Come neve al sole Una mostra dedicata al filo rosso che unisce l’uomo ai ghiacciai

Fino al 26 ottobre, nelle sale del medievale Castel Belasi (Trentino), un’esposizione utilizza le masse glaciali per riflettere sull’evoluzione moderna dei concetti di fragilità e sparizione, inevitabilmente segnati dall’avanzare del cambiamento climatico

AES+F, Last Riot (courtesy of Muse)

I ghiacciai e gli iceberg raccontano la contemporaneità, i problemi che affliggono il mondo sotto l’insidia dei cambiamenti climatici. Con il paradosso che proprio in luoghi lontani, cioè le regioni polari e soprattutto l’Antartide e la Groenlandia, che sembrerebbero al riparo da ogni problema, questi cambiamenti – se non sconvolgimenti – sono più reali e visibili. È lì, come in altri luoghi come la foresta amazzonica, che si gioca la partita della sopravvivenza dell’intero pianeta. 

Imponenti ed eleganti nel loro candore, apparentemente forti e invece vulnerabili, i ghiacciai si trovano all’interno di quello che l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha definito «Anno internazionale» per la loro «conservazione», nella speranza di sensibilizzare sul loro ruolo nel mondo, sul loro impatto sull’uomo e sulle scelte – individuali e collettive – che si possono compiere per contrastarne la fusione accelerata. 

Il tema è trattato con un taglio originale dalla mostra Come ghiaccio – Riflessioni sullo scomparire pensando al futuro, curata da Stefano Cagol e allestita (fino al 26 ottobre) nelle sale del medievale Castel Belasi, in Trentino, in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze di Trento, nell’ambito di progetti comuni su sostenibilità, arte contemporanea e scienza.

L’importanza delle scelte orienta anche tutte le mostre presentate nel castello, denominato “Centro d’arte contemporanea per il pensiero ecologico”. Il merito è del messaggio lanciato da tutti i suoi affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi, depositari di un monito chiaro e quanto mai attuale: le scelte dell’essere umano nella vita quotidiana non sono scevre da conseguenze, dunque devono essere consapevoli.

ph. Arturo Di Casola

La prima opera della mostra Come ghiaccio, che s’incontra entrando nelle sale del castello a essa dedicate, è un video intitolato Invisible, realizzato dall’artista svizzero Peter Aerschmann; il filmato richiama gli iceberg attraverso silhouette bianche che si muovono secondo una danza triste. I ghiacci hanno perso la loro naturale imponenza e vagano, sbandati, alla deriva. Così come avviene in una realtà che li vede feriti dagli sconvolgimenti del clima e ormai avviati verso lo scioglimento. Ma le silhouette hanno sembianze di esseri umani, accomunati dalle conseguenze del riscaldamento globale.

Gli iceberg hanno una voce, e l’australiano Philip Samartzis – nella sua Icebergs e Brash Ice – l’ha registrata. È il rumore – che l’immaginazione dell’artista trasforma in voce – degli “abitanti” dell’Antartide Orientale, gli iceberg, che si muovono sulle superfici marine, e i brash ice, accumuli di frammenti di ghiaccio galleggianti a pelo d’acqua. La voce diventa il lamento dell’acqua nei suoi diversi stadi.

Il filo rosso che unisce gli iceberg e gli esseri umani ritorna nell’opera dell’artista con base a Londra Indra Moroder Valecha. In Le due morti, un drappo di seta bianca è macchiato dal rosso di cubetti di ghiaccio colorato che evocano il colore del sangue. L’artista si riferisce alla tragedia avvenuta nel 2022 sul ghiacciaio della Marmolada, quando il distacco improvviso di un seracco causò la morte di undici escursionisti. E su cui il mondo scientifico non ha avuto dubbi, attribuendone la causa principale ai cambiamenti climatici di origine antropica. Quello della Marmolada non è un ghiacciaio qualunque, visto che, nel corso dell’ultimo secolo, ha visto il suo volume diminuire dell’ottanta per cento, con una brusca accelerazione dal Duemila in poi.

AES+F, Last Riot (courtesy of Muse Trento)

Gli iceberg continuano a essere leitmotiv di Come ghiaccio, diventando paradossali nei collage di immagini dell’artista di lingua e cultura Inuit Ivínguak Stork HØEGH. Una slitta trainata da zebre, e mamma e figlio Inuit con abito di pelliccia che giocano su una spiaggia di palme: scene di fantasia ma che la realtà climatica rende più concrete di quanto si possa pensare. E poi le immagini di iceberg-grattacieli e un rubinetto ai piedi di un iceberg, divenuti attuali a causa delle pretese avanzate dal presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia.

Minimale l’approccio dell’artista e documentarista libanese Khaled Ramadan, che vive e lavora a Copenhagen, nel cui video – Wise Ice – mostra la vita che pure esiste in piccole porzioni di ghiaccio, se osservata da molto vicino. Piccoli movimenti sotto l’apparente impenetrabilità del ghiaccio, bolle d’aria intrappolate. La vita che esiste laddove non s’immagini ci sia. La speranza, forse.

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