Difficile credere che dietro solo quattro lettere possa nascondersi una delle più preoccupanti minacce ambientali e sanitarie oggi esistenti. Stupisce meno, invece, l’origine esclusivamente antropica delle sostanze poli e perfluoroalchiliche, meglio note con l’acronimo Pfas.
Impossibili da degradare una volta introdotti nell’ambiente, dannosi per la salute umana perché interferenti endocrini e in alcuni casi persino riconosciuti come cancerogeni, i Pfas attualmente noti sono oltre quattromilasettecento.
Si tratta di composti chimici altamente resistenti, dalle innumerevoli applicazioni industriali e di consumo. Basti pensare ai rivestimenti antiaderenti delle pentole da cucina, all’utilizzo per protesi mediche, ai prodotti per la pulizia e persino alle schiume antincendio. La versatilità di utilizzo dei Pfas è direttamente proporzionale alla loro diffusione in diversi campi e latitudini. Le tracce di questi derivati del fluoro sono state trovate nel suolo, nell’acqua potabile, nella fauna e persino nella placenta, nel latte materno e nel sangue umano.
Negli anni, molte prove e documenti sono stati occultati dalle aziende produttrici di queste molecole. Eppure la storia dei Pfas in tutto il mondo ci insegna che poche persone, semplici cittadini, sono riuscite a mettere sotto scacco le grandi multinazionali. E la vicenda che vede protagonisti Wilbur Tennant e Robert Billot – rispettivamente l’allevatore del West Virginia e il suo avvocato, protagonisti della prima causa per crimini ambientali alla DuPont, azienda leader nel settore della chimica – ne è la dimostrazione.
Era il 1999 quando Billot, dopo le morti sospette e apparentemente inspiegabili del bestiame allevato intorno agli stabilimenti industriali, fece causa alla DuPont e diede il via a un processo che, quasi vent’anni dopo, stabilì le responsabilità dell’azienda chimica americana e i relativi risarcimenti alla cittadinanza. Ma soprattutto l’impegno instancabile di Billot fece luce per la prima volta su queste sostanze prima quasi del tutto sconosciute a livello globale.
Nonostante i tentativi di depistaggio per salvaguardare gli interessi economici delle aziende produttrici di questi composti del fluoro, oggi la scienza ha dimostrato la loro pericolosità per la salute umana. Interferiscono in particolare sulla crescita, il metabolismo e la fertilità. Alcune di queste molecole, oggi sappiamo essere dei noti cancerogeni. Il Pfoa è stato dichiarato tale dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro (Iarc), che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il Pfos, invece, è considerato un «potenziale cancerogeno».
La risposta delle istituzioni in questi anni è stata spesso tardiva e inefficace. Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia e autore di “Pfas. Gli inquinanti eterni e invisibili nell’acqua”, edito da Altraeconomia, parla di «politiche attive dell’inazione», perché di fronte a un quadro preoccupante fatto di evidenze numeriche e scientifiche, le istituzioni procrastinano con provvedimenti che non potrebbero essere ulteriormente posticipati.
Michela Piccoli da Lonigo (VI), una delle decine di voci delle “Mamme No Pfas”, un gruppo di genitori del Veneto che da anni lotta contro gli inquinanti eterni e l’indolenza delle istituzioni, non sapeva esattamente cosa fossero quei valori riportati nelle analisi di sua figlia allora sedicenne.
«Sono un’infermiera, ma quelle sigle non le avevo mai viste prima. Nel 2017 Maria aveva nel sangue dei valori altissimi e così gli altri suoi coetanei – racconta – Noi genitori ci siamo messi a studiare, a fare delle ricerche e poi anche con l’aiuto di movimenti per la tutela dell’acqua, Greenpeace, Legambiente, Medicina Democratica e Isde, abbiamo scoperto cosa fossero i Pfas e gli effetti sulla salute umana».
Da quella inquietante scoperta, Michela e tutte le “Mamme no Pfas” non si sono mai fermate. Da anni portano avanti la loro battaglia non solo in Veneto: «Abbiamo mandato a tutti i sindaci una mozione da votare e approvare in comune. Per ora è stata votata da quarantasei Comuni delle Province di Verona, Vicenza, Padova, ma anche del Piemonte. Ultimamente si sta muovendo anche la Toscana».
