Mentre sono qui che mi chiedo se unirmi alla millanteria collettiva che ci vuole tutti revisionisti, tutti dotati d’un passato in cui eravamo lettori di Nuovi Argomenti e dei Quaderni Piacentini, mentre mi chiedo se io Fofi l’ho conosciuto (poi ci torniamo), la vera domanda è: il carattere è un talento?
La cosa più importante che ha fatto Goffredo Fofi l’ha fatta che io ero bambina, ma per fortuna continuano a ristamparla e quindi ho potuto leggerla da grande. Si chiama “L’avventurosa storia del cinema italiano”, è una di quelle robe che fanno gli americani, che assai più di noi hanno un senso dell’industria dello spettacolo e del suo valore: una storia orale in tre volumi che dovete andarvi comprare adesso subito e v’intratterrà per il resto dell’estate.
Copio da uno dei volumi, è la Magnani che parla, riferendo un litigio per il posizionamento del suo nome nella locandina di “La rosa tatuata”: «Ero talmente convinta che per sfondare nel cinema ci volesse un bel faccino e occhioni azzurri… Insomma sono diventata “la Magnani” per caso: ma ora che lo sono voglio che si dica “La Magnani ha cattivo carattere”».
In una conversazione di qualche anno fa con RaiStoria (la trovate su RaiPlay, s’intitola “Suole di vento”), in cui racconta della Morante e degli altri con cui litigava negli anni in cui se ne dicevano di tutti i colori al bar invece che nei talk show, e dirsene di tutti i colori non significava non essere amici, Fofi contesta «il santino» di Pasolini, che – dice – avesse vissuto più a lungo avrebbe continuato a far incazzare quelli che ora lo santificano: «È giusto litigare. Quello che questi salami dell’università e della cultura ufficiale non capiscono è che la cultura è anche conflitto».
Ci penso tantissimo, specialmente da quando Francesco Piccolo ha pubblicato “La bella confusione”, che è ambientato in anni in cui avevano abbastanza carattere da sfancularsi: se scrivo che il libro di Tizio è una porcheria poi Einaudi non mi pubblica, o non è neanche che temo le ritorsioni ma solo che mettere la foto con scritto «capolavoro» su Instagram è assai più facile?
«Se Julian Beck dal palco avesse detto vieni e seguimi, io l’avrei seguito», diceva Fofi a proposito del Living Theatre, perché il problema del carattere è che poi vai in cerca disperata di qualcuno che ne abbia più del tuo (lo so che adesso quello di Beck, e forse anche quello di Fofi, lo chiamate carisma, che è la parola più imprecisa del mondo, quindi se non vi spiace continuerò a usare carattere, che è invece piuttosto precisa).
Sì, lo so che state già protestando, come posso dire che quei libri di pezzettini virgolettati siano la cosa più importanteeee, e allora “L’immigrazione meridionale a Torino” dove me lo mettiiii – ve lo metto qui, nella sintesi dell’autore, che va per preparare il libro nelle sezioni del Partito comunista italiano e scopre che «il Pci non se fregava niente degli immigrati, li guardava con molta distanza, perché bisognava occuparsi degli immigrati solo quando entravano alla Fiat, sennò era populismo, non era marxismo».
Io Fofi lo leggevo solo quando gli diede una rubrica il padre di Fabrizio Corona, Vittorio, che diresse i due giornali più belli mai fatti in questo derelitto paese, Moda e King. Leggevo tutto, e leggevo anche la paginetta di Fofi, erano gli anni Ottanta e Fofi faceva una cosa che forse è stato l’ultimo adulto a poter fare senza che il pubblico gli ridesse in faccia: usava «borghese» come insulto – che, su un giornale che nelle ultime pagine aveva i numeri di telefono dei negozi se ti volevi comprare uno dei vestiti fotografati, valeva ovviamente di più che farlo sui Quaderni Piacentini.
(Come sono contenta di aver avuto sedici anni negli anni Ottanta, quando l’ideologia era un relitto così distante che potevamo leggere Cuore e Cosmopolitan, Moda e L’Unità, io ero abbonata al Manifesto e disegnavo le croci celtiche sugli zainetti Invicta; oggi verrei processata dal tribunale dei crimini ideologici adolescenziali, e allora nessuno aveva bisogno di farmi dire che mi piaceva il segno grafico, perché era ovvio che era quello: al fascismo non ci si arrivava col programma. Certo, Fofi per questa parentesi mi avrebbe sputato).
Non è questo l’articolo da leggere se volete capire chi fosse Goffredo Fofi, consiglio Antonio Pascale che racconta di come cambiasse idea su un autore nel giro d’una stessa sera e che non si facesse in tempo a comprare un libro da lui consigliato che lui già lo stava sconsigliando (perché, appunto, l’autore si era imborghesito).
E anche Nicola Lagioia, che lo racconta che cucinava la sera in una casa che evoca le case del Novecento, quelle in cui gli amici suonavano il campanello invece di mandare un messaggio chiedendo se telefonare fosse un eccesso d’invadenza. «Gli arrivi continui di persone a casa di Goffredo erano leggendari (fumettisti, accademici, attivisti, scrittori, registi, fotografi, sociologi, preti, attori, editori, grandi vecchi e ragazzini, Mario Monicelli e scappati di casa). In una città e un Paese sempre più esangui, consolava sapere che, tra le otto e le dieci di sera, a casa di Goffredo stava succedendo qualcosa di più interessante rispetto a ciò che andava in scena in qualunque contesto istituzionale».
Ieri, quando mi hanno detto che Fofi era morto, come prima cosa mi sono chiesta se lo conoscessi, e non sono riuscita a rispondermi. Più invecchio più capisco cosa intendesse Nora Ephron quando diceva che non si ricordava più niente. Ricordo le frequentazioni con due suoi preferiti, Mario Schifano e Carmelo Bene, ma Fofi forse no, forse non è uno dei moltissimi ai quali ho rotto i coglioni nella Roma dei miei vent’anni, mentre cercavo di capire cosa volessi fare da grande. Poi ho espresso questo dubbio proprio a Pascale, e lui mi ha detto certo che lo hai incontrato, mi ricordo che parlaste a lungo nella sala riunioni di Minimum Fax. Io naturalmente non mi ricordo di essere mai andata negli uffici di Minimum Fax, e sono anche convinta che il mondo (Pascale compreso) complotti per approfittarsi dei miei vuoti di memoria. Quindi: non ho l’aneddoto, non ho la foto col morto, non ho un passato da lettrice di riviste culturali, non ho niente.
«Una delle cose che mi scandalizzano degli intellettuali italiani, vecchi giovani e di mezza età, è che sono ignoranti come bestie, e che non hanno mai letto le mie riviste. Tutti mi riconoscono grandi meriti, hai scoperto quello hai scoperto quell’altro, però mica la leggono». Non conoscevo Fofi, però Fofi mi (ci) conosceva pure troppo.
Quando lo ascolto dire, nel 2020, che ormai era difficilissimo fare riviste culturali «perché il narcisismo di massa, quello studiato da Lasch, è la malattia mortale di questa epoca: io io io», mi dispiaccio tantissimo che sia morto. Fosse vivo, chiederei a Pascale il suo numero, e lo chiamerei per dirgli che però pure Lasch avrebbe avuto da dire su «narcisismo» usato così a cazzo, Lasch direbbe «come antitesi d’un annacquato amore per l’umanità» e io direi come una influencer femminista in una card su Instagram. Avremmo potuto litigare. Sarebbe stato bellissimo.