
Abbiamo letto molti commenti, in buona parte critici o addirittura demolitori, delle sette proposte presentate dalla Commissione europea il 16 luglio 2025 su quello che costituisce il puzzle del Quadro finanziario pluriennale (Qfp). Secondo la logica imposta dai governi e accettata dall’Esecutivo europeo fin dal 1993, esso dovrebbe coprire ben due legislature europee, dal 2028 al 2034, nella prospettiva di un’Unione europea che potrebbe passare nel frattempo da ventisette a trentacinque paesi membri e che venga sottratto al Parlamento europeo, che sarà eletto nel giugno 2029, il potere di negoziare sul futuro finanziamento europeo.
Prima di addentrarci in quel puzzle, vorremmo attirare l’attenzione di chi legge su due aspetti che potrebbero avere un rilievo politico e costituzionale nel negoziato fra il Consiglio e il Parlamento europeo, destinato a coinvolgere più formazioni governative e più commissioni parlamentari, oltre ai gruppi politici.
Il primo aspetto riguarda il fatto politicamente rilevante della decisione di una coalizione non occasionale – formata da Ppe, S&D, Renew e Verdi – che approvò a novembre 2024 la seconda Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, di esprimere una posizione comune sul Qfp, escludendo i tre gruppi di destra ed estrema destra (Patrioti, Conservatori e Sovranisti).
La conferma della maggioranza europeista sul Qfp non potrà tuttavia limitarsi alla dichiarazione comune del 16 luglio 2025, ma dovrà consolidarsi in uno spirito di cooperazione leale:
– nell’elaborazione e nell’approvazione di una risoluzione di natura pre-legislativa, per precedere e preparare gli incontri con i ministri delle finanze e del bilancio, che avranno luogo a partire dal prossimo autunno e che determini e vincoli la presa di posizione della Presidente Roberta Metsola davanti al Consiglio europeo, in occasione della quale la Presidente dovrebbe ricordare ai Capi di Stato e di governo che l’art. 312, par. 2 Tfue consente di applicare all’approvazione del Qfp la clausola della passerella per passare dal voto all’unanimità al voto a maggioranza qualificata;
– nella determinazione ad applicare all’erogazione delle spese e ai regolamenti di esecuzione già sul tavolo dell’autorità legislativa la clausola del rispetto rigoroso dello stato di diritto, della lotta alla corruzione e della trasparenza;
– nella modifica dell’accordo interistituzionale fra il Consiglio e il Parlamento europeo che garantisca il controllo democratico sull’insieme delle spese e delle entrate e sulla scelta delle basi giuridiche per l’adozione dei regolamenti di esecuzione dei fondi;
– nell’accordo politico di escludere dall’attribuzione di relazioni politiche o rapporti normativi a parlamentari dei gruppi di destra ed estrema destra (Pie, Ecr e Esn) – cosa che è purtroppo avvenuta in questo primo anno di legislatura a causa dell’uso della politica dei due forni da parte del Ppe – affinché l’azione della maggioranza europeista si traduca in un coerente lavoro parlamentare;
– e, infine, nella decisione di creare una commissione ad hoc sul Qfp che copra le competenze di più commissioni parlamentari, riprendendo l’orientamento discusso alla fine della scorsa legislatura di applicare ai lavori parlamentari il Modello Westminster, dove esiste una grande Bill Committee.
Il secondo aspetto riguarda la proposta della Commissione europea di applicare l’art. 311 Tfue, in cui si afferma che l’Unione si dota dei mezzi necessari per raggiungere i suoi obiettivi e realizzare le sue politiche con un bilancio integralmente finanziato da risorse proprie «senza pregiudizio di altre entrate», proponendo di introdurre cinque nuove risorse proprie che si aggiungono a quelle esistenti e di creare una riserva di debito pubblico europeo dotata di quattrocento miliardi di euro per far fronte a future emergenze.
L’ammontare delle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione europea è certamente inadeguato per far fronte alle sfide di fronte a cui si trova oggi l’Unione europea e di fronte a cui potrebbe trovarsi se fosse accolta l’idea sciagurata di un Qfp valido fino al 2034.
