La gabbiaIl sole nello stomaco che serve a liberare la politica italiana dal suo decadente destino

Siamo rinchiusi dentro uno stanco e ormai grottesco sistema di coalizioni elettorali incoerenti e divise su quasi tutto. Non esiste una via d’uscita. Solo la fantasia e l’ottimismo possono far immaginare un’alternativa. Ma bisogna darsi da fare, Linkiesta c’è

Laura Pratt per Unsplash

C’è una leggendaria canzone dei Genesis di Peter Gabriel, “In the Cage” (“Nella gabbia”), che fotografa con esattezza lo stato restrittivo della politica italiana. I partiti, i parlamentari e i protagonisti del dibattito pubblico sono rinchiusi in una gabbia, non hanno alcuna via d’uscita, sono costretti a coalizioni elettorali incoerenti e grottesche, buone solo per il triste teatrino dei talk show, senza una linea comune su quasi nulla, dalla guerra d’Europa al rapporto col Ciarlatano in Chief della Casa Bianca, dalle più urgenti questioni sociali alla giustizia, da come migliorare la sanità pubblica alla sostenibilità della previdenza e, quindi, all’immigrazione e alla demografia. Fine Gabbia Mai.

La storia ovviamente non si fa con i se e con i ma, figuriamoci quindi la cronaca politica, ma immaginiamo per attimo che dopo le elezioni politiche del settembre 2022 l’otto per cento del Terzo Polo non si fosse sbriciolato per le ragioni che sappiamo e, perdonate il pensiero magico, ma questo è molto più importante ai fini del ragionamento, supponiamo anche che in quel momento l’Italia avesse adottato la legge elettorale fondativa della Repubblica, quella con cui siamo andati a votare alle Europee dello scorso anno, insomma la legge proporzionale, il sistema per cui i partiti ottengono un numero di eletti proporzionale al numero di voti ricevuti dagli elettori (una banalità, ma rivoluzionaria). 

Fantastichiamo ancora per un altro secondo, prima di tornare alla realtà: con questo sistema, in tre anni, i partiti avrebbero fatto gioco a sé, probabilmente ancora più di adesso che sono costretti a fingere di stare bene insieme perché costretti dalle legge elettorale, ma consapevoli della necessità di guardare come e con chi costruire una maggioranza post elettorale per governare sul serio.

C’è ragione di pensare, come dimostrano i paesi dove le condizioni di cui sopra non sono fantascienza ma consuetudine consolidata, che le tendenze estremiste e radicali certamente non sarebbero sparite, ma anche che difficilmente avrebbero preso il controllo del dibattito pubblico come succede oggi. 

Giorgia Meloni non avrebbe dovuto inseguire le mattane di Matteo Salvini per il timore di perdere consensi, anzi probabilmente l’avrebbe scaricato se non fosse stata legata al vincolo di coalizione che la obbliga a tenerselo di fianco. Elly Schlein non avrebbe avuto bisogno di essere «testardamente unitaria», ovvero consegnata mani e piedi al populismo a cinquestelle.

Oppure entrambe le principali leader avrebbero potuto continuare a frequentare gli amici italiani di Vladimir Putin e di Donald Trump, ma col rischio che gli adulti nelle stanze della politica si potessero organizzare altrimenti, costruendo in Parlamento una maggioranza coerente e in linea con la tradizione moderata della Repubblica italiana. 

E qui torna la questione dell’area dell’ex cosiddetto Terzo Polo che, a prescindere dai suoi litigiosi leader, sarebbe cresciuta elezione dopo elezione, anche da separati, fino a diventare un interlocutore possibile per quella parte di Forza Italia che soffre il vannaccismo e il trumpismo della destra, oltre che per i famosi riformisti, liberali, popolari e socialisti del Partito democratico che non hanno nulla a che spartire con i populisti di Giuseppe Conte e con gli antagonisti da operetta della sinistra radicale. 

Fine della fantascienza, la realtà racconta un’altra storia. Con il sistema vigente, e ancora di più con le surreali soluzioni alternative che si stanno valutando, i moderati di Forza Italia si fanno piacere Salvini, Vannacci, i post fascisti, Trump e pure Putin, pena l’uscita dalla coalizione e l’irrilevanza. I riformisti del Pd non hanno via di scampo, perché non hanno né la forza né il coraggio e neppure una prospettiva politica alternativa da proporre al paese, mentre l’uscita dal Pd di Schlein li condannerebbe all’insignificanza, tanto più che, appunto, l’area antipopulista di centro è già divisa in quattro partitini in guerra tra di loro, e nessuno dei quali è noto per la sua affidabilità. 

Quindi rimane tutto così com’è, con due finte coalizioni populiste, una di destra e una di sinistra, per fortuna entrambe inconcludenti, e con qualcuno che prova velleitariamente a rettificare quel destino dall’interno e qualcun altro dall’esterno. 

Eppure, nonostante tutto, c’è ancora chi non si rassegna all’armatura dentro la quale è costretto né all’inesorabile destino di decadenza che ci aspetta, a cominciare da Linkiesta che è la piazza dove tutti quelli che non si danno pace possono trovare conforto.

Quelli che hanno «il sole nello stomaco», come cantava Peter Gabriel “In the Cage”, non sono spariti. Gli ottimisti ci sono ancora, resistono e sperano contro ogni speranza, ma per liberare la politica italiana devono darsi da fare, e tirarsi fuori da questa gabbia.

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