C’è un rubinetto che l’Europa prova a chiudere da tempo, ma da cui continua a scorrere qualcosa di più del gas: soldi, pressioni, dipendenze. È quello degli idrocarburi russi. Dopo anni di tentativi, Bruxelles sembra aver trovato la leva giusta. Mercoledì, a Strasburgo, la Commissione europea ha annunciato un piano per interrompere del tutto le forniture entro il 2027.
Il piano si articola in tre fasi progressive. Dal primo gennaio 2026, sarà vietato firmare nuovi contratti per l’acquisto di gas russo, mentre i contratti a breve termine dovranno terminare entro giugno 2026. La fase finale prevede l’eliminazione completa dei contratti a lungo termine entro il primo gennaio 2028. «Less is more. Oggi quel detto non è mai stato così attuale», ha detto il commissario europeo per l’energia Dan Jørgensen, richiamando la massima estetica dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe, per cui la sottrazione è una forma di ordine e forza. Meno gas russo, ha sintetizzato il commissario, significa più autonomia per l’Europa.
Questa tanto agognata autonomia è stata finora un miraggio. Nonostante diciassette pacchetti di sanzioni contro la Russia – con il diciottesimo già in preparazione – l’Europa importa ancora il diciannove per cento del suo gas da Mosca. Come ammette la stessa Commissione europea, nel 2024 c’è stato perfino un rimbalzo nelle importazioni di gas russo nonostante i progressi del piano REPowerEU. Parliamo di cinquantaquattro miliardi di metri cubi di gas russo importati dall’Ue, una cifra che equivale a ventitré miliardi di euro versati nelle casse del Cremlino, più di quanto l’Europa abbia speso in aiuti militari all’Ucraina.
Alcuni Stati membri, in particolare Ungheria e Slovacchia, che esercitano il diritto di veto per proteggere i loro rapporti economici e politici con la Russia. Per superare questo problema, Bruxelles ha individuato una nuova strategia: invece di inquadrare il divieto di importazione di gas russo come una decisione di politica energetica, dove serve l’unanimità, lo presenta come una questione di politica commerciale, che può essere decisa con una maggioranza qualificata. Questo cambiamento di approccio consentirà, secondo il commissario, di agire più rapidamente e di evitare i blocchi imposti dai Paesi che fanno i bastian contrari.
«Questo significa che nessun Paese può porre il veto», ha spiegato Jørgensen. La maggioranza qualificata richiede il sostegno del cinquantacinque per cento dei Paesi membri che rappresentino il sessantacinque per cento della popolazione dell’Unione – una soglia molto più facile da raggiungere. Il trucco legale ha però scatenato la furia di Budapest e Bratislava. Viktor Orbán ha già dichiarato che la proposta deve essere «impedita con tutti i mezzi», mentre Robert Fico ha parlato di «suicidio economico», minacciando compensazioni per danni miliardari. La verità è che il problema si sposta ora dal Consiglio alle capitali nazionali: i due governi potrebbero non collaborare nell’implementazione, trasformando la battaglia legale in guerriglia amministrativa.
Le complicazioni, purtroppo, non finiscono qui. C’è un’esposizione da diciotto miliardi di euro legata ai contratti già in essere con Gazprom: i cosiddetti accordi take-or-pay obbligano le aziende europee a pagare il gas russo anche se decidono di non comprarlo più. In pratica, se una società tedesca ha un contratto decennale con Mosca e ora non vuole più il gas russo, deve comunque versare i soldi come se lo stesse comprando. In questo caso, Jørgensen ha tirato fuori la carta della forza maggiore, sostenendo che il divieto legale imposto dalla nuova roadmap europea libererà le aziende dagli obblighi contrattuali: «Non sono loro che stanno rompendo un contratto. È infatti un caso di forza maggiore.» Ma gli avvocati del settore energetico non sono convinti. Il rischio è che i tribunali arbitrali internazionali non accettino questa giustificazione, lasciando le società europee esposte a risarcimenti miliardari verso Mosca.
Resta poi il problema pratico di evitare l’aggiramento delle sanzioni tramite Paesi terzi. Le aziende russe hanno imparato a usare intermediari in Paesi terzi – come Serbia, Kazakistan o India – per etichettare il gas naturale liquefatto come proveniente da altre nazioni. La risposta di Bruxelles è un drastico giro di vite: dal primo gennaio 2026, tutto il gas che raggiunge l’Unione europea via Russia – anche se entra fisicamente attraverso Stati terzi – sarà automaticamente considerato di origine russa, salvo prova contraria delle aziende importatrici. In pratica, si inverte l’onere della prova: non sta più all’Europa dimostrare che il gas è russo, ma alle aziende dimostrare che non lo è. La Commissione proporrà nuovi obblighi di trasparenza che richiederanno alle società di comunicare dettagli sui contratti, volumi, fornitori e paesi d’origine del gas.
Jørgensen ha poi chiarito un aspetto politicamente sensibile: l’eliminazione del gas russo non si fermerà nemmeno in caso di pace tra Russia e Ucraina. «Questo non è una sanzione collegata al conflitto. È un divieto che introduciamo perché la Russia ha militarizzato l’energia contro di noi, perché la Russia ha ricattato gli stati membri dell’Unione europea e quindi non è un partner commerciale di cui ci si può fidare», ha dichiarato. Una posizione che ha suscitato preoccupazioni in Austria, che insieme a Ungheria e Slovacchia sta spingendo per mantenere aperta l’opzione di riprendere le importazioni russe dopo un eventuale accordo di pace.
Rimane, infine, l’incognita dei costi. La Commissione stima che le nuove forniture di gas naturale liquefatto da fornitori alternativi – Stati Uniti, Qatar, Norvegia – dal 2026 limiteranno l’impatto sui prezzi, ma questa previsione ignora l’aumento della domanda globale dall’Asia che potrebbe far schizzare i costi proprio quando l’Europa ne avrà più bisogno. Il piano dovrà ora passare il vaglio di Parlamento e stati membri, ma la scelta della base legale commerciale dovrebbe garantire l’approvazione anche senza Ungheria e Slovacchia. Dopo anni di tentennamenti, l’Europa ha finalmente una roadmap chiara per sbarazzarsi del gas russo. Resta da vedere se saprà gestire le numerose incognite che la attendono.