La proposta della Commissione europea rappresenta tuttavia un punto di partenza che dovrebbe spingere il Parlamento europeo e la società civile a scegliere la via di un’equa politica fiscale europea, tassando esternalità negative per garantire beni pubblici europei e per ridurre i contributi nazionali al bilancio europeo.
Non è facile districarsi fra le oltre duecento pagine di comunicazioni e di proposte di decisione, che la Commissione europea ha sfornato il 16 luglio 2025 dopo un lungo negoziato che ha coinvolto direzioni generali, gabinetti dei commissari e infine gli stessi commissari, su cui una agguerrita minoranza si era dichiarata ostile per varie ragioni legate soprattutto a pressioni esterne.
Alla fine, si è imposta la visione della Presidente Ursula von der Leyen, la cui autorità appare da mesi come l’elemento caratterizzante del suo secondo mandato.
La visione di Ursula von der Leyen è apparsa con chiarezza di fronte alla stampa europea, a cui è stata diffusa tutta la documentazione del futuro Qfp dell’Unione europea, per ora con ventisette paesi, ma che potrebbe riguardare alla fine del ciclo, nel 2034, fino a trentacinque Stati membri, se saranno accolti i candidati dei Balcani e dell’Europa orientale, che scalpitano per entrare nella famiglia europea.
Ursula von der Leyen ha lasciato al commissario al bilancio Serafin il compito di esporre solo delle slides davanti alla commissione per i bilanci del Parlamento europeo.
Facciamo due passi indietro nella storia finanziaria delle Comunità europee, caratterizzate da storici conflitti come quello di Margaret Thatcher del famoso «I want my money back» o dall’atto di rivolta del Parlamento eletto che respinse il bilancio dei governi nel 1979 e diede vita, nel 1980, al Club del Coccodrillo.
Il primo è più lungo, perché ci porta a quello chiamato, a metà degli anni Ottanta, il Pacchetto Delors-I, apparso a Jacques Delors necessario per passare dai bilanci annuali a una più efficace programmazione finanziaria che fosse coerente con programmi già pluriennali, come i fondi regionali e la ricerca, ma anche per accompagnare la realizzazione dell’Europa senza frontiere con impegni sostanziosi per la coesione, gli investimenti in una dimensione europea della ricerca e della tecnologia, lo spazio sociale e l’ambiente, legando la scadenza del 1992 del mercato unico alla realizzazione del primo Qfp.
Secondo Jacques Delors, quel quadro doveva coincidere con una durata quinquennale e cioè essere approvato a un anno di distanza dalla fine di una legislatura europea (1988–1989) e concludersi prima che si avviasse la fine della nuova legislatura (1992–1993).
L’Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987, non aveva previsto di rafforzare i poteri del Parlamento europeo in materia di bilancio, limitati all’ammontare delle cosiddette spese non obbligatorie, e cioè principalmente la politica regionale e la ricerca, ma nel quadro delle entrate decise dal Consiglio, cosicché il primo Qfp fu ampiamente decurtato dai governi, che imposero alla seconda Commissione Delors di presentare nel 1992 un nuovo Qfp (Pacchetto Delors II) con scadenza di sette anni, e così è stato fino a quello che scadrà alla fine del 2027.
Di fronte alla ristrettezza delle risorse dedicate al bilancio, in particolare per gli investimenti in infrastrutture europee – che oggi verrebbero collocate nell’ambito della competitività di Mario Draghi – Jacques Delors osò lanciare nel 1993 l’idea di introdurre degli eurobond o obbligazioni europee, emesse in sostituzione di titoli di debito pubblico per i paesi aderenti all’Uem.
L’idea fu rapidamente scartata dai governi, ma resta tuttora una sorta di fiume carsico che appare in superficie quando si ripropone il problema di un finanziamento più ambizioso del bilancio europeo.
