Natura d’élite La distribuzione ineguale del verde nelle città soffocate dal caldo

Parchi e viali alberati sono spesso concentrati nei quartieri più ricchi, mentre le zone a basso reddito annaspano nel cemento. Gli spazi naturali determinano i prezzi delle case e perdono così il loro duplice valore: sociale e climatico

Marco Ottico/LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (iscrizioni qui) – Il caldo estremo, soprattutto quando è così precoce e duraturo, è tra i più potenti evidenziatori di disuguaglianze nell’epoca cambiamento climatico. Lo conferma il caso di Brahim Ait El Hajjam, di quarantasette anni, che intorno alle 12 di lunedì 30 giugno stava stendendo il calcestruzzo nel parcheggio di una scuola a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna; a un certo punto, l’uomo si è accasciato per terra ed è morto a causa di un infarto presumibilmente dovuto alle temperature proibitive. 

Le varie ordinanze regionali che vietano di lavorare all’aperto nelle ore più calde (solitamente dalle 12 alle 16) sono entrate in vigore nei giorni successivi, dato che in Italia le istituzioni non sanno cosa significhi agire in via preventiva. Come se il clima non fosse già in tilt da anni, solo nel tardo pomeriggio di martedì 1° luglio il ministero della Salute ha attivato un tavolo interistituzionale di coordinamento per rafforzare «le azioni di monitoraggio» e «garantire un’azione integrata e capillare su tutto il territorio».  

Questa carenza patologica di lungimiranza è tangibile nell’applicazione (e nella democratizzazione) di tutte le altre soluzioni pensate per limitare gli effetti delle ondate di calore, rese sempre più intense, lunghe e frequenti dal cambiamento climatico di origine antropica. Il nostro organismo e il nostro pianeta non sono “progettati” per affrontare intere settimane senza mai scendere sotto i 26-27°C, nemmeno dopo il tramonto. A giugno, a Milano ci sono state solo tre notti sotto i 20°C. Quello di ieri, mercoledì 2 luglio, è stato il sesto giorno consecutivo da bollino rosso per diverse città italiane, da nord a sud, e l’ondata di calore non si placherà fino al 5-6 luglio. 

Per sopravvivere alle temperature attuali, superiori di almeno 5-7°C rispetto alle medie tipiche di questo periodo dell’anno, l’essere umano ha una cassetta degli attrezzi piuttosto varia, anche se il rischio zero non esiste (soprattutto per i bambini, gli anziani, i lavoratori più esposti e le persone con patologie cardiovascolari e respiratorie). 

“Sopravvivere” non è una parola esagerata: Alessandro Riccardi, presidente nazionale Simeu (Società italiana di medicina di emergenza urgenza), ha detto all’Adnkronos che in questi giorni gli accessi ai pronto soccorso stanno aumentando del 5-20 per cento; in Spagna, dove si sono toccate punte di 46°C, sono stati registrati 380 decessi (43 in Catalogna) legati al caldo nel solo mese di giugno. 

AP Photo/Olga Fedorova

Ma torniamo alla cassetta degli attrezzi. Per gli spazi interni esistono i condizionatori oppure – ancora meglio, così da risparmiare in bolletta e avere un minor impatto climatico – interventi come il cappotto termico, l’isolamento del sottotetto e l’uso di materiali isolanti. Per quanto riguarda gli spazi esterni, invece, la comunità scientifica internazionale è concorde sull’importanza del verde, il cui potere rinfrescante e ombreggiante si estende anche alle abitazioni circostanti. 

Queste soluzioni sono però elitarie, essendo spesso riservate alle fasce più abbienti della popolazione. La scarsa diffusione di parchi e alberi nei quartieri periferici ne è la dimostrazione plastica. Gli stessi residenti delle zone più cementificate hanno meno probabilità di avere le risorse economiche per installare un condizionatore o realizzare un intervento edilizio per mantenere la casa al fresco, ed ecco che si crea un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. 

Nel nostro continente, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, «gli spazi verdi sono meno diffusi nei quartieri urbani a basso reddito rispetto a quelli a reddito più alto». La presenza del verde determina il valore immobiliare: le case costano di più nelle zone ricche di viali alberati, aiuole drenanti e parchi. Secondo le medie italiane, un’abitazione che si trova a cento metri da un parco vale il quattro per cento in più rispetto alla stessa collocata a un chilometro di distanza dall’area verde (+11,7 per cento a Catania, +8 per cento a Genova, +7,9 per cento a Roma). 

«La riqualificazione e rigenerazione urbana anche in chiave green ha oggi grande rilevanza non solo per la qualità del vivere delle persone ma anche per la valorizzazione del patrimonio immobiliare, in particolare quello delle grandi città», dice Carlo Giordano, co-fondatore di Immobiliare.it. Ma la tanto agognata rigenerazione «in chiave green», insieme ai suoi effetti a livello di adattamento climatico, è solo per pochi e non crea benefici per la collettività. 

Il ricercatore ed educatore olandese Cecil Konijnendijk, co-fondatore del Nature based solutions institute, ha inventato la ben nota formula del “3-30-300”: tre alberi visibili da ogni casa, trenta per cento di copertura arborea in ogni quartiere (le medie riferite alle intere città sono spesso fuorvianti e non tengono conto della diffusione poco omogenea del verde), trecento metri di distanza massima da un parco o un’area naturale per ogni cittadino. È questa, anche secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la ricetta per vivere decentemente anche d’estate. Tuttavia, meno della metà della popolazione urbana europea ha realmente accesso a questo scenario. 

Anche i progetti di riforestazione urbana sono spesso limitati alle zone centrali e benestanti. Non è un caso che, secondo l’Ats di Milano, il biossido di azoto e le polveri sottili abbiano tassi di decesso molto più alti – fino al sessanta per cento in più – nei quartieri periferici del capoluogo lombardo.  

Le zone limitrofe della città, pur essendo circondate da superfici naturali molto estese, hanno una bassa concentrazione di verde urbano “utile”, dunque raggiungibile nel giro di cinque minuti a piedi. Uno studio pubblicato su Land ha rilevato che solo il 37 per cento delle zone edificate della Città Metropolitana di Milano si trova entro trecento metri da un’area verde. Non è solo una questione di quantità, ma di qualità, accessibilità ed equità nella distribuzione. Guardando le medie generali, a Milano circa il quattordici per cento del territorio urbano è occupato da parchi, prati, giardini e alberi, mentre città come Napoli o Roma superano il trenta per cento. 

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I Corredores verdes di Medellín dovrebbero fare scuola, in un certo senso. Dal 2016 – anno di inizio del progetto – al 2019 la temperatura media nella metropoli colombiana è scesa di circa 2°C, con l’obiettivo di ridurla di 4-5°C nei prossimi trent’anni. I risultati più incoraggianti riguardano l’omogeneità dei benefici – riscontrati in centro e in periferia – e il valore sociale dell’iniziativa, accompagnata da programmi di formazione e inserimento di giardinieri provenienti dai quartieri svantaggiati.  

I corredores – che sono più di trenta e si estendono per 77mila metri quadrati – hanno coinvolto anche le zone più degradate della metropoli colombiana, connettendo meglio gli spazi naturali preesistenti e riducendo la temperatura in modo armonico. Merito delle zone d’ombra e dell’evapotraspirazione degli alberi, che rilasciano vapore acqueo in grado di rinfrescare l’aria. Si può fare.

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