
La Russia non sta bombardando più soltanto le città e le infrastrutture civili ucraine. Da settimane, una parte crescente delle offensive si è concentrata sulle campagne: droni incendiari vengono lanciati deliberatamente contro i raccolti maturi, devastando i campi nel sud del Paese, in particolare nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia. L’obiettivo non è solo militare, ma economico: indebolire il settore agricolo ucraino e ridurre la capacità di esportazione del Paese, aumentando al tempo stesso la pressione sui mercati alimentari internazionali.
È il quadro documentato dall’Economist: l’agricoltura ucraina, dopo due anni di guerra totale, è entrata in una fase critica. Il raccolto del 2024 è sceso a settantasei milioni di tonnellate, ben lontano dai centosei milioni del 2021. Per la fine del 2025 si attende un ulteriore calo del dieci per cento. Le condizioni climatiche estreme, la scarsità di manodopera e l’escalation degli attacchi hanno trasformato ogni fase della produzione in un rischio permanente.
Il settore resta vitale per l’economia nazionale: nel 2024, i prodotti agricoli hanno rappresentato il cinquantanove per cento dell’export ucraino, per un valore di 24,5 miliardi di dollari. Ma dietro ai numeri, la realtà è fatta di granai anneriti, silos abbandonati, campi incolti e contadini armati. «È una grande minaccia per noi», ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Vitaliy Koval, che accusa Mosca di voler «colpire il nostro export e far salire i prezzi mondiali a vantaggio dei produttori russi». Secondo Dmytro Yunusov, responsabile agricolo della regione di Kherson, «nell’ultimo mese i russi hanno bruciato oltre mille ettari di coltivazioni».
A compromettere ulteriormente la tenuta del comparto ucraina è la mancanza di lavoratori: circa duecentomila agricoltori sono stati arruolati. Le aziende possono chiedere l’esenzione per il cinquanta per cento degli uomini idonei, ma le ispezioni sono frequenti, e il fabbisogno dell’esercito continua a crescere. «I migliori carristi dell’esercito erano i nostri operatori di mietitrebbia», ha detto Koval. Si cerca di formare sempre più donne per ruoli tecnici nei campi, ma il vuoto è difficile da colmare.
L’impatto della guerra si somma alla crisi climatica. Le gelate anomale di marzo e l’estate rovente hanno aggravato la siccità nel sud del Paese, già compromesso dalla distruzione della diga di Kakhovka nel 2023. I canali irrigui non sono mai stati ripristinati. Nel 2024, le piogge avevano temporaneamente salvato il raccolto. Quest’anno no. Più di ottantamila ettari sono già persi nella sola Kherson. «Senza interventi pubblici urgenti», spiega Yunusov all’Economista, «tra il dieci e il venti per cento degli agricoltori non seminerà nel 2026».
Purtroppo l’assenza di un piano agricolo nazionale porta le aziende a cercare credito privato o affidarsi ad aiuti internazionali. In diverse aree rurali, sono tornate forme di cooperazione tra famiglie, basate sulla condivisione dei pochi mezzi disponibili.
Le esportazioni avvengono quasi esclusivamente via mare, ma anche qui la guerra blocca tutto. I porti del Mar Nero sono soggetti a continui attacchi. Le navi attendono per giorni il via libera alla partenza, mentre aumentano i costi assicurativi e logistici. «Caricare una nave richiede tre volte più tempo rispetto al 2021», ha spiegato Oleksiy Smolyar, direttore della Trident Maritime di Odessa.
Nei territori liberati dopo l’occupazione russa, la situazione non è migliore. La bonifica dei campi non basta: i carri armati hanno compattato il suolo, le trincee hanno alterato il paesaggio, i bunker interrati rendono impraticabili intere parcelle. Dmytro Maksymov, agricoltore a Myroliubivka, dice che il quaranta per cento dei suoi terreni è inutilizzabile: «Sono stati sminati, ma dovranno restare a riposo. Forse l’anno prossimo potremo coltivarli di nuovo»