
La sera di mercoledì 9 luglio 1980, nove deputati europei si incontrarono in una sala privata del ristorante Au Crocodile, in rue de l’Outre, a due passi dalla Cattedrale di Strasburgo, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo. Il Parlamento europeo, espresso allora da nove paesi membri, era stato eletto per la prima volta a suffragio universale e diretto nel giugno 1979 da duecentocinquanta milioni di cittadini e di cittadine, che avevano portato nell’Assemblea i socialisti come primo gruppo, seguiti dai popolari, dai democratici europei, e cioè principalmente dai conservatori britannici, dai comunisti italiani e francesi, dai liberali, dai democratici europei del progresso, e cioè principalmente dai gollisti francesi, e da una pattuglia di deputati indipendenti di diverso e opposto orientamento, fra cui i radicali di Marco Pannella e quelli che oggi chiameremmo euroscettici, eletti in Belgio, Danimarca, Irlanda, Italia e Regno Unito, escludendo fra gli euroscettici sia i liberali olandesi del partito D66 che gli eletti del Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante, il cui nazionalismo storico era stato fortemente stemperato dal loro autonomo sostegno all’europeismo di Spinelli.
Altiero Spinelli era stato eletto al Parlamento europeo come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, con un suo programma in cui aveva condiviso l’idea di Berlinguer del «compromesso storico» («Pci, che fare?», Einaudi 1978), ma con cui si era distinto sull’obiettivo dell’unione economica e monetaria, come sviluppo dello Sme, che aveva visto Pci e Partito socialista italiano dissociarsi in aula a Montecitorio dal governo Andreotti, sull’installazione degli euromissili a seguito della doppia decisione della Nato – osteggiata dal Pci – come risposta agli SS-20 dell’Unione Sovietica, sulla guerra sovietico-afghana esplosa nel 1979 e, nel 1982, sulla guerra delle Malvine o Falklands, in cui Spinelli si era schierato per la democrazia occidentale contro la dittatura argentina.
Il punto centrale del suo programma era fondato sull’idea che una politica economica per promuovere piani di sviluppo a livello internazionale, e una politica di programmazione europea secondo l’ispirazione di Giorgio Ruffolo, esigevano l’avvio di un processo costituente e, in prospettiva, una costituzione europea elaborata dal Parlamento europeo.
Ciò escludeva, per Spinelli, la via diplomatica del negoziato intergovernativo attraverso una modifica dei trattati, che avrebbe condotto a un risultato insufficiente e inadeguato, di fronte alle sfide europee e internazionali che facevano appello alla responsabilità europea.
Il Consiglio aveva risposto a un atto di ribellione dell’Assemblea – che aveva accolto la proposta di Spinelli di respingere, nel dicembre 1979, il progetto di bilancio per il 1980 – presentando un nuovo progetto che negava al Parlamento europeo il ruolo di autorità di bilancio, e rifiutava l’idea di un potere fiscale, necessario per disporre di maggiori risorse, maggiore presenza sui mercati finanziari e, dunque, un maggiore e più democratico potere legislativo europeo.
Cogliendo le ragioni politiche e istituzionali di questa sconfitta, Altiero Spinelli aveva sollecitato i suoi colleghi a rivendicare ed esercitare un potere costituente, non scritto nei trattati, ma fondato sull’idea che, nella democratizzazione delle Comunità, doveva prevalere il principio secondo cui la scrittura delle costituzioni deve essere affidata alle rappresentanze popolari direttamente elette, e che, secondo questo principio, avrebbe dovuto essere il Parlamento europeo a cambiare la «costituzione delle Comunità».
Si trattava di proporre all’assemblea una sorta di «insurrezione» politica e istituzionale, perché i governi ritenevano allora, e continuano a ritenere oggi, che essi sono i «signori dei trattati» (the owners of the treaties), e la Commissione europea, che era allora, e lo è ancora in buona parte oggi, espressione politica principalmente dei governi e non un organo burocratico, condivide questo principio confederale, facendo del sistema europeo un organismo ermafrodita, dove la dimensione maschile pattizia prevale su quella femminile costituzionale (Giuliano Amato).
La strada verso l’insurrezione politica e istituzionale era seminata di ostacoli che provenivano solo in misura molto modesta dagli euro-ostili, o, come li aveva definiti The Guardian al tempo del primo referendum britannico nel 1975, gli «euro-scettici», che hanno attraversato la Manica negli anni successivi, diventando ora una variegata e consistente forza nel Parlamento europeo eletto a giugno 2024.
