Centoquarantuno anni di carcere complessivi, con pene comprese tra i due anni e otto mesi e i diciassette anni e sei mesi per ogni imputato. È questa la condanna in primo grado, arrivata dopo un processo lungo quattro anni, emessa settimana scorsa dalla Corte d’Assise di Vicenza nei confronti degli ex dirigenti dello stabilimento di Trissino della Miteni.
I manager dell’azienda chimica fallita nel 2018 sono stati condannati per una grave contaminazione da Pfas – le sostanze poli e perfluoroalchiliche che, grazie alla loro resistenza ad acqua, grassi e calore e alle loro proprietà antiaderenti, si trovano in numerosi prodotti di consumo quotidiano – della seconda falda acquifera più estesa d’Europa, che tocca le province di Vicenza, Padova e Verona.
L’avvelenamento da Pfas – comunemente definiti «inquinanti eterni» perché la loro struttura chimica rende molto lunga e complessa la degradazione artificiale e naturale, sia nell’ambiente sia nel nostro organismo – ha coinvolto un territorio in cui vivono trecentomila persone, estendendosi per oltre cento chilometri quadrati.
Con la sentenza del 26 giugno è terminato uno dei più importanti processi ambientali nella storia europea. Il prossimo passo sarà la bonifica dell’area inquinata, che continua a provocare contaminazioni acquifere e danni ecologici. A questo proposito, nei giorni scorsi la conferenza dei Servizi del Comune di Trissino ha approvato il Documento di Analisi del Rischio, che è propedeutico alle attività di risanamento del sito contaminato. Entro sei mesi, tutte le aziende coinvolte dovranno elaborare un piano dettagliato per la bonifica dell’area. Rispetto alle acque di falda inquinate, però, è tutto fermo.
L’inquinamento da Pfas ha compromesso persino le acque potabili della zona, causando drammi sanitari in parte ancora inesplosi. «La sentenza è frutto di un processo durante il quale è stato provato senza ombra di dubbio che l’inquinamento da Pfas e da altre sostanze (C604 e GenX, ndr) proviene dal sito Miteni e sia imputabile alla gestione, anche recente, dell’impianto industriale», spiega Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto.
La conferma della natura dolosa dei reati contestati, prosegue Lazzaro, «rende finalmente giustizia alle parti civili e a centinaia di migliaia di persone, contaminate a loro insaputa per decenni. Durante il processo è emerso con chiarezza che per troppo tempo la dirigenza della Miteni ha volutamente ignorato e, poi, omesso di comunicare agli enti di vigilanza e controllo preposti che le sostanze prodotte nel sito di Trissino avevano contaminato la falda acquifera e, comunque, si erano disperse anche nelle acque superficiali».
Legambiente – si legge in una nota – «ricorda che per diversi decenni l’azienda chimica Miteni ha prodotto Pfas a Trissino (Vicenza) e ha rilasciato i suoi rifiuti senza controllo, inquinando le acque superficiali e sotterranee e la catena alimentare».
La sentenza della Corte d’Assise – definita «storica» da Legambiente – è arrivata a pochi mesi dal primo sussulto del governo italiano per provare ad arginare l’inquinamento da Pfas. Il decreto legislativo approvato a marzo dal consiglio dei Ministri mette l’Italia al passo con alcuni Paesi europei più virtuosi, come la Germania. Tuttavia, il testo non si avvicina ai valori più cautelativi per la salute umana introdotti ad esempio dalla Danimarca e dalla Svezia.