
A meno di dieci giorni dal termine imposto dalla Casa Bianca, l’Unione europea sembra pronta ad accettare un compromesso al ribasso: un dazio fisso del quindici per cento sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, in linea con l’accordo che Washington ha appena chiuso con il Giappone. Una scelta che sa di resa calcolata, di pragmatismo obbligato. Perché l’alternativa è la guerra commerciale totale, con tariffe che dal primo agosto potrebbero schizzare al trenta per cento.
Secondo un diplomatico europeo, citato dal Financial Times, «l’accordo con il Giappone ha chiarito i termini del ricatto. La maggior parte degli Stati membri, pur turandosi il naso, potrebbe accettare questo patto». La Commissione europea ha già aggiornato le capitali sullo stato delle trattative e, salvo colpi di scena, potrebbe formalizzare l’intesa entro la fine della settimana.
La bozza dell’accordo prevede che entrambe le parti applichino dazi reciproci al quindici per cento su una gamma di prodotti industriali, tra cui componenti automobilistici, dispositivi medici e bevande alcoliche. In parallelo, alcuni settori strategici (aerospazio, farmaceutica, legname e agricoltura) verrebbero esentati. Restano però esclusi i dazi sull’acciaio, che Washington confermerebbe al cinquanta per cento. Una clausola che, secondo fonti diplomatiche europee, riflette la linea dura della Casa Bianca.
I mercati hanno reagito con cauto ottimismo: l’euro ha recuperato terreno sul dollaro, mentre l’indice S&P 500 ha chiuso in rialzo dello 0,6 per cento. Per i produttori europei, però, la situazione è meno rosea. Dal mese di aprile, le esportazioni verso gli Stati Uniti sono già soggette a un supplemento del dieci per cento, oltre ai dazi medi del 4,8 per cento preesistenti. La nuova soglia del quindici per cento includerebbe queste tariffe, cristallizzando di fatto lo status quo ma con una legittimazione bilaterale.
Per le case automobilistiche, la prospettiva è duplice: da un lato la riduzione dell’attuale dazio statunitense del 27,5 per cento al quindici per cento rappresenta un sollievo; dall’altro, l’accettazione di questa cornice potrebbe segnare un pericoloso precedente.
Il pressing su Bruxelles è aumentato dopo la firma dell’accordo Stati Uniti-Giappone, presentato da Donald Trump come un trionfo negoziale. Tokyo ha ottenuto l’abbassamento delle tariffe sui veicoli a fronte di un pacchetto da cinquecentocinquanta miliardi di dollari in investimenti, prestiti e commesse: l’acquisto di cento Boeing, forniture di prodotti agricoli americani e impegni nel settore dei semiconduttori, dell’energia e dei minerali critici. Una strategia che l’ex presidente ha definito «un esempio per gli altri Paesi», sottolineando che «ridurrò i dazi solo se un Paese accetterà di aprire il suo mercato».
La Casa Bianca, pur mantenendo il riserbo ufficiale, ha alimentato la sensazione di una corsa contro il tempo. Altri accordi bilaterali potrebbero essere annunciati nei prossimi giorni, in un tentativo di chiudere partite commerciali prima della scadenza dell’uno agosto. Il Dipartimento del Tesoro ha chiarito che il Giappone ha ottenuto condizioni favorevoli grazie a un «meccanismo di finanziamento innovativo» difficilmente replicabile da altri partner.
In caso di rottura delle trattative, è pronto un pacchetto di contromisure da novantatré miliardi di euro, con dazi fino al trenta per cento su una vasta gamma di beni statunitensi. Inoltre, l’Unione europea potrebbe attivare il cosiddetto anti-coercion instrument, una sorta di bomba nucleare commerciale che permetterebbe di escludere aziende americane da appalti pubblici, sospendere la tutela della proprietà intellettuale e limitare l’export tecnologico. Mai usato finora, ma messo sul tavolo come extrema ratio.