
Cosa fare con il populismo? Bisogna chiederlo a Keir Starmer, perché sa come batterlo. Nel luglio dello scorso anno, dopo quattro – dicasi quattro – sconfitte consecutive dei laburisti, ha vinto le elezioni con gli stessi seggi della prima volta di Tony Blair nel 1997, conquistando la Gran Bretagna. Com’è stato possibile che nella terra dov’è esploso il movimento populista con la Brexit, con un’ultradestra agguerritissima e feroce, quella di Nigel Farage, vinca un laburista?
Bisogna imparare da Starmer perché, sia pur in una diversa situazione, la sua ricetta va benissimo anche per l’Italia. Anzi, va bene per tutto l’Occidente democratico, dove nessun Paese può dirsi al riparo dal pericolo populista. Qual è la ricetta di Starmer, allora? In sintesi: si parta dalla comprensione del populismo (da cosa è moss? Cosa domanda?); si aggiunga un pensiero (pensiero!) strategico (la nuova constituency del centro-sinistra – o sinistra che dir si voglia) che lo possa superare; si sviluppi un’azione politica (conquistare la maggioranza degli elettori) e il risultato è raggiungibile.
Qui non si parla di escamotage politicisti, di giochi elettorali, o di labels (etichette che individuano un leader o un partito) da assemblare come conviene, ma della battaglia politica che è sempre – quando lo è – una battaglia culturale per la conquista dell’anima politica delle persone. Compito difficile, ovviamente, ma inevitabile se si vuole vincere tra la gente. Ma torniamo a Starmer, perché l’esempio è qui, davanti a noi, e dobbiamo solo vederlo, capirlo e, se possibile, imitarlo.
Rifuggiamo però dal generico, andiamo a vedere cos’è oggi il Partito Laburista; quali misure sta attuando Starmer (siamo a un anno dalla sua elezione a primo ministro) e com’è fatto, e come resta insieme, il molteplice mondo della sinistra, e del centro-sinistra (o come vogliamo chiamarlo) che gli sta attorno.
Quello che sta accadendo in Gran Bretagna da noi non viene quasi considerato: Corbyn, che ha perso due volte di fila (e la seconda in maniera rovinosa, che peggio non s’era mai visto), era quasi un idolo, Starmer che stravince non merita attenzione. Perché mai?
Esiste un modello Starmer? Starmer non è un ideologo, anzi fa del pragmatismo il suo modello, ma intorno a lui si disegna una nuova sinistra (o meglio centrosinistra) che ha fatto i conti sia con Jeremy Corbyn e il suo estremismo verboso e inconcludente, sia con Blair e il suo globalismo/mercatismo senza limiti. Siamo davanti a un movimento di “progressismo post-populista”, perché risponde al populismo su un terreno nuovo, non declaratorio (e certo non sprezzante) e con un fortissimo senso morale popolare del bene comune (common ground), oltre che di difesa etica e insieme concretissima del lavoro. Vediamo meglio.
I pilastri fondamentali di Starmer sono tre: il governo dei flussi migratori, la sicurezza e la centralità del lavoro. Poi c’è il background che gli viene da vari mondi, di cui il più distintivo è quello del “Blue labour”, la corrente laburista di Maurice Glasman, d’ispirazione cattolica, legata al comunitarismo e a quello delle “piccole patrie”, ma soprattutto della patria intesa come entità appunto comunitaria della nazione, non in chiave sovranista. Vediamo più avanti come si delinea il cubo di Rubik del Partito Laburista oggi.
Sull’immigrazione Starmer ha pubblicato un “white paper” nel maggio scorso (quando arriverà da noi una proposta sistematica?) in cui ha definito la visione del Partito Laburista sul problema che alimenta sopra ogni altro le istanze populiste. Il titolo è già esplicativo: “Restoring Control Over Immigration System”. Ha capito che ciò che alimenta la paura principale alla base del populismo non è tanto (o non principalmente) avere degli immigrati, ma non avere un governo del fenomeno: fa paura proprio la mancanza di controllo piuttosto che il razzismo, che pure s’incunea in parti del populismo (ma si può tranquillamente vincere senza i voti razzisti).