Il secondo, ma più breve, passo indietro riguarda il Qfp dal 2021 al 2027, e cioè gli anni della transizione ecologica e digitale, della pandemia, dell’aumento dei flussi migratori, dell’aggressione della Russia all’Ucraina e del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Poiché la visione di Ursula von der Leyen ci ha narrato che il prossimo Qfp sarebbe ben più ambizioso di quello attuale, superando in sette anni i duemila miliardi di euro e giungendo all’1,26 per cento del Reddito nazionale lordo medio dell’Unione europea, vale la pena di ricordare che al Qfp dal 2021 al 2027 occorre aggiungere i prestiti e le sovvenzioni del Next Generation EU e l’aumento della revisione di medio termine nel 2024 – arrivando a una somma totale pari a 2087,6 miliardi di euro.
Le tre grandi linee di bilancio del nuovo Qfp, escludendo le spese amministrative e la riserva per l’Ucraina, ammonterebbero a 1704,8 miliardi di euro a prezzi costanti, ma potrebbero crescere se venisse accolta la proposta del Parlamento europeo di prorogare la validità del Ngeu di almeno diciotto mesi. Queste somme non tengono conto, tuttavia, degli effetti dell’inflazione e includono invece il rimborso dei prestiti contratti dalla Commissione europea per le sovvenzioni agli Stati membri nel quadro del Ngeu.
È stato detto che le proposte del nuovo Qfp rischiano di indebolire o di annullare un sistema consolidato negli anni, per introdurre al suo posto un metodo di negoziato diretto fra la Commissione europea e i singoli Stati membri, sulla base di piani nazionali con erogazioni condizionate dall’attuazione di riforme interne, spesso legate a misure di austerità, come avviene per i Pnrr nazionali.
Si potrebbe ridurre così drasticamente il potere di controllo del Parlamento europeo e la trasparenza della gestione delle finanze europee, proprio nel momento in cui i governi italiano e tedesco hanno chiesto di rinviare sine die il negoziato con il Parlamento europeo (trilogo) sulla revisione della direttiva per la lotta alla corruzione e la trasparenza, che non riguarda solo le frodi al bilancio europeo, ma il controllo degli Stati membri anche in vista delle future adesioni.
Sul piano delle politiche europee, l’insistenza sulla flessibilità e sulla semplificazione – se esse si tradurranno in atti normativi e finanziari vincolanti – comporta vari problemi che sono stati sottolineati nei primi commenti al Qfp:
– il rischio di far evaporare gli impegni europei in materia ambientale e sociale, a vantaggio delle industrie inquinanti;
– la violazione del principio della coesione economica, sociale e territoriale iscritto nel Trattato;
– l’annullamento dell’obiettivo della biodiversità in un mondo rurale, dove sono scomparse il 44 per cento delle piccole imprese e sono aumentate del 56 per cento le grandi industrie agricole e di trasformazione;
– il rafforzamento dell’approccio securitario (la Europa dei muri) in materia di flussi migratori e di asilo, a scapito dell’accoglienza e dell’inclusione (la Europa dei ponti);
– l’allontanamento della prospettiva di una difesa comune (a cui verrebbero dedicati solo centotrenta miliardi di euro in sette anni) come parte della politica estera e di sicurezza, avendo proposto di collocare la prima nel quadro del Fondo per la competitività e la seconda nell’ambito dell’Europa globale;
– la riduzione dell’impatto della ricerca applicata europea con l’accorpamento di programmi comuni come Horizon nel Fondo per la competitività;
– la sottrazione alla Commissione del controllo dei programmi a gestione diretta, su cui si fonda il potere democratico del Parlamento europeo.
Infine, la perpetuazione della scadenza di sette anni del Qfp fino al 2034 sottrae al Parlamento europeo, che sarà eletto nel giugno 2029, il potere di decidere sulle finanze dell’Unione europea e crea un’inaccettabile situazione di instabilità in vista delle future adesioni di paesi candidati.
Se il Parlamento europeo volesse agire con determinazione per dare attuazione alla dichiarazione firmata il 16 luglio 2025 dai quattro gruppi politici della maggioranza europeista, esso dovrebbe cercare alleanze esterne, promuovendo assise interparlamentari soprattutto nel caso della rinazionalizzazione e dell’introduzione di ventisette piani nazionali, e coinvolgendo la società civile, il mondo del lavoro e della produzione in un processo di bilancio partecipativo.