cosa, ma ve la dico tra un po’. Prima dobbiamo parlare della più gran serata dal 2007, cioè da quando ci siamo iscritti a Twitter. Della sera in cui tra l’Elon e il Donald son cominciati a volare gli stracci.
Chi è il cugino servile di Musk? Chi è il cugino servile di Trump? Mi comparivano davanti gli stracci volanti e tutti i commenti, e pensavo a quella scena della terza stagione di “Succession”, in quella puntata in cui il povero Kendall è convinto di poter fottere il papà, e parla con una giornalista (pranzano in un tavolo al centro d’un ristorante, perché in quella serie lì sapevano fare il loro lavoro, e sapevano che c’è solo un’occasione in cui un ricco non si fa dare un tavolo defilato, ed è quella in cui farsi vedere è il modo per vincere una guerra dei nervi).
Kendall dichiara guerra a papà mettendosi a fare il femminista, e in macchina la corte che lo circonda si presta a «Bad tweet» e «Good tweet»: Kendall chiede gli vengano letti i tweet su di lui, e se sono a favore si esulta, e se sono contro si fa «Buuuu», e il cugino servile fa «Buuuu» più a gran voce di tutti.
Sarà andata così anche giovedì sera, a un certo punto una giornalista newyorkese ha scritto che era in un bar e la gente leggeva i tweet a voce alta, ed era come essere di nuovo a un decennio e più fa, quando usavamo i social non solo per scrollare cose di cui non c’importa niente, e dire a un cretino che è cretino, e vedere confermata la nostra superiorità. C’è stato un tempo in cui i social erano divertenti, prima di diventare un covo di disperati che vogliono comunicarci le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia.
Poi sono stati noiosissimi per non so quanto, almeno una decina d’anni, e poi tutto è stato perdonato la sera di giovedì, col gran scontro tra la demenza senile e la ketamina, con “La guerra dei Roses” o qualunque altra sia nel canone attuale l’incarnazione artistica del lasciarsi (le canzoni di Taylor Swift?).
Chissà se il Donald e l’Elon si facevano fare «Buuuu» dai loro accoliti sul tweet del nemico amatissimo o sui meme (gran serata, per la convinzione di Musk che chi controlla i meme controlla il mondo: il mondo non so, ma certo il palinsesto).
«The internet is for porn», ripeteva anni addietro una canzone d’un musical di Broadway, “Avenue Q”, e noialtre cui non è mai importato niente della pornografia abbiamo passato i decenni successivi a chiederci a cosa dunque servisse l’internet: a farci consegnare la cena a casa chiamando i fattorini «rider», a fare le riunioni in videochiamata, a ricevere newsletter che non leggiamo, a cosa?
La vita fa una domanda, e vent’anni dopo i social ai quali sei inutilmente iscritta da diciotto finalmente rispondono: a farti assistere al gratuito e impagabile spettacolo di Elon e Donald che si sputtanano l’un l’altro, Alexandria Ocasio-Cortez che dice «The girls are fighting», e quelli su Bluesky (il social degli autopercepiti migliori che se ne sono andati da X perché Elon era fascista e stare su un social è una scelta altamente morale) ci spiegano che non si dice «The girls are fighting», non si dà delle comari che bisticciano a due maschi che battibeccano, questo è sessismo, ohibò.
Vi do la misura della sera in cui i social sono stati Sanremo e anche il Super Bowl e anche la finale dei mondiali di calcio e anche la diretta dal pozzo di Vermicino. A un certo punto compare – prima sera nella storia della Silicon Valley in cui l’algoritmo funziona benissimo, cecchino come un algoritmo cinese – un certo David Schoen; dice che Jeffrey Epstein l’aveva assunto come avvocato poco prima di morire. Qualche minuto prima Elon Musk ha twittato che la ragione per cui i fascicoli su Epstein non sono stati resi pubblici è che contengono il nome di Trump (cioè: che Trump, quello nella cui Casa Bianca Musk andava col bambino in collo, era in giri pedofili). Schoen smentisce «authoritatively, unequivocally, and definitively» che Epstein avesse qualsivoglia informazione su Trump. Schoen in quel momento ha tremila e spicci follower (attualmente sono un po’ più di seimila). Quel suo tweet ha avuto, nelle prime quindici ore dalla pubblicazione, sei milioni e mezzo di visualizzazioni.
