Nemesi democraticaL’attacco a Obama è molto più di un semplice diversivo

Con tutto il rispetto per il caso Epstein, voler sbattere in cella un ex presidente con accuse farlocche mi pare abbastanza grave, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Tutti adesso dicono che il tentativo di trascinare Barack Obama in tribunale, con l’assurda accusa di avere chiesto ai servizi segreti di falsificare prove contro Donald Trump nel cosiddetto Russiagate, è solo l’ultimo disperato tentativo di distrarre l’attenzione dal caso Epstein.

Una vicenda certo assai imbarazzante per la Casa Bianca, quella del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, organizzatore di un giro di prostituzione minorile per miliardari e uomini di potere, morto suicida in carcere nel 2019, su cui proprio Trump aveva condotto una violentissima campagna, denunciando un complotto dei democratici per insabbiare la verità. Salvo passare molto bruscamente dalla richiesta di pubblicare tutto alla tesi secondo cui non ci sarebbe stato nulla da pubblicare, arrivando perfino a deridere i propri sostenitori che avevano creduto a chissà quali macchinazioni.

L’ultima novità arriva ora dal Wall Street Journal, secondo cui a maggio la segretaria alla Giustizia Pam Bondi avrebbe avvertito il presidente che il suo nome era contenuto nei famigerati Epstein files (proprio come aveva detto Elon Musk all’inizio della loro lite, ricordate?).

Di sicuro non si tratta di un problema da poco, nemmeno per un presidente apparentemente impermeabile a ogni genere di accusa (se solo volessi tentare un sommario elenco di tutti gli scandali che lo hanno coinvolto e da cui è uscito incolume, o addirittura rafforzato, questo articolo raggiungerebbe dimensioni enciclopediche).

Lo dimostra la causa per dieci miliardi di dollari intentata proprio al Wall Street Journal per la pubblicazione di un primo articolo sull’argomento. Ma evidentemente Rupert Murdoch, editore del quotidiano, oltre che della televisione ultra-trumpiana Fox News, non si è fatto intimidire.

Di qui analisi e controanalisi sull’effetto che la vicenda potrebbe avere sulla base del movimento trumpiano. A mio personale parere, tuttavia, è anche piuttosto indicativo dell’epoca in cui viviamo che il tentativo di sbattere in carcere con accuse palesemente fasulle il proprio predecessore, da parte dell’attuale presidente degli Stati Uniti, possa apparire come un semplice diversivo da cui non dovremmo farci distrarre.

Sarò ingenuo o antiquato, ma a me continua a sembrare questa la notizia principale, peraltro degnamente illustrata dal video prodotto con l’intelligenza artificiale che Trump ha postato ieri sul suo personale social network, in cui si vede Obama arrestato proprio sotto i suoi occhi e sbattuto in una prigione modello Guantanamo.

È poi tipico dei suoi metodi, e in linea con un’antica tradizione, che accusi falsamente altri di fare proprio quello che in realtà sta facendo lui, in quello stesso momento, e cioè utilizzare gli organi dello stato per colpire un avversario politico. O meglio ancora, come ha sostenuto Tulsi Gabbard, la picchiatella putiniana nominata da Trump direttrice dell’intelligence, l’organizzazione di «un colpo di stato durato anni e una cospirazione sovversiva».

Tutto questo è però anche una sorta di nemesi per Obama, per Joe Biden e per i democratici, che si sono mostrati troppo a lungo convinti di poter fronteggiare l’assalto populista (e putiniano) alla democrazia con le buone maniere, il dialogo e l’apertura.

Così ora siamo al paradosso che è Trump a tentare di fare ai democratici quello che avrebbero dovuto fare loro con lui, all’indomani dell’assalto del 6 gennaio 2021 al congresso degli Stati Uniti.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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