A seguito di analisi a tappeto della cittadinanza, negli anni è risultato che le madri riportassero dei valori di Pfas più bassi nel sangue, rispetto ai propri figli, nonostante un maggior tempo di esposizione a queste sostanze non solo attraverso l’acqua, ma anche l’alimentazione.
«Abbiamo trasmesso queste sostanze ai nostri figli attraverso la placenta e il latte materno. Ho avuto paura, certo. Tutte abbiamo avuto paura. Ma la paura va trasformata. All’inizio diventa rabbia. Ma poi questa rabbia deve diventare lavoro. La battaglia non ti porta a niente. Non mi piace utilizzare la parola battaglia. Ma lavoro, instancabile: a testa bassa e con pazienza per proteggere il futuro e il presente dei nostri figli», conclude Michela anche a nome delle “Mamme no Pfas”, la cui voce, a volte soffocata dalla rabbia e dal senso di ingiustizia, non ha mai smesso di farsi sentire.
Qualcosa sembra finalmente muoversi nell’apparente bonaccia della politica italiana. Già lo scorso 13 marzo, il consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legislativo con disposizioni integrative del decreto legislativo n. 18 del 23 febbraio 2023, di attuazione della direttiva europea 2020/2184 del 16 dicembre 2020, riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano.
Il limite introdotto dal decreto, ora sottoposto al vaglio delle commissioni parlamentari competenti, è pari a venti nanogrammi per litro e riguarda la somma di ben quattro molecole – Pfoa, Pfos, Pfna e PfhxS – di cui sono già noti i pericolosi effetti per la salute umana e ambientale.
Con questo provvedimento, l’Italia si mette al passo con alcuni paesi europei come la Germania, che ha introdotto lo stesso limite, ma resta ben lontana dai valori più cautelativi per la salute umana introdotti da altri Paesi come la Danimarca (due nanogrammi per litro) o la Svezia (quattro nanogrammi per litro).
Quanto previsto dal nuovo decreto legislativo, affiancherà il limite di venti nanogrammi per litro previsto dalla direttiva europea (pari a cento ng/L per la somma non più di ventiquattro, come prevederebbe la direttiva europea, bensì trenta molecole, includendo il fluorotensioattivo C6O4, unica sostanza prodotta all’interno dello stabilimento di Spinetta Marengo della ex Solvay), che entrerà in vigore in Italia dal prossimo 12 gennaio. Tuttavia per l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente il limite proposto da Bruxelles non basta per tutelare la salute dei cittadini.
Un’importante novità sul fronte italiano è l’introduzione di un limite pari a dieci microgrammi per litro (diecimila nanogrammi per litro) per il Tfa (l’acido trifluoroacetico), oggi considerato il Pfas più abbondante e diffuso sul pianeta. Il Tfa può essere prodotto e utilizzato in numerosi processi industriali e oltre ai dati sulla tossicità per lo sviluppo embrionale dei mammiferi, esistono prove scientifiche che dimostrano come il Tfa possa causare danni al fegato, essere trasmesso facilmente dalla madre al feto attraverso la placenta, rallentare il tasso di decomposizione della materia organica nel suolo e, infine, essere incorporato in molecole biologiche come le proteine negli organismi acquatici.
Per il momento, il decreto approvato dal consiglio dei Ministri è solo un piccolo passo in avanti. Ma non basta. «Questo decreto va a colmare uno scollamento che c’è tra quello che ci dice la scienza e quelli che sono i limiti della direttiva europea. È un segnale positivo, ma confidiamo che il Parlamento abbassi ulteriormente questi limiti consentiti, allineandoli agli sviluppi scientifici più recenti – commenta Giuseppe Ungherese –. Quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico».
A gennaio di quest’anno, Greenpeace ha reso nota la prima mappa nazionale della contaminazione da Pfas nelle acque potabili italiane. La spedizione “Acque senza Veleni”, con campionature delle acque potabili in tutte le Regioni italiane, ha messo in evidenza come la contaminazione da Pfas ci riguardi molto più da vicino di quanto pensiamo.
«Intervenire sulle acque potabili con dei limiti come quelli che entreranno in vigore il prossimo gennaio è essenziale. Ma si tratta di una mera misura emergenziale. Occorre innanzitutto dotare gli enti nazionali preposti, le Asl nello specifico, della strumentazione necessaria al monitoraggio delle acque potabili. Soprattutto dovremmo eliminare la vera causa della contaminazione da Pfas. Mettendone al bando la produzione, una volta per tutte», conclude Ungherese.