Il ponte di MeloniI dazi di Trump, e la corresponsabilità pericolosa del governo italiano

Come previsto, il rapporto privilegiato tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca era una bufala da dare in pasto agli allocchi nostrani. Ma anche l’atteggiamento carezzevole di Bruxelles è stato un errore madornale. A bullo si risponde bullo e mezzo. A meno di essere complici

Foto di Igor Omilaev su Unsplash

Ha funzionato molto bene, benissimo, il ponte Meloni-Trump che nella fantasia della premier e dei suoi cantori avrebbe dovuto proteggere l’Italia dall’idiozia trumpiana.

L’uomo più stupido del mondo, infatti, ha inviato all’Unione europea una lettera, come sempre sgrammaticata e piena di maiuscole, per annunciare che dal primo agosto applicherà dazi del trenta per cento generalizzati sull’importazione di merci europee, fatte salve le imposte settoriali già decise, più annessa minaccia di alzare ulteriormente i dazi qualora Bruxelles decidesse di rispondere a tono all’unilaterale guerra commerciale dichiarata dalla Casa Bianca.

Al momento, la risposta di Bruxelles è quella ferma ma anche cauta di Ursula von der Leyen, sintetizzabile con un siamo ancora pronti a firmare un accordo, ma adotteremo le misure necessarie a proteggerci. Una dichiarazione che vuol dire tutto e niente, ma del resto la Commissione deve tenere conto delle diverse sensibilità dei 27 paesi membri.

La lettera di Trump agli europei dimostra che non è crollato soltanto il fantomatico Ponte di Meloni, ma anche la strategia dell’Unione europea di lusingare e assecondare Trump con carezze e salamelecchi.

Non è servito a niente, infatti, ritirare la web tax contro i colossi americani che depauperano l’industria dei servizi europei, oltre a fare molti altri danni alla società globale, senza per questo pagare le tasse sui profitti. E non è servito nemmeno la promessa di aumentare la spesa militare dal due al cinque per cento del prodotto interno lordo, alleggerendo l’America dal costo di difendere l’Europa.

Su Linkiesta abbiamo scritto cento volte, e dal giorno numero uno, che Trump ragiona come un boss mafioso, come un capo mandamento che interpreta i gesti di cortesia e i segnali di amicizia dell’interlocutore come debolezze da sfruttare per trarne il massimo vantaggio.

La sua politica commerciale diventa Taco (Trump always chicken out, cioè scappa sempre come un coniglio) soltanto quando l’interlocutore non si fa intimidire, e a bullo risponde bullo e mezzo, come testimoniano la Cina, la Russia del suo modello politico Vladimir Putin e anche Israele.

Il modello di ritorsione commerciale che l’Europa dovrebbe adottare è l’opposto di quello adulatorio e carezzevole suggerito da Meloni, e non solo da lei, ma è quello del Canada di Mark Carney, oggi uno dei leader più lucidi di quello che un tempo chiamavamo mondo libero.

Essere gentili con Trump non serve a niente, è controproducente,

la rappresaglia commerciale europea dovrà essere intelligente anche se ci farà navigare in perigliose acque economiche e geopolitiche, come ha scritto l’economista francese Olivier Blanchard, perché sappiamo già che in caso di una risposta ferma dell’Europa Trump raddoppierà i dazi, ma sappiamo anche che Trump come sempre finirà per chicken out.

L’Europa, secondo Blanchard, dovrà  rispondere applicando i dazi in modo meno stupido rispetto a quelli uniformi decisi dalla Casa Bianca: Bruxelles dovrà scegliere prodotto americano per prodotto americano e colpire politicamente ed economicamente dove farà più male agli Stati Uniti o almeno dove danneggerà meno l’Unione europea.

Tornando all’Italia, già da qualche settimana e grazie alla complicità mista a sciatteria dei media, Giorgia Meloni ha scaricato le responsabilità su Bruxelles, spiegando che la politica commerciale è di competenza dell’Europa e non dei singoli Stati, come più o meno da soli abbiamo scritto fin dal primo giorno. Sarà la prima difesa sui giornali e nei talk show, ma non tutti gli italiani hanno scritto giocondo in fronte e si sono dimenticati della propaganda sui meravigliosi vantaggi che il ponte meloniano Roma-Washington ci avrebbe garantito.

All’annuncio dei dazi al trenta per cento, il vicepremier Matteo Salvini se l’è presa con la Germania anziché col collega sovranista di Washington – cosa che comunque è già un passo avanti rispetto a quando, qualche mese fa, diceva che i dazi di Trump sarebbero stati una grande opportunità per le aziende italiane. Il governo invece continua incredibilmente a confidare «nella buona volontà di tutti gli attori in campo per arrivare a un accordo equo» perché «non avrebbe alcun senso innescare uno scontro commerciale tra le due sponde dell’Atlantico», pur sapendo benissimo che la buona volontà è un sentimento bandito alla Casa Bianca. Non riconoscerlo è molto pericoloso per l’interesse nazionale italiano, e confina con la complicità.

Ma che altro deve fare il povero Trump per far capire al governo italiano che lui non è amico di nessuno, ma soltanto un predatore narciso, vanaglorioso e senza scrupoli?

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