Tra le tante ragioni e fatti che spiegano perché far nascere oggi uno Stato di Palestina non è soltanto inopportuno, ma anche un errore per gli stessi interessi dei palestinesi, una spiegazione enorme l’ha rappresentata involontariamente Abu Mazen, il leader potenziale di questo Stato. Dal 2011 in poi, alla scadenza del mandato elettorale del 2006, infatti, Abi Mazen – solo lui – presidente eletto dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha avuto il potere formale di convocare le elezioni politiche e presidenziali in Cisgiordania e a Gaza. Ma non l’ha mai fatto. Eletto dal voto popolare del 2006, il presidente palestinese occupa infatti illegittimamente il potere da ben quattordici anni senza convocare le urne.
Nel 2021 ha convocato le elezioni, poi però le ha subito disdette. La ragione? Semplice: i sondaggi indicavano una sicura affermazione di Hamas, anche in Cisgiordania oltre che a Gaza. Una conferma palese del radicale deficit democratico palestinese, pregna di significati e di conseguenze che ne vanno tratte.
Deficit democratico, si badi bene, che riguarda la leadership che non convoca le elezioni, ma che soprattutto è palese nella base elettorale, tra gli elettori e i clan palestinesi che, educati da decenni di insegnamento jihadista di Yasser Arafat e dei suoi accoliti, eredi della tradizione razzista antiebraica del Gran Mufti, scelgono in larga parte un jihadismo tanto sanguinoso quanto suicida. Ancora oggi, i sondaggi di istituti demografici palestinesi danno ad Hamas una solida maggioranza relativa, e quasi il doppio dei voti di al Fatah il partito di Abu Mazen.
A questo recente passato recente di totale immaturità democratica palestinese bisogna dunque guardare per valutare la questione dello Stato di Palestina e toglierla dal cielo delle buone intenzioni un po’ pietiste e un po’ ireniste che sono in realtà l’unica base su cui si regge l’onda di riconoscimenti di questo Stato palestinese che si finirebbe con assoluta certezza di regalare ad Hamas.
In questo contesto politico, far nascere uno Stato palestinese oggi significherebbe premiare la strategia di Hamas a premio definitivo del sanguinoso pogrom del 7 ottobre 2023. La piena dimostrazione che quanto non si è ottenuto con decenni di trattative dal 1993 in poi, dagli Accordi di Oslo, si può ottenere oggi con le stragi, i lanci di razzi e la disumana presa di ostaggi israeliani.
Dunque, un doppio successo per Hamas: la possibilità di controllare uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale e per di più uno Stato che nasce non già da una trattativa con Israele – che Hamas ha sempre rifiutato – ma come premio finale della sua strategia stragista e terrorista. Tutto questo verrà impedito dagli Stati Uniti, quindi riconoscere oggi lo Stato palestinese non ha nessuna concretezza, ma per Emmanuel Macron e per Keir Starmer significa lanciare un forte segnale punitivo nei confronti delle politiche del governo Netanyahu.
Peraltro, i primi a non volere questo Stato palestinese sono proprio gli Stati arabi, Egitto e Arabia Saudita in testa, che agitano la bandiera palestinese per dovere demagogico d’ufficio a uso delle opinioni pubbliche interne, e che considerano ovviamente una possibile affermazione di Hamas una iattura. Stati arabi che considerano anche l’imbelle e corrotta generazione di palestinesi di al Fatah, che governa malamente l’Autorità Nazionale Palestinese – Abu Mazen in testa – una iattura per lo stesso popolo palestinese.