Fomo climaticaIl riscaldamento globale torna in cima al dibattito, ma non è per forza una buona notizia

Politici e giornalisti hanno colto gli sviluppi d’attualità per rispolverare frettolosamente i temi “verdi”, senza però pulirli fino in fondo. Ecco perché, appena le notizie cambieranno, si tornerà al punto di partenza, con un pubblico ancora più confuso e spaventato

Claudia Vanacore/LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Un déjà vu. Per una decina di giorni, il clima è tornato ai vertici del dibattito pubblico italiano, tra lunghi liveblog in cima alle homepage dei grandi quotidiani, editoriali, risse verbali in televisione e politici improvvisamente usciti da un lungo letargo strategico. 

L’Europa è stata investita da una delle ondate di calore più intense, lunghe e precoci di sempre: secondo le stime dell’Imperial College di Londra, valide per il periodo dal 23 giugno al 2 luglio, il cambiamento climatico ha triplicato i decessi per il caldo estremo all’interno di dodici grandi città europee, comprese Milano (317 decessi «in eccesso» connessi al riscaldamento globale di origine antropica) e Roma (164). 

Nel frattempo, la Commissione europea ha annunciato il target intermedio sulla riduzione delle emissioni (-40 per cento entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990) e le opzioni di flessibilità per permettere agli Stati membri di raggiungere l’obiettivo più facilmente. La settimana è terminata con l’alluvione in Texas (più di cento morti) e le tempeste in Lombardia, strettamente collegate alle temperature in aumento dei nostri mari. 

L’attualità occidentale – il Sud Globale, come sempre, viene dimenticato – ha riempito lo stomaco di chi cerca spasmodicamente click e consensi, ma questa non è l’unica ragione che ha riportato il cambiamento climatico in cima ai pensieri di politici, giornalisti, lobbisti e imprenditori.

Al netto delle nuove minacce di Donald Trump sui dazi, del massiccio attacco russo su Kyjiv della settimana scorsa e della proposta statunitense sulla tregua a Gaza, non ci sono stati sviluppi decisivi o novità sconvolgenti all’interno delle grandi questioni internazionali.

Per il partito X e il giornale Y – dove per “giornale” intendo quotidiani online o cartacei, siti web, pagine social, newsletter, podcast, programmi radio e tv, ovviamente non verticali su clima e ambiente – si è quindi creata la finestra perfetta per rispolverare frettolosamente i temi “verdi”, senza però pulirli fino in fondo, ripararli, ripensarli. Ma quando si agisce in superficie, prima o poi si torna alla situazione di partenza. 

Lo stesso discorso vale per le aziende e i centri di ricerca che si interfacciano con i giornalisti. Nei giorni dell’ondata di calore ho ricevuto una quantità forse mai vista di comunicati stampa che annunciavano dati più o meno validi, più o meno riciclati da vecchi studi, sull’impatto delle temperature estreme sulla nostra quotidianità. Spesso si trattava di imprese interessate esclusivamente a promuovere i loro prodotti e le loro iniziative. 

Il caldo è diventato l’assist ideale per incrementare le vendite, sfruttando il più grande problema dei media odierni: la mancanza di tempo per verificare, approfondire e selezionare i report davvero autorevoli, interessanti e utili. 

L’importante è parlarne, inseguire i trend, avere buoni riscontri numerici ed emergere – non importa come – all’interno del caos. Secondo un’analisi di Mediamonitor.it, valida per il periodo dal 7 giugno al 7 luglio, le principali radio e tv italiane hanno usato l’espressione «emergenza caldo» 3.684 volte, circa una ogni dodici minuti. 

Stiamo assistendo a una Fomo (Fear of missing out, la paura di rimanere esclusi) climatica che terminerà non appena l’attualità metterà sul piatto delle novità più appetibili per il grande pubblico.  

Facciamo ancora fatica a capire che il riscaldamento globale non funziona come un interruttore e continua a peggiorare, indipendentemente dall’attenzione politica e mediatica. È un concetto molto più complesso di quanto si pensi, perché la crisi climatica soffre di un fisiologico problema di percezione. 

A volte non riusciamo a vederla e toccarla con facilità, ma è sempre lì. Spesso è definita «threat multiplier», moltiplicatrice di minacce, dalla stampa anglosassone. Per questo è necessario uno sforzo in più in termini di comunicazione, a tutti i livelli. Nessuno pretende di vedere il clima in prima pagina ogni giorno, ma chi lavora nell’informazione ha il dovere di spiegare – anche quando la stretta attualità offre spunti teoricamente poco appetibili – il ruolo dei temi “verdi” nella vita quotidiana, nell’economia, nella società, nella sanità.  

Al termine di questa fase di “Fomo climatica”, il pubblico non sarà più informato o più consapevole, ma solo più confuso e spaventato da mappe rosse non spiegate, dati privi di contesto e inutili lanci d’agenzia. 

Perché il déjà vu di cui parlavo all’inizio riguarda anche il modo in cui si tratta la questione climatica: senza parlare di cause, soluzioni e responsabilità politiche. E, a volte, senza nemmeno nominare esplicitamente il riscaldamento globale, in attesa della pubblicazione di uno studio di attribuzione che certifichi il legame diretto tra un evento meteorologico estremo e l’aumento dei gas serra emessi da noi esseri umani. Il trend climatico in cui siamo immersi è però impossibile da ignorare: ometterlo significa raccontare solo una parte della storia. 

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