
Alla fine la botta è arrivata, fortissima: dazi al 30 per cento. Paradossalmente, però, l’atteggiamento dell’Unione europea, e in particolare di quei paesi che più avevano spinto per la linea morbida, come Germania e Italia, maggiori esportatori con gli Stati Uniti, non è cambiato di una virgola. Anzi, Giorgia Meloni è ripetutamente intervenuta per ribadire che non bisogna reagire, cioè esattamente la linea del pacifismo commerciale che fino a ieri ci ha portato quasi a ringraziare Trump per averci messo dei dazi ingiustificati solo al 10 per cento, rinunciando a qualsiasi ritorsione, con questo bel risultato.
Christian Rocca ha riassunto così la questione nell’incipit del suo editoriale di sabato: «Ha funzionato molto bene, benissimo, il ponte Meloni-Trump che nella fantasia della premier e dei suoi cantori avrebbe dovuto proteggere l’Italia dall’idiozia trumpiana. L’uomo più stupido del mondo, infatti, ha inviato all’Unione europea una lettera, come sempre sgrammaticata e piena di maiuscole, per annunciare che dal primo agosto applicherà dazi del trenta per cento generalizzati sull’importazione di merci europee…».
Sintesi brillante e per me largamente condivisibile, salvo in un punto: Donald Trump è sicuramente un ignorante, un mentitore seriale, un uomo prepotente e malvagio, ma non è uno stupido. Gli stupidi siamo noi. Il fatto che i dazi siano dannosi anzitutto per gli Stati Uniti, come quasi tutto quello che sta facendo in ogni campo, non è una prova della sua idiozia, ma della sua spregiudicatezza. Stupidi noi che ancora crediamo gli importi qualcosa degli effetti che le sue scelte avranno sugli americani o su chiunque altro non sia Trump stesso, i suoi famigliari o la sua cerchia più ristretta (e anche questa, solo fino a quando la ritenga utile e funzionale ai suoi personali interessi, come dimostra il caso di Elon Musk).
Questo è il motivo per cui, quando la partita dei dazi è cominciata, dal primo minuto l’Unione europea avrebbe dovuto rispondere con il massimo della fermezza, come ha fatto la Cina. Invece di predicare un’assurda de-escalation unilaterale – per gli amici: resa, su tutto, dai dazi alla web tax – avrebbe dovuto puntare ad alimentare il caos, e il panico sui mercati, davanti al quale Trump ha già fatto marcia indietro più di una volta, non a ridurli.
Abbiamo invece deciso di fare appello alla ragionevolezza e a una serie di prassi e principi che lui non solo non riconosce, ma detesta, esattamente come detesta l’intera Unione europea, che intende chiaramente prima piegare e poi spezzare. Nel momento in cui Vladimir Putin investe milioni di dollari nella guerra ibrida per dividere le società, manipolare le opinioni pubbliche e inquinare le elezioni nei paesi europei, alzare gli argini allo strapotere delle grandi piattaforme, regolare più severamente social network, intelligenza artificiale e ogni altra diavoleria digitale è prima di tutto una indifferibile questione di sicurezza nazionale (a proposito, che fine ha fatto la fissazione di Matteo Salvini per Starlink, già passata?); ma adesso dovrebbe essere anche il primissimo terreno su cui far pagare a Trump, tramite i suoi principali finanziatori, il prezzo della sua arroganza.
Siccome però le cose sono sempre più incasinate di qualunque spiegazione in cui tentiamo di ingabbiarle, è anche vero che, stando agli ultimi sviluppi e con un occhio al Putinometro della Casa Bianca in picchiata da giorni, la stessa strategia dell’adulazione e delle concessioni, sulla guerra in Ucraina, sembrerebbe invece miracolosamente funzionare, almeno per ora. Per quanto detesti vedere la realtà inficiare con i suoi capricci l’elegante linearità delle mie tesi, se la tendenza si confermerà, sarò felicissimo di riconoscere l’eccezione, e dare ragione persino a Mark Rutte e ai suoi untuosi messaggini, a suo tempo tanto bistrattati. Visti i precedenti, però, la mia è più una speranza che una previsione.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.