
Ormai, dice l’unica canzone degli Oasis ch’io conosca, dovresti più o meno aver capito cosa devi fare. Questo articolo si colloca a un’intersezione che non credevate esistesse: quella tra i meme sui concerti dei fratelli Gallagher e un libro pubblicato da Adelphi. I meme li sapete già tutti, quindi partiamo dal libro.
S’intitola “Invettive musicali”, uscì negli anni Cinquanta negli Stati Uniti (dove l’autore, Nicolas Slonimsky, era emigrato dalla Russia), e in primavera è stato pubblicato per la prima volta in Italia. È quel che dice il titolo: una raccolta di stralci di stroncature, di quella che ci sarà una ragione se chiamiamo musica classica, fatte col vigore con cui oggi nessuno che non voglia essere insultato sui social potrebbe, chessò, scrivere che fa fatica a distinguere tra l’omaggio ai Gallagher di Cesare Cremonini e quello di Justin Timberlake, considerato che ’ste canzoni degli Oasis sono un po’ tutte uguali (in un mondo in cui io avessi più voglia di lavorare e Cesare meno voglia di prendersi sul serio, l’articolo da scrivere sarebbe: sono stata con Cremonini al concerto degli Oasis, non ne conoscevo neanche una ma sapevo “50 Special”).
«Non si dovrebbe, quanto più uno abbia a cuore Beethoven e la sua arte, tanto più ardentemente desiderare che l’oblio stendesse assai presto un velo pietoso sopra una tale aberrazione della sua Musa, attraverso la quale egli ha profanato l’oggetto della glorificazione, l’arte, nonché sé stesso?», scrive nel 1825 un recensore coevo di Beethoven. Pensa oggi, che gli spostamenti e gli alberghi dei critici dei quotidiani li paga l’organizzazione del concerto e non c’è spirito critico che sopravviva al pie’ di lista.
Ma, pure, pensa oggi che se stronchi chiunque i fan di chiunque ti lapidano sui social. Non come allora, che la valle era verde e la permalosità la sbrigava in prima persona l’artista, senza delegarla ai portatori di like. Sulla rivista su cui uscirono quelle righe sull’aberrazione della Musa, ci dice Slonimsky, Beethoven annotò pacatamente: «Miserabile canaglia! Quello che io cago è meglio di quanto tu abbia mai pensato!». Praticamente Ludwig Van Gallagher.
Ma pure, pensa oggi che le recensioni le scrivi solo perché il cantante le riposti sui social e ti metta like e si faccia la foto con te e ti faccia dimenticare per dieci secondi che abisso di disperazione sia la tua vita, e difficilmente riposterà qualcuno che non gli dica come minimo «gigante del pensiero e dell’azione».
Oggi, nessun critico che accrediti capolavori un po’ a chiunque – chiunque gli dia un pass per il camerino e due tartine – viene visto come un disperato in cerca di popolarità a mezzo condivisione nelle storie del famoso; mentre un critico che scrivesse d’una qualsiasi canzone degli Oasis «cianfrusaglia dall’orchestrazione confusa» verrebbe accusato di cercare la rissa social e di conseguenza i clic. Nel 1897, quando non c’erano i clic, d’una partitura di Čajkovskij si poteva scrivere.
Ma non sono mica solo i Gallagher, eh: «Ci sono pochi (molto pochi) passaggi che abbiano qualche rassomiglianza con ciò che finora è stato considerato musica» il New York Times poteva scriverlo di Prokofiev nel 1922, ma se cent’anni dopo si fosse azzardato a essere così scortese con Taylor Swift il tribunale del femminismo l’avrebbe processato per concorso esterno in clima sessista.
Io il chiacchiericcio intorno a questo ritorno degli Oasis lo seguo volentieri, perché le canzoni non le conosco ma le interviste le ho viste tutte, e non dico niente che non sappiate già se dico che Noel Gallagher è il più clamoroso intervistato della storia del mondo. E, se la gente ride di più quando Sacha Baron Cohen racconta di Liam che gli dice «io sono John Lennon» di quanto si scompisci quando Noel racconta di Calvin Klein che arriva in motoscafo portandosi dietro Bruce Springsteen, non è perché il secondo aneddoto sia peggiore (anzi).