Gli ostacoli provenivano – per citare insieme a Spinelli Nicolò Machiavelli – da tutti coloro che traevano vantaggi dagli ordini esistenti, ma soprattutto dai «tiepidi sostenitori degli ordini nuovi», che pullulavano in tutti i gruppi politici, ma soprattutto fra i socialisti (francesi e britannici) e i liberali (tedeschi), escludendo da una parte la grande maggioranza dei popolari, allora fedeli alla tradizione europeista di Adenauer, De Gasperi e Schuman, e dall’altra l’ostilità ideologica delle sinistre, che potemmo definire sovraniste in Francia e in Danimarca, ma anche in una minoranza dei socialdemocratici tedeschi e fra alcuni comunisti italiani.
La cena del 9 luglio 1980 fu un piccolo miracolo europeo spinelliano, unendo in una dimensione sovranazionale democristiani, socialisti, liberali, conservatori britannici e comunisti riformisti, preparata dopo un intenso lavoro di contatti durante il mese di giugno a Bruxelles e a Strasburgo.
La prima scelta del Club del Coccodrillo fu la decisione se lavorare al di fuori dei gruppi, con la creazione di una rete federalista dentro il Parlamento europeo, come avrebbe voluto Bruno Visentini, che si era espresso per questa scelta di rottura sul Corriere della Sera, o quella di lavorare all’interno dei gruppi per convincerli a sostenere l’avvio del processo costituente, come sosteneva Spinelli, e come fu così deciso dal Club.
La seconda scelta fu legata alla proposta di affidare il lavoro di elaborazione o alla «commissione politica», che, in un Parlamento non legislatore, trattava sia le questioni istituzionali che l’inesistente politica estera, o a una commissione ad hoc, chiamata a concentrarsi solo sul dibattito costituzionale, affidato in modo trasparente a un gruppo di relatori, coordinati dallo stesso Spinelli, e all’aiuto di un comitato di giuristi.
Anche in questo caso fu accolta la proposta di Spinelli, che si tradusse in una risoluzione parlamentare approvata dall’assemblea il 9 luglio 1981, da cui nacque a gennaio 1982 la «commissione per gli affari istituzionali».
La terza scelta fu legata o all’ipotesi di predisporre una serie di emendamenti ai trattati da sottoporre en bonne et due forme a una conferenza intergovernativa, secondo le procedure di revisione che escludevano il ruolo del Parlamento europeo e prevedevano un accordo unanime dei governi e l’unanimità delle ratifiche nazionali, o al far uso della Convenzione di Vienna sui trattati internazionali, che avrebbe permesso di seguire la via innovativa di un organo diverso da quello intergovernativo, e cioè il Parlamento europeo, per sottoporre il testo del trattato, nella forma, e di una costituzione nella sostanza, direttamente ai parlamenti nazionali, proponendo una procedura speciale per la sua entrata in vigore.
Prevalse di nuovo la linea federalista di Spinelli, che consentì al Parlamento europeo di discutere, elaborare e adottare, fra la fine di gennaio 1982 e il 14 febbraio 1984, un «progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea», con un passaggio politico nell’assemblea il 13 settembre 1983, in un processo totalmente trasparente, che aiutò e contribuì alla ricerca di accordi fra i gruppi politici, con l’obiettivo di ottenere un consenso largamente maggioritario dell’assemblea.
Di queste scelte non ci sono tracce scritte, perché non c’erano resoconti delle riunioni del Club, ma conclusioni affidate a immediati atti politici, di cui si trovano sintesi dettagliate nel «Diario» di Altiero Spinelli, pubblicato da Il Mulino nel 1992.
L’opera di divulgazione spinelliana, in assenza degli strumenti delle nuove tecnologie dell’informazione, fu affidata a un’agile rivista plurilingue cartacea (Crocodile: Lettera ai membri del Parlamento europeo), diffusa in tutta Europa fra ottobre 1980 e giugno 1983, e ora conservata negli Archivi dell’Unione europea a Fiesole, insieme agli archivi personali di Altiero Spinelli.
Appare oggi evidente che le sfide europee e internazionali a cui deve rispondere l’Unione europea, anche per creare le condizioni di un sistema europeo capace di agire con efficacia e metodo democratico, che integri, secondo formule differenziate, paesi e popoli diversi di quasi tutto il continente europeo, esigono il superamento del Trattato di Lisbona, elaborato, firmato ed entrato in vigore in una fase ben diversa della storia europea e del mondo.
La vicenda del Club del Coccodrillo, nato a Strasburgo quarantacinque anni fa, può essere oggi di utile esempio, se il mondo della politica, dell’accademia e della società civile avrà la visione, il coraggio e la perseveranza di ispirarsi al progetto, al metodo e all’agenda che Spinelli seppe far accettare alle sue colleghe e ai suoi colleghi.