
Quarantotto ore, anzi no, una settimana. Per il momento, sull’ex Ilva di Taranto si è deciso di non decidere. La riunione al ministero delle Imprese con il presidente della Regione Puglia e il sindaco di Taranto, che doveva essere «decisiva», dopo otto ore e una pausa di di un’ora e mezza, si è conclusa con un nulla di fatto. Nessuno si è mosso dalle sue posizioni. Se ne riparla il 15 luglio.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva «liberato l’agenda per due giorni» perché «abbiamo quarantotto ore di tempo per decidere». E aveva detto a Michele Emiliano e al primo cittadino tarantino Piero Bitetti che sarebbe stato pronto a trattare «a oltranza». Anche di notte. Emiliano, entrando di buon mattino in via Veneto, ha subito risposto mettendo le mani avanti: «Escludo categoricamente l’intesa oggi», piuttosto «oggi comincia una trattativa sostanzialmente da zero».
E così è stato. La nuova corsa contro il tempo per salvare Taranto ha rallentato all’improvviso. Questa volta, tutto ruota intorno al rilascio dell’Aia, Autorizzazione integrata ambientale. Perché senza la certificazione condivisa, sull’acciaieria si abbatterà presto la sentenza del Tribunale di Milano, con lo stop agli altoforni e alla produzione. E quindi, la chiusura. Per arrivare al rilascio dell’Aia, però, serve trovare prima l’intesa sull’accordo di programma per la decarbonizzazione con Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto e Comune di Statte. E qui sorgono i dissidi tra Roma ed enti locali, sopratutto sulla collocazione della nave rigassificatrice che servirà ad alimentare gli impianti futuri.
In avvio della riunione al Mimit, Urso ha posto cinque quesiti sull’accordo di programma. «Siete d’accordo su un piano di decarbonizzazione in un arco temporale congruo e sostenibile sul piano tecnologico, economico e occupazionale?», è stata la prima domanda. Il secondo quesito ha riguardato la realizzazione a Taranto del Polo Dri (Direct reduced iron) per alimentare i forni elettrici. Si tratta dell’impianto del preridotto, che permette di produrre acciaio riducendo il consumo di coke e abbattendo le emissioni, ma che ha bisogno del gas per funzionare. E qui arriva l’altra questione spinosa sulla realizzazione e collocazione della nave rigassificatrice: gli enti locali la vorrebbero a dodici miglia dalla costa, il governo nel porto, secondo l’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio dovrebbe invece essere fatta attraccare a ridosso della diga foranea. Ma, oltre che di gas, gli impianti avranno bisogno di acqua. E quindi l’accordo di programma prevede pure un impianto di desalizzazione, che dovrebbe essere realizzato in mare aperto su una piattaforma galleggiante. Cosa che gli enti locali però rifiutano. Per il dissalatore «abbiamo anche fatto una proposta che credo che sia facilmente accoglibile», mentre il rigassificatore nel porto «certamente non si può fare», ha detto il sindaco di Taranto a margine della riunione.
La firma dell’accordo, promettono, dovrebbe arrivare martedì prossimo. Ma bisogna ancora trovare la quadra sulle questioni più spinose. Alla fine della riunione, Urso ha parlato di due ipotesi allo studio, in entrambi i casi con l’obiettivo di 6 milioni di tonnellate di produzione, con o senza nave rigassificatrice nel porto di Taranto. La prima ipotesi prevede tre nuovi forni elettrici e tre impianti di preridotto, con una nave rigassificatrice per fornire il gas necessario alla decarbonizzazione. L’operazione avverrebbe in otto anni, anziché andare a regime entro il 2039 come previsto ora. Restano però le distanze su dove mettere la nave. Il secondo scenario prevede invece che a Taranto non ci sia la nave rigassificatrice, per cui si costruirebbero solo i tre forni elettrici e il gas arriverebbe dal gasdotto Tap. L’impianto del preridotto a quel punto dovrebbe essere spostato altrove, forse in Calabria, a Gioia Tauro.
Urso mostra ottimismo e assicura che la piena funzionalità di tutti e tre gli altoforni è prevista per il primo trimestre del 2026. E alla fine dell’incontro ha parlato di una «giornata storica per Taranto e la siderurgia». Nei giorni precedenti, per salvare l’ex Ilva il ministro era ricorso anche ai piani alti della Chiesa. Prima ha consultato il presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi. E poi ha tenuto due colloqui con gli arcivescovi di Taranto e Genova. Sperando di evitare la chiusura e riaprire almeno uno spiraglio sulla prospettiva di vendita agli azeri di Baku Steel o a qualche cavaliere bianco, in modo da evitare che la cessione salti ancora dopo la fuga di ArcelorMittal.
Il calendario ora è da rifare. La Conferenza dei servizi tecnica di giovedì 10 luglio è stata rinviata. Ma sempre giovedì scade il termine di presentazione degli emendamenti alla commissione Industria del Senato sul decreto legge Ilva, quello che assegna all’acciaieria altri 200 milioni, che poi dovrà essere convertito in legge prima della pausa estiva che parte l’8 agosto.
Il 7 luglio Urso aveva incontrato anche i sindacati. In ballo ci sono diciassettemila lavoratori, compreso l’indotto. Le parti sociali chiedono ben più dei 200 milioni di prestito ponte messi a disposizione dallo Stato. Ipotizzando, alcuni di loro, anche la nazionalizzazione dell’acciaieria con una decarbonizzazione gestita dal pubblico.
Sullo sfondo resta la negoziazione preferenziale con il consorzio azero guidato da Baku Steel. L’offerta degli azeri ammontava a oltre 1 miliardo di euro, con la promessa di investire altri 4 miliardi nei prossimi anni, mantenendo una quota statale tramite Invitalia. Ma le trattative hanno incontrato diverse difficoltà, soprattutto a causa delle resistenze territoriali per la