Per una macabra ironia della storia, ad aprire la strada sulla linea del cedimento ai ricatti tariffari di Donald Trump è stato il Giappone, con un accordo capestro subito salutato dall’Unione europea come un modello, e prontamente accettato anche per noi da Ursula von der Leyen, su spinta, come sappiamo, principalmente tedesca e italiana. E pensare che italiani, tedeschi e giapponesi dovrebbero essere i primi a sapere quanto poco conveniente sia cedere ai ricatti dei tiranni, con il rischio di incoraggiarne le ambizioni e alimentarne gli appetiti. Vale per le guerre vere e proprie, come quella condotta dalla Russia di Vladimir Putin in Ucraina, ma vale anche per le guerre commerciali.
I dettagli dei singoli accordi potranno certamente riservare delle sorprese, come quella segnalata da Paul Krugman per quanto riguarda l’industria automobilistica giapponese, che si troverebbe comunque a pagare tariffe più basse dei concorrenti canadesi e messicani, i quali, diversamente dai giapponesi, incorporano nelle loro auto componenti prodotte negli Stati Uniti, ma soprattutto vedrebbe i suoi concorrenti americani costretti a pagare molto di più le materie prime, a causa dei dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio. «Se tutto questo sembra incredibilmente stupido, la ragione è che lo è», conclude Krugman. Questo però potrà essere vero sul piano economico e dell’interesse nazionale degli Stati Uniti nel medio periodo, cioè dal punto di vista dell’interesse di tutti i cittadini americani, ma non è detto che lo sia dal punto di vista politico, cioè dell’interesse immediato di Donald Trump.
Intanto, con i soldi incassati grazie ai dazi Trump si paga una parte del colossale taglio delle tasse ai ricchi, cuore della sua politica. Ma soprattutto mette in scena una gigantesca estorsione planetaria che è anche una grande operazione di propaganda, in cui lui veste i panni del padrino e il resto del mondo quelli dei questuanti costretti a baciargli, diciamo così, la mano.
Accettare di recitare questa parte, cioè di pagargli il pizzo, significa assumersi una responsabilità politica e civile non da poco, e incoraggiarlo ancor più su questa strada. Se anche alla fine il conto dei pro e dei contro per le industrie europee (e magari per alcune industrie europee in particolare, tipo quella tedesca) dovesse essere meno caro del previsto (e dalle prime notizie non sembra proprio il caso, tanto meno per l’Italia) è difficile credere che la partita si chiuderà qui, come sostiene Ursula von der Leyen. Ed è ancor più difficile credere che di qui in avanti, vista la posizione in cui l’Unione europea si è messa, le cose per noi possano fare altro che peggiorare.
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