
Io cerco di non scrivere tutti i giorni quanto siano disadattati i vostri figli, quindi un paio di settimane fa non ho fatto il mio bravo articolo su una cosa che mi era passata davanti su Twitter (o come si chiama ora). Non l’ho fatto anche perché vale sempre la regola di Dave Chappelle: Twitter è un posto che non esiste.
Però sono appunto passate due settimane, e domenica quel tweet, che nel frattempo è a ventidue milioni di visualizzazioni, era lo spunto d’un pezzo del Financial Times, e insomma una non vorrebbe sempre infierire sul vostro aver messo al mondo una generazione di disadattati, ma ce la costringe l’autorevole stampa estera.
«Lavoro in un ufficio del personale, quindi faccio tonnellate di interviste telefoniche, e una cosa che ho notato in particolare nella generazione Z è che molti di loro rispondono al telefono e non dicono niente. Li sento respirare, sento i rumori ambientali, ma aspettano che sia io a dire “pronto” per prima».
Ora, servono alcuni chiarimenti. Il primo è che “generazione Z”, nella lingua tassonomica degli americani, significa ventenni e trentenni. Il secondo è che avere un rapporto difficile con le conversazioni telefoniche non è esclusiva dei trentenni, ma a questo ci arriviamo dopo. Il terzo è che la signora spiega in tweet successivi che sono chiamate concordate: sanno che lei chiamerà a quell’ora, sanno da che numero chiamerà.
Le risposte fanno passare la voglia di vivere. Ci sono quelli che dicono che i ragazzi fanno bene a tacere: se dici «Pronto» poi clonano la tua voce per farti sottoscrivere contratti truffa (un secolo di paranoici, che però mettono la loro voce a disposizione d’ogni social possibile). Quelli che dicono per forza, è ovvio: sono cresciuti in un mondo in cui le uniche telefonate sono di chi vuole venderti qualcosa (di nuovo: sanno che è lei, non il rappresentante della Folletto). Quelli che non so in che giungla siano cresciuti ma sono convinti, i nostri Mowgli, sia il comportamento corretto, quello dei giovani muti: se chiami tu, devi parlare tu per prima.
Se in America ci fosse il Dams, la signora potrebbe obiettare che «Pronto» è l’esempio perfettissimo di funzione fàtica del linguaggio: non serve ad altro che a far sapere a me, che sto chiamando, che tu sei lì, che hai risposto, che mi senti, e che posso presentarmi. Se non dici niente, cosa ne so che non hai premuto qualcosa da una tasca e che non sto parlando al vuoto?
Business Insider suggerisce di sostituire «pronto» con «chi è», che a quanto pare è meno utilizzabile dai malviventi. Piacere, mi presento: sono una che, se non vede il nome sul display, risponde sempre con «chi è», e posso garantirvi che se rispondessi con un sonetto di Shakespeare verrei maggiormente compresa. Praticamente nessuno, a «chi è», risponde col proprio nome. Rispondono «parlo con Guia?», al che io in genere riattacco (se non sei in grado di capire cosa si risponde a «chi è», non ho tempo da dedicarti).
D’altra parte pochissimi capiscono anche la situazione opposta: se vedo il tuo nome sul display e sono di fretta, risponderò «[nomedellapersona], dimmi». E mai, mai, mai l’interlocutore recepirà i segnali contenuti nella mia risposta, e sempre ridonderà «sono [nomedellapersona]» (ma giura), e spesso ci aggiungerà quegli inutili convenevoli che il mio tono avrebbe dovuto troncare. E parlo di adulti, mica di quei disadattati dei vostri figli.
Almeno loro (i disagiati che avete messo al mondo) hanno la scusa di non aver fatto allenamento. Non sono mai passati da quella fase temprante che era telefonare, dal telefono di casa dei propri genitori, al telefono di casa d’un amorazzo che viveva anche lui coi genitori. Non hanno la muscolatura, e infatti diventano giovani adulti con cui è un inferno lavorare: non c’è adulto che non lamenti che un problema che si risolverebbe con una telefonata si protrae per giornate perché i trentenni che impiega preferiscono trascinarsi per decine di messaggi piuttosto che affrontare il trauma d’una conversazione orale (a meno che non siano quei monologhi paralleli che sono i messaggi vocali).
