Ecoresistenza La romantica rinascita della riserva naturale ucraina di Kakhovka

Nel giugno 2023, l’esercito russo ha distrutto una delle dighe più importanti del Paese, causando l’esondazione del Dnipro. Superato il disastro, le piante stanno ricrescendo e gli animali – persino una specie in via d’estinzione – stanno tornando. Secondo gli scienziati, si tratta di una rara e spontanea ricostituzione dell’ecosistema fluviale

Il bacino fluviale dopo le esondazioni del giugno 2023 (AP Photo/LaPresse)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (iscrizioni qui) – Ve la ricordate la diga di Nova Kakhovka, nella regione meridionale ucraina di Kherson? Nel giugno 2023, l’esercito russo l’ha fatta letteralmente saltare in aria, allagando villaggi e campi agricoli, uccidendo persone (alcuni bilanci parlano di centinaia di morti, altri di decine) e lasciando un milione di cittadini senza accesso all’acqua potabile. Oleksii Vasyliuk, direttore dell’Ukrainian nature conservation group, è uno dei ricercatori che sta studiando le conseguenze ambientali di quel bombardamento, ma non solo.  

Già per questo dovremmo ringraziarlo, perché raccogliere dati e informazioni sulla salute degli ecosistemi nel pieno di una guerra d’aggressione è un’impresa rischiosa ma al contempo preziosa per la collettività. Anche con l’obiettivo, come sottolinea la giornalista Stefania Divertito nel saggio “Uccidere la natura” (ilSaggiatore), di preparare «insieme al governo ucraino cause legali contro la Russia presso la Corte penale internazionale». 

Subito dopo l’inondazione causata dall’attacco russo, il bacino di Kakhovka – più esteso di tutta New York City – si è trasformato in un deserto di fango e sterpaglie. Da qualche mese, però, le piante hanno ricominciato a crescere, raggiungendo altezze e volumi mai visti prima. «Un vasto mare di giovani alberi si estende all’orizzonte verso la centrale nucleare occupata di Zaporizhzhia», scrive il giornalista Vincent Mundy in uno straordinario reportage pubblicato sul Guardian. 

Tra gli intervistati c’è proprio Oleksii Vasyliuk, che ha fatto il punto della situazione sulla (romantica) rinascita di un territorio chiave per la biodiversità ucraina ed europea: «Stiamo assistendo alla crescita di un enorme sistema forestale naturale all’interno di una pianura alluvionale. Non si tratta di un progetto gestito dall’uomo. È il territorio stesso che sta tornando a vivere», racconta. Prima dell’invasione russa, stando ai dati della Convenzione per la diversità biologica, l’Ucraina ospitava il trentacinque per cento della biodiversità del nostro continente. 

Vasyliuk è tra gli autori dell’ultimo report dell’Ukrainian war environmental consequences work group (Uwec), che ha confermato – anche attraverso l’uso di immagini satellitari – l’evoluzione dell’ecosistema del basso Dnipro, il fiume esondato dopo il crollo della diga. Oggi il bacino ospita fitte distese di salici e pioppi, oltre a vaste zone umide che stanno attirando numerose specie animali. 

Gli storioni in via d’estinzione sono tornati a popolare il corso d’acqua, mentre i cinghiali e altri mammiferi si sono nuovamente insediati nelle foreste. Non si tratta “solo” di un ripristino delle zone umide – un intervento che può anche essere innescato dall’uomo –, ma della rara e spontanea ricostituzione di un ecosistema fluviale.  

Ora l’Ucraina è davanti a un bivio: lasciare che la natura faccia il suo corso o ricostruire una centrale idroelettrica? Vasyliuk non ha dubbi: «Con una nuova diga, la giovane foresta e la vita che ora accoglie andrebbero perdute. Un intervento così imponente distruggerebbe una foresta spontanea e giovane, che non abbiamo ancora avuto il tempo di studiare e comprendere appieno. In gioco ci sono la nostra sovranità bioculturale, la nostra natura, la nostra identità e la nostra indipendenza: elementi che simboleggiano il tipo di Nazione che vogliamo diventare». 

Vasyliuk si riferisce anche al processo di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, che potrebbe essere favorito dalla «grande prateria» sorta sui resti dell’inondazione di due anni fa. «Il ripristino degli ecosistemi naturali di acqua dolce lungo quel tratto del basso Dnipro – circa duecentocinquanta chilometri – potrebbe diventare un progetto senza eguali in Europa» e contribuirebbe ad allineare il Paese agli impegni presi con Bruxelles «per riportare i fiumi al loro stato naturale entro il 2030», racconta Eugene Simonov, coordinatore internazionale della coalizione Rivers without boundaries, al Guardian. 

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