Era tutto bellissimo, e gli americani hanno dato il meglio. Quella che diceva che chi ha vinto, quando due si lasciano, non si sa finché uno dei due non si presenta con qualcun altro di più giovane e bello dell’ex. Quello che esortava Musk a svelarci che l’attentato a Trump l’ha organizzato Trump stesso. Quello che usava un vecchio meme, «this is going to ruin the tour» (la frase che ha detto Justin Timberlake quando l’hanno fermato per guida in stato di ubriachezza).
Persino i fast food, orizzonte culinario e culturale del Donald: In-N-Out ha twittato «Le amicizie vanno e vengono, ma In-N-Out sarà sempre qui per te». Non è mai stato così evidente che la politica non è una cosa seria, il potere non è una cosa seria, il governo non è una cosa seria, l’adultità non è una cosa seria, e in un mondo cialtrone è giusto che la cialtroneria trionfi e noialtri passiamo la sera in un posto la cui caratteristica precipua sono per un po’ state le mignotte che rispondevano a tutto con «i miei nudi in bio» (assai più interessanti di coloro che vogliono comunicarci le loro opinioni su Moravia).
Potrei andare avanti per centinaia di righe a ricopiarvi tweet di gente che non leggerò mai più e che per cinque secondi mi ha resa felice giovedì sera. «Ultim’ora: Hamas chiede il cessate il fuoco tra Trump e Musk». «Incredibilmente, “non metterti a litigare con un miliardario narcisista proprietario di un social network” non è un’indicazione abbastanza specifica». «Possiamo risolvere la crisi debitoria del paese facendo azzuffare Musk e Trump sulla tv a pagamento».
E poi, mentre mi slogavo i pollici a cuoricinare gente che scriveva che Musk aveva finalmente reso Twitter di nuovo grande, mi sono ricordata di quella sera dell’autunno di dieci anni fa in cui stavamo tutti davanti a Twitter e alla televisione, perché a Parigi c’era stato un attentato in un teatro, e volevamo sapere cosa fosse successo, e i collegamenti televisivi erano comprensibilmente confusi, e ogni tanto qualcuno twittava da dentro il Bataclan mentre cercava di non farsi trovare dagli assassini, era una sera in cui sembrava che l’internet servisse a qualcosa oltre che al porno; era una sera in cui, proprio come giovedì, c’interessava una cosa sola (ora arriva qualcuno a dirmi che paragono una tragedia a una scemenza). Era una sera di Twitter monografico, tranne che per chi ascoltava solo sé stesso.
Esistono, sono in tanti, nessuno vuole andarci a cena perché non sanno fare conversazione, e mi ricordo che dieci anni fa, tra un ultim’ora e l’altra, ogni tanto arrivava qualcuno a ricordarci che il giorno dopo dovevamo proprio andare alla presentazione del suo libro: fastidioso come quelli che chiamavano il 197 per interromperti quando negli anni Ottanta eri al telefono col fidanzatino e a te di parlare con loro non importava niente e loro provavano a importi il loro desiderio di trovare la linea libera.
L’altra sera uguale, la chiamata urbana urgente che tentava d’interrompere il Twitter monografico era forse più fastidiosa proprio perché non di tragedia si trattava ma di commedia, che non serve essere Rodolfo Sonego per sapere che ha tempi più delicati: un’interruzione può rovinare tutto.
Erano sempre gli italiani, che non capiscono niente né di notizie né di drammaturgia, a interrompere coi loro interessi di nicchia il rituale collettivo. Non tutti, eh. C’era anche Fabio Vassallo che twittava che ora Donald metteva i dazi sulla gestazione per altri, e Camilla Conti che prevedeva che la moglie di Fratoianni avrebbe comprato due Tesla.
Ma ogni tanto ne spuntava uno indignato per la candidatura di Carraro al Coni (il Coni?? Questi si bollono conigli a vicenda nelle cucine della Casa Bianca e io dovrei interessarmi al Coni?!), o che voleva parlare del referendum (avvincente, e perché non una bella conversazione su proporzionale e maggioritario, mentre il mondo cade a pezzi), o del contratto di non so che comico con non so che rete televisiva, o di qualche reality per cianciare del quale interrompere il vero reality, quello dentro al quale stanno l’Elon e il Donald ma anche un po’ noi, quello coi pulsanti per il nucleare e il dossieraggio incrociato.
Sembravano quelli che la settimana di Sanremo vogliono dirti che loro stanno vedendo un qualche documentario in bianchennero. Bad tweet, buuuu.