Acqua alla golaL’antipasto texano nell’era dello smantellamento climatico di Donald Trump

Allarmi in ritardo, stazioni meteorologiche prive di figure chiave ai vertici, protezione civile a corto di personale. Con l’alluvione in Texas, gli Stati Uniti hanno sperimentato i primi effetti dei tagli imposti dalla Casa Bianca

AP Photo/LaPresse (ph. Michel Fortier)

Ondate di caldo, mare bollente, perturbazioni distruttive. Che si tratti del Texas o dell’Italia, questo è (e sarà) il copione estivo del riscaldamento globale di origine antropica, capace di innescare un’estremizzazione climatica sempre più tangibile in ogni angolo del mondo. Le dimensioni del disastro texano sono in via di definizione ma già drammatiche, con più di cento morti – comprese delle ragazzine che si trovavano in un campo estivo sulla riva del fiume poi esondato – e decine di dispersi. 

Le hanno chiamate flash floods, alluvioni improvvise. Il livello del fiume Guadalupe è cresciuto di sette-nove metri nel giro di un’ora a causa delle forti piogge; le acque hanno sbriciolato gli argini per poi travolgere le fragili abitazioni in legno della contea di Kerr.

Nonostante la portata dell’evento meteorologico, il cambiamento climatico è rimasto un tabù all’interno della base Maga (Make America Great Again). Donald Trump e Greg Abbott, governatore repubblicano del Texas, non hanno mai menzionato il tema climatico, preferendo attaccare e ridicolizzare chiunque abbia messo in dubbio la capacità dello Stato di diffondere le allerte utili alla cittadinanza per evacuare in tempo.

Questo elemento, fondamentale in termini di adattamento climatico, è parzialmente connesso ai tagli del Doge – il dipartimento per l’Efficienza governativa diretto fino a un paio di mesi fa da Elon Musk – nei confronti di tutte le agenzie federali che si occupano di ambiente e clima. Una su tutte, la Noaa (National oceanic and atmospheric administration), il cui budget è drasticamente calato rispetto a sei mesi fa. 

È in parte ancora presto per parlare di responsabilità dirette, ma il tema è doveroso da sollevare perché la catastrofe texana potrebbe essere solo l’antipasto. Rob Kelly, il più alto funzionario della contea di Kerr, ha detto in conferenza stampa che l’area allagata – considerata la valle fluviale più pericolosa degli Stati Uniti, spesso chiamata Flash Flood Alley – non ha un sistema di allerta meteorologica. Le comunità che vivono vicino al fiume sono state avvisate poco prima dell’alba, a ridosso delle prime esondazioni. Alcune persone sono state travolte dall’acqua mentre dormivano.

Stando ai racconti dei giornali locali, le sirene non hanno suonato e le allerte hanno raggiunto la contea di Kerr solo dopo le 5:30 – ora locale – di venerdì 4 luglio. «Nessuno si immaginava un’alluvione di questo tipo», ha spiegato Kelly. Ma la perturbazione non si è scagliata improvvisamente sul Texas e, vista la vulnerabilità della zona, le autorità avrebbero dovuto agire con più cautela. La stessa Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna degli Stati Uniti, ha ammesso che qualcosa non ha funzionato: «Il sistema (meteorologico, ndr) si è bloccato quando ha raggiunto la zona». Quella appena descritta è una situazione già precaria che non può che peggiorare a causa dello “smantellamento climatico” di Donald Trump. 

L’altro capitolo da aprire riguarda l’accuratezza delle previsioni meteorologiche e, nello specifico, il ruolo del National weather service (Nws) degli Stati Uniti. A maggio, scrive Nbc News, oltre il quaranta per cento degli uffici territoriali dell’agenzia federale aveva tassi di personale vacante superiori al venti per cento. A giugno, i licenziamenti totali hanno toccato quota seicento, e almeno otto stazioni hanno smesso di essere attive ventiquattr’ore su ventiquattro. 

Diverse fonti, compresi alcuni meteorologi indipendenti, hanno però detto che la stazione di Austin/San Antonio, responsabile delle aree colpite dall’alluvione, non ha (ancora) problemi di personale operativo. L’ufficio, infatti, avrebbe perso “solo” sei dipendenti. La questione, per quanto riguarda l’alluvione in Texas, è un’altra: i definanziamenti voluti dalla Casa Bianca hanno lasciato importanti buchi ai vertici del National weather service, anche nella stazione appena menzionata. 

Intervistato dalla Cnn, il deputato democratico Joaquín Castro ha detto che la carenza di queste «figure chiave» ha già avuto un impatto negativo a livello di prevenzione degli eventi meteorologici estremi. Tom Fahy, direttore legislativo del sindacato National weather service employees organization, ha spiegato che l’ufficio meteorologico di Austin/San Antonio è privo di un responsabile scientifico permanente, di un idrologo senior e di un meteorologo incaricato di coordinare le allerte. Quest’ultimo si occuperebbe anche di interfacciarsi direttamente con giornali e televisioni, fonti di informazione chiave (e in tempo reale) per le popolazioni colpite da disastri naturali.

Per capire l’impatto dei tagli di Trump bisogna guardare anche alla gestione dell’emergenza e all’assistenza dei cittadini colpiti da tempeste, indondazioni e altri eventi meteorologici estremi. Queste attività sono in capo alla Federal emergency management agency (Fema), che dopo i definanziamenti ordinati dal Doge si è ritrovata con il personale ridotto del venti per cento. Inoltre, si legge su un approfondimento pubblicato sul Texas Observer, la Casa Bianca ha già annunciato il congelamento dei fondi dell’agenzia. 

L’obiettivo a breve-medio termine di Trump è scaricare le responsabilità dei soccorsi sui singoli Stati, defilandosi perfino dal coordinamento di queste attività. «Vogliamo sganciarci dalla Fema, e vogliamo trasferirla a livello statale. Se un governatore non riesce a gestire le conseguenze (degli eventi meteorologici estremi, ndr), forse non dovrebbe ricoprire quel ruolo», ha detto il presidente statunitense l’11 giugno. La svolta potrebbe avvenire già al termine della stagione degli uragani del prossimo novembre. 

Le politiche di Trump potrebbero anche ritardare le iniziative di adattamento climatico all’interno dei territori vulnerabili alle esondazioni fluviali o all’innalzamento del livello del mare. Uno su tutti, il Texas. Lo Stato sta sviluppando il Galveston bay storm surge barrier system, un progetto di difesa costiera pensato per proteggere la baia di Galveston e alcune cittadine vicino a Houston dalle tempeste. Il governo federale dovrebbe coprire circa il sessantacinque per cento dei costi, che potrebbero superare i sessanta miliardi di dollari. Il condizionale, visto che stiamo parlando di Trump, è d’obbligo. 

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