È perché Cohen ha fatto le scuole alte e ha la dizione della Bbc, e i Gallagher parlano come non fossero mai usciti dal codice postale di Manchester, foneticamente il Molise d’Inghilterra. Di tutti gli italiani che hanno postato estasiati il pezzettino del concerto di Cardiff in cui Liam cambia le parole a “Wonderwall”, e dopo «ci sono tante cose che vorrei dirti» il «ma non so come» diventa «ma non parlo gallese», vorrei sapere quanti hanno capito che stava dicendo un’altra cosa. Avranno riso perché vedevano che ridevano i gallesi, come i milanesi quando vanno a vedere Ricky Gervais.
«Ritengo il “Boléro” di Ravel la più insolente mostruosità mai perpetrata nella storia della musica»: è un recensore americano, è il 1932, è uno dei pezzettini raccolti da Slonimsky. Che, beato lui, viveva nel tempo in cui si potevano osare ragionamenti e non pezzettini, e quindi c’è una sezione del libro che s’intitola “Il rifiuto dell’insolito”, che è il tic che secondo lui motiva le stroncature che ha raccolto. Naturalmente la sua dissertazione la salteranno tutti, perché non ha gli a capo frequenti come i pezzettini di stroncature, e quindi non è adatta ai dieci secondi di attenzione che ormai sappiamo riservare a qualunque cosa.
Raccomando però di non gettare via il volume una volta arrivati lì, convinti che gli a capo siano finiti e non ci siano più pezzettini perfetti per essere declamati a cena con la premessa «senti che s’è inventato questo, tosto» («tosto» è una citazione del giudizio di Elide Catenacci su “I tre moschettieri” in “C’eravamo tanto amati”, so che lo sapevate e ora state annuendo).
Perché in coda al volume, invece della bibliografia, c’è l’“Insultario”. Per chi i pezzettini li vuole ancora più corti delle dieci righe degli stralci di recensione. «Banalità vuota e pomposa»: Wagner. «Banchetto funebre a base di miele e marmellata»: Rachmaninov. «Pianto dei neonati»: Strauss. «Scimpanzé alticcio»: Berlioz. E ora ditemi: non sono forse questi già meme? Non è la nostra l’epoca che non s’è inventata proprio niente?
Forse l’unica cosa che si è inventato, questo secolo derivativo, è la suscettibilità. E quindi due secoli fa si poteva scrivere che Verdi era «un musicista della decadenza», e «bisogna assegnare un premio per il chiasso e la persistenza», e «non è mai esistito un compositore italiano più incapace di produrre quella che viene comunemente definita una melodia», mentre io in questo secolo ho più o meno capito cosa devo fare, e soprattutto cosa non devo.
Se oggi mi azzardassi a scrivere che ho provato a mettermi in pari ascoltando con trent’anni di ritardo gli Oasis, ma non riesco a distinguere una canzone dall’altra, già vedo la società civile mettermi al bando, l’internet accusarmi di invidia e altri mali minori, e la mia cotta delle medie citofonarmi per dirmi che Patsy Kensit gli è sempre piaciuta più di me.
Mi sono persino trattenuta dal rispondere al tweet (o come si chiamano ora) d’un inglese secondo il quale nella storia non esiste gruppo musicale che sia all’altezza degli Oasis per repertorio, successo, e transgenerazionalità. Pensavo ma i Beatles, ma i Rolling Stones, ma benedetto ragazzo, ma il presentismo può chiamarsi presentismo se lo si applica a un gruppo che suona i successi di trent’anni fa? Poi mi sono ricordata di quello che nel 1871 scriveva «Io non credo che una sola composizione di Wagner gli sopravviverà», e neanche aveva il touchscreen impulsivo, aveva pure dovuto intingere la stilografica, sforzarsi sulla carta ruvida, strizzare gli occhi a lume di candela. Almeno noialtri abbiamo la scusa del piano dati a tariffa fissa, del twittare seduti sul cesso, del tempo liberato dall’invenzione della lavasciuga. Noi non ci siamo inventati niente, ma loro erano più colpevoli.