Nel 2022 la Gran Bretagna ha avuto un saldo di 600mila immigrati in un solo anno: ha fatto paura che questo numero potesse ancora moltiplicarsi. Starmer ha prima cancellato il programma del conservatore Sunak della (ignobile) deportazione in Rwanda degli immigrati, ma si è impegnato a non far crescere il numero complessivo degli immigrati; ha fatto un accordo con la Francia “One-in, one-out”, per cui a ogni immigrato illegale espulso, ne viene accolto uno legale; ha fatto un accordo con la Germania per colpire le barche che usano i trafficanti di persone; ha creato una Digital ID per gli immigrati per evitare che siano sfruttati con il lavoro nero; ha decretato uno stipendio minimo per gli immigrati per evitare sia lo sfruttamento, sia che si crei quello che Marx avrebbe definito un “esercito di lavoratori di riserva” in concorrenza con i residenti, che finisce per danneggiare i lavoratori più deboli. In sostanza, contenimento dei flussi, massima priorità alla legalità, difesa dei loro salari una volta arrivati in Gran Bretagna. Tutto giusto? Tutto da copiare? Si può fare altrimenti? Non sono queste le domande, perché ogni paese deve avere la sua strategia. Ma una, efficace e responsabile, la deve avere.
In questo caso agisce la grande serietà morale che viene riconosciuta a Starmer e alla migliore tradizione laburista: prendersi carico responsabilmente dei problemi, attuare programmi graduali, difendere il lavoro, sia dei residenti sia degli immigrati. Soprattutto, ha dato agli elettori sicurezza, ha mostrato capacità di gestire i problemi, con un ancoraggio morale ai valori britannici più popolari e meno cosmopoliti.
Siamo al secondo pilastro, quello della sicurezza, sia sul piano interno che su quello internazionale: ha creato una sezione della polizia specializzata nel contrastare le gang, perché bisogna che si senta la presenza della legge («feel the full force of the law») e la Bsc (Border Security Command) per contrastare il traffico di migranti ai confini dell’isola. Sul piano internazionale ha aumentato le spese militari, ha assicurato tutto il sostegno possibile all’Ucraina e stretto – pochi giorni fa – un fondamentale patto con Germania e Francia di mutuo soccorso militare, oltre la Nato (meglio essere auto-sufficienti se Trump decidesse di mollare l’Europa) e messo in comune la protezione nucleare dei tre Paesi. Sicurezza, perciò, al primo posto. E Starmer è un avvocato famoso per essere un difensore dei diritti umani sul piano internazionale, perciò, ha una storia tutta da questo lato del mondo, e non certo militarista.
Il terzo pilastro è il lavoro. In questo anno ha creato una legge contro lo sfruttamento del lavoro, incluso quello degli immigrati (“Employment Rights Bill”) perché la difesa e lo sviluppo del lavoro è la ragion d’essere del Partito Laburista, e non si capacita che proprio i lavoratori negli anni di Corbyn abbiano abbandonato il Partito. Ha aumentato gli stipendi dei dipendenti pubblici del 5-7 per cento per le stesse ragioni di dignità del lavoro. Ecco, la dignità del lavoro ricorre ogni volta nel nuovo Partito Laburista, dignità fatta anche di stipendi più alti. Ha creato un piano per costruire 1,5 milioni di case (“Plan for Change”) per rispondere al fabbisogno abitativo (a Londra il problema è enorme) per la semplice ragione che dignità del lavoro significa anche dignità dell’abitare. Accanto alle abitazioni, c’è un grande piano di investimenti affinché la Gran Bretagna torni a essere un paese che produce, e non solo faccia finanza.
