
Non c’è niente da fare, questa destra di Fratelli d’Italia non riesce a essere mite, nel senso della capacità di ascoltare l’altro da sé, di mediare, di cercare testardamente – direbbe Elly Schlein – un accordo con chi la pensa diversamente. Non è solo una mentalità bipolarista malamente introiettata a produrre questo effetto Marchese del Grillo («io so’ io e voi non siete un c…») che pure sta a monte di pratiche muscolari a tutti i livelli.
Non è solo questo. Che c’entra il bipolarismo con il casino – si passi il termine sbrigativo – che sta combinando Alessandro Giuli al Ministero della Cultura? Il rapporto generale che intrattiene con il mondo del cinema (caso Cinecittà), del teatro (caso Stefano Massini a Firenze), dell’editoria (l’ineducato sgarbo di disertare la premiazione dello Strega perché «non ho ricevuto i libri») è semplicemente fuori dal mondo, e si dirà che nel caso del successore di Gennaro Sangiuliano fa premio la sua connaturata alterigia da dandy tardo-ottocentesco, lui è fatto così: sbuffa più che governare, irride più che convincere.
Ma se a Giuli tutto pare permesso proprio in nome della sua originalità intellettuale, un po’ come succede a quei primi della classe che vanno sempre fuori tema, è proprio tutto un modo di concepire il governare che, a quasi tre anni dal suo insediamento nella stanza dei bottoni, rende impossibile ormai sperare in un’evoluzione politica di questa destra. E sì che si è parlato di una Giorgia Meloni addirittura mattarelliana a proposito delle ultime uscite internazionali e anche parlamentari, il che in parte è vero, adesso interloquisce con Emmanuel Macron e in Aula con Graziano Delrio, ma purtroppo per lei ciò viene quotidianamente contraddetto dai Tommaso Foti, dai Carlo Nordio, persino da un democristian-leghista come Matteo Piantedosi (per tacere di Ignazio La Russa) senza dire dei cazzottatori di più fervida ispirazione appunto larussiana alla Andrea Delmastro, Galeazzo Bignami, Alberto Balboni, Augusta Montaruli o il più abile di tutti, l’Italo Bocchino on fire ogni sera a La7.
Così si assiste al paradosso – o alla pantomima – di una premier che si rifà il look e parla con leggerezza quasi socialdemocratica, come ieri, quando si è appellata alle parti sociali per affrontare insieme il tema della sicurezza sul lavoro, e pregando i suoi di abbassare i toni; e dall’altra parte i Fratelli d’Italia asimmetricamente più simil-missini che mai, non solo nel cuore e nell’anima ma anche negli atteggiamenti. Postura contro postura: i Fratelli da Colle Oppio a Colle Oppio, Giorgia da Colle Oppio forse a un altro Colle, più alto, dove qualcuno che le ha parlato è sicuro che lei voglia arrivare, appena compiuti i necessari cinquant’anni.
Viene da chiedersi perciò se la Presidente del Consiglio sia spazientita dagli atteggiamenti un po’ anni Settanta dei suoi Fratelli o se tutto questo non sia un canovaccio teatrale buono per ingannare il Paese, una specie di riedizione, mezzo secolo dopo, dell’almirantiano doppiopetto sotto il quale stava nascosta la spranga, metafora esageratamente dura perfino per quei tempi in cui le mazze c’erano per davvero. Verrebbe da dire: peccato, perché la full immersion nel potere può aiutare a crescere chi ce l’ha, più o meno quello che sosteneva Giulio Andreotti, dal punto di vista persino morale, il che era parso vero negli anni finiani di Alleanza Nazionale – i Domenico Fisichella, i Giuseppe Tatarella, i Mario Baldassarri – ma che stavolta sembra produrre un effetto più da Suburra che da Westminster. Salvo lei, naturalmente, che a cospetto dei suoi seguaci appare sola, pur piena di sé, mentre quelli le suonano il piffero ossequioso, salvo prendere a sberle tutti gli altri.