Il grande stalloIl governo Meloni non ha una politica industriale, e si vede

La premier firma appelli europei sul rilancio dell’industria, ma non ha una strategia nemmeno sull’automotive. E la maggioranza si inventa nuovi carrozzoni per riscuotere le tasse

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«Maserati a pezzi, comprata con i pezzi. Ma-ma-ma Maserati a pezzi, i soldi degli onesti». Così canta Marracash. Certamente lui non sa che le strane strofe della sua canzone contengono alcune parole-chiave. Maserati, naturalmente. «A pezzi», poi. Infine un accenno protogrillino ai «soldi degli onesti». Chissà se il nuovo ceo di Stellantis, Antonio Filosa, ha ascoltato la canzone. Lui il problema di «Maserati a pezzi» lo conosce bene: che fine ha fatto quel marchio storico? Non si vede, non esiste. A Modena sono state prodotte quarantacinque auto. Quarantacinque.

È una situazione persino umiliante. E non ineluttabile: la Ferrari si è rilanciata, i tedeschi hanno fatto molto bene con la Lamborghini. Maserati è invece l’inquietante metafora del Grande Stallo italiano, uno dei marchi più rinomati della storia dell’automobile completamente fermo, nessuno sa che fine farà.

Ci vogliono «soldi veri», ha scritto Paolo Bricco sul Sole 24 Ore, per dare un senso alla storia di Stellantis, la stella cadente – o già caduta – dell’industria almeno un pochino italiana. Ha ragione Bricco, è Carlo Calenda a chiedere che i vertici di Stellantis spieghino le loro intenzioni. Magari in Parlamento.

Da parte sua, Maurizio Landini dovrebbe stare tutti i giorni davanti allo stabilimento di Cassino, invece di fare referendum completamente inutili. Vedremo se dal convegno del Partito democratico organizzato da Andrea Orlando salteranno fuori proposte nuove, ma almeno è un segno di attività elettrica, piuttosto isolato, del cervello, del Nazareno.

Giorgia Meloni ha firmato con Emmanuel Macron e Friedrich Merz un’importante lettera all’Unione europea perché si consenta all’industria europea di operare in un quadro chiaro e definito: peccato che non abbia una politica industriale.

Ora, questo sarà pure «il governo migliore d’Europa», come ha detto Pier Silvio Berlusconi, però la presidente del Consiglio sta lasciando che l’automotive italiano vada alla deriva.

A proposito di Berlusconi, ci sarebbe da notare che un grande imprenditore che tifa per un governo che non riesce a fare andare avanti la produzione industriale da tempo immemorabile sembra un propagandista. Così l’ha vista Matteo Renzi, che per protesta ha lasciato la Mondadori (ma sai, a Berlusconi figlio, quanto gliene importa).

In teoria ci sarebbe un ministro delle Attività produttive che dovrebbe fare qualcosa di concreto. Si chiama Adolfo Urso, un ministro che non sa che pesci prendere sull’Ilva, l’altra grande tragedia dell’industria nazionale. E poi c’è ancora un altro ministro, quello che tiene i conti in ordine, che non conosce il verbo investire. Ma sa solo inventarsi l’ennesimo circo Barnum, un nuovo soggetto pubblico – distinto ma integrato con l’Agenzia delle Entrate–Riscossione (Ader) – dedicato esclusivamente al recupero dei tributi locali perché l’Agenzia non ce la fa. Invece di potenziarla, il ministro–quello–bravo vuole creare un’altra strutturona in grado di assumere tanti italiani brava gente. Dinamismo da vecchia Democrazia cristiana, in un’Italia ferma in garage. Come la Maserati.

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