Ha un nome questa strategia: “Securonomics” di grande intesa tra capitali privati e pubblici, con un grande investimento sulla scuola. E qui c’è un’altra novità: non è il “mercatismo” di Blair, per cui globalizzare e far agire solo i mercati darebbe tutte le soluzioni, ma è protagonismo dello Stato senza essere statalista o peggio, come voleva Corbyn, nazionalizzare le imprese. Lo “Starmerismo” è insieme pro-business e pro-lavoratori: da questo sostegno reciproco viene la forza di proporre un protagonismo economico su base nazionale e non come parte della divisione internazionale dell’economia, per cui ogni paese è un pezzo di una strategia le cui fila non sono guidate, e neppure co-guidate, dai Paesi, ma dai grandi soggetti finanziari globali. In sostanza, espandere la produzione di beni e servizi, piuttosto che accrescere la loro domanda, come vorrebbe la globalizzazione, che spesso ignora chi effettivamente produce. Potremmo definire questa strategia come “supply-side economics” di sinistra. Anche questa una novità assoluta.
E qui arriviamo a un altro punto importante del nuovo Labour che possiamo definire patriottismo morale, perché non bisogna lasciare ai populisti il senso della patria, o della nazione, o addirittura dell’identità inglese, quindi un partito pro-nation e pro-flag. Su questo il contributo di Maurice Glasman (già consigliere di Ed Miliband) è decisivo, visto che il “Blue Labour” parla di «Famiglia, Fede, Bandiera», di mutualismo e obblighi sociali che il mercato e il globalismo hanno dimenticato. Glasman, richiamandosi a Polanyi, sostiene che il liberismo si è separato («disembedded») dalle obbligazioni sociali. Di conseguenza, bisogna reincorporare l’economia con le istituzioni nazionali, la cultura e la responsabilità sociale.
La geografia politico-culturale degli elettori del Partito Laburista è fatta da un’ala tecnocratica progressista che punta su sicurezza, stabilità, primato nazionale, ordine basato sulle regole, primato della produzione e dello sviluppo economico (40-45 per cento); un’ala liberal urbana, anzi londinese, centrata sui diritti individuali, sulla tolleranza, diversità, etc. (25-30 per cento); il “Blue Labour”, sostenitore dei valori tradizionali della famiglia e della nazione, attento alle istanze dei piccoli centri, espressione della cultura religiosa e cattolica (15-20 per cento); l’ala “eco-socialista”, cioè radicale sull’ambiente e culturalmente vicina ai valori socialisti corbyniani (10-15 per cento). Come li tiene assieme? Marginalizzando l’ala eco-socialista e prendendo dalle altre tre componenti i temi da incorporare in una strategia di governo molto chiara. Si potrebbe dire che ognuna delle componenti si sente sufficientemente coinvolta per contribuire al governo del Paese, ma nessuna prevale in maniera assoluta, e qui ci sono anche le notevoli capacità manageriali in senso proprio del primo ministro.
Qual è, alla fine, l’anima politica di Starmer? Aver capito che fosse assolutamente necessario che i lavoratori (non i minatori, ma ogni categoria) tornasse a votare il Partito Laburista e per farlo bisognava riconoscerne i bisogni e le emozioni (alle derive emozionali populiste risponde con la forza morale della serietà); che gli elettori in generale, e i centristi in particolare, siano rassicurati che il Partito Laburista è in grado di governare; che non è né radicale, né caotico; enfatizzare che il miglioramento incrementale (in tutti i campi), ovvero il soft left realism (la mistura tra realismo tecnocratico morale e valore del lavoro) fosse preferibile alla battaglia e alla rottura ideologicam; che i valori progressisti vanno affermati con gradualità e con ordine.
Tutto questo è il “modello Starmer”: no utopie, no slogan, no guerre culturali, ma grande valore morale della politica (che non serve per indignarsi, ma per risolvere i problemi); l’identità nazionale come terreno comune, non come un campo di battaglia; il lavoro come valore assoluto; lo Stato che non si ritrae, ma che non opprime; l’immigrazione come un fenomeno da guidare non da subire o da demonizzare; la sicurezza e la legalità come beni primari, non relativi; la fierezza dell’Inghilterra come patria, e anche come ideale democratico universale. Qual è la traduzione italiana dello “Starmerismo”?
Questa è la terza puntata della serie “Cosa fare con il populismo”.