Loro non sono allenati, ma voi – dico a voi, mie amiche che ora vi stranite se qualcuno vi chiama senza farsi precedere da un messaggio che chieda «posso chiamarti?» e stabilisca un giorno e un’ora, come se quella telefonata fosse una seduta di igiene dentale – che scusa avete? Perché io c’ero, io lo so che siete passate dalla fase «signora buonasera, sono Francesca, può passarmi Giacomo per piacere?». Siete persino passate dagli anni in cui agli altri non solo si telefonava a sorpresa: si citofonava! Oggi se uno mi citofona senza che avessimo appuntamento io chiamo la buoncostume, ma il telefono lo userò per telefonare fino alla morte: è quello il suo utilizzo, no i messaggi, no le faccette, no le notifiche, no i cuoricini.
Questo è il punto in cui emerge la vera disperazione dei lettori il cui terrore massimo è che i figli dicano loro «boomer». Terrore incarnato dall’articolista di Business Insider, secondo cui le buone maniere cambiano, e insomma, se i giovani pensano che se sei tu a chiamarli sia tu a dover parlare per primo, beh, bisogna tenerne conto, mica l’etichetta cui siamo abituati noi è immutabile. Ma i giovani pensano anche di non potersi cambiare le mutande perché hanno il deficit dell’attenzione, pensano che se la scuola dà i voti sia oppressiva, pensano che oggi sei maschio domani sei femmina e dopodomani piantina di basilico: i giovani hanno solo il dovere d’invecchiare, e noialtri di smetterla di volerli compiacere.
La più scarsa conversatrice ch’io conosca è una quarantenne (quindi: coetanea dei vostri figli ventenni) che preferisce mandare sessantasette messaggi che fare una telefonata, perché evidentemente quegli studi sulla formazione della corteccia prefrontale, quelli secondo cui a venticinque anni ti si finiva di formare il cervello, quelli erano stati fatti su un campione di prima di questa deriva, e adesso alle quarantenni il cervello non si è ancora sviluppato abbastanza da capire che sessantasette notifiche sono più fastidiose d’una chiamata.
E sorvolo su tutte le paturnie connesse ai messaggi: il punto alla fine che è aggressivo, la notifica ogni due parole perché questi derelitti si percepiscono poeti e gli pare brutto non frammentare una frase in quattro messaggi. Se pensavate che il problema fosse una generazione che non ha mai fatto la guerra, non sapete che problema gigantesco sia una generazione che non ha mai pagato i messaggi.
Ma, quando le va, si comporta come se li pagasse. Non conosco un genitore che non si lamenti che i figli, che vivono col telefono perennemente in mano, improvvisamente si fingano morti quando a cercarli sono appunto i genitori (genitori che quel telefono l’hanno pagato e lo pagheranno per i prossimi centocinquant’anni, giacché questi brillantissimi giovani considerano il lavoro un sopruso e quindi camperanno a carico di mamma fino alla senescenza).
Improvvisamente regrediti, come quando sono troppo terrorizzati per dire «pronto» e allora ansimano nel telefono come maniaci che nessun ufficio del personale mai assumerebbe (ma tanto, appunto, non intendono lavorare), alle zie zitelle di “La famiglia”, quelle che quando il telefono squillava strillavano indicandolo come un feticcio d’una tribù primitiva: «Il telefono! È un’interurbana!». Ma lì era il 1922: dovremmo aver fatto, in un secolo abbondante, in tempo ad abituarci.
Gli psicologi, che sono pagati per non dire mai «ma sei scemo» e per essere accondiscendenti almeno quanto ChatGPT, suggeriscono di andare incontro ai piccini che non rispondono ai genitori che vogliono sapere se rincasino per cena (e cosa vogliano mangiare, perché tutti i guai del mondo sono cominciati quando i grandi hanno iniziato a ritenere che i piccoli potessero prendere decisioni sul menu).
Non chieder loro «sei vivo?» o «a che ora torni?», ma manda loro un video buffo, una canzone che gli piace, un disegnetto, un sarcazzo. Se sei fortunato tuo figlio, quello che mantieni e al quale paghi il telefono, si degnerà di metterti un cuoricino, e almeno saprai che è vivo (a meno che il cuoricino non te l’abbia messo il suo assassino, ma in quel caso sarebbe comunque tardi per preoccuparsi). Se pensavate che il problema fosse una generazione di figli che non ha mai fatto la guerra, non sapete che problema gigantesco sia una generazione di genitori che pensa che comportarsi da amici sia più sensato che mandarli in un collegio militare.