Senza PatriotsLezioni per l’Europa dal grande tradimento americano

Privando gli ucraini delle difese antimissile Trump si mostra per quello che è. E ora che cosa ne dice Giorgia Meloni?, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Mentre i bombardamenti russi sui civili si fanno ogni giorno più pesanti e spietati, Donald Trump interrompe l’invio di armi all’Ucraina, a cominciare dalle difese antimissilistiche necessarie per proteggere case, scuole e ospedali, bloccando persino le forniture già decise dal suo predecessore Joe Biden.

Il beffardo commento del portavoce del governo russo, secondo cui questa decisione renderà più facile arrivare alla pace, dice tutto quello che ci sarebbe da dire su cosa sta accadendo, almeno tra persone in buona fede. Ci sono però alcune lezioni che i leader europei dovrebbero trarre da tutta questa storia, sebbene sarebbe stato meglio, e niente affatto difficile, trarle prima di arrivare a questo punto.

La lezione più importante è quanto sia stata ingenua e controproducente l’illusione di potere manipolare Trump, con un insincero miscuglio di concessioni e adulazione. Come dovrebbe ormai essere evidente a tutti, è lui che ha manipolato i suoi interlocutori, sull’Ucraina come sui dazi, come su ogni altra cosa. Ha ottenuto tutto quello che voleva senza dare nulla in cambio, anzi preparandosi, dovrebbe essere ormai evidente anche questo, a chiedere ancora di più.

Naturalmente non si può non riconoscere che la posizione dell’Unione europea era particolarmente difficile, non solo per i rapporti di forza oggettivi e i suoi numerosi punti deboli che la esponevano al ricatto trumpiano, in particolare in materia di sicurezza, ma anche per la presenza al suo interno di più di un amico del giaguaro, per dir così, che a ogni assalto invitava a non rispondere, a dialogare, a disarmare preventivamente e unilateralmente.

La verità è che l’Unione europea ha applicato a se stessa, tanto nell’ultimo vertice Nato quanto nella trattativa sui dazi ancora in corso, la dottrina che molti vorrebbero imporre all’Ucraina, secondo cui la miglior difesa è la resa.

I risultati si sono visti, e temo si continueranno a vedere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Adesso è tardi, ovviamente, ma è sempre meglio svegliarsi tardi che non svegliarsi affatto. Dunque è venuto il momento di fare chiarezza, anzitutto al proprio interno, come condizione indispensabile per poter cambiare strategia. E naturalmente una delle primissime ambiguità che andranno chiarite riguarda la posizione dell’Italia.

Da tempo sostengo che Giorgia Meloni non rappresenta nessun «ponte», semmai un cavallo di Troia trumpiano in Europa. Sarei ovviamente felice di essere smentito, ma mi pare che finora la sua insistenza nel frenare qualsiasi risposta proporzionata alle aggressioni del presidente degli Stati Uniti non abbia fatto certo gli interessi dell’Unione europea.

Vedremo cosa farà nei prossimi giorni. Di sicuro il suo tentativo di giocare sul filo dell’equivoco, tenendo il piede in due staffe, non potrà durare ancora a lungo (e non mi si dica che non l’avevo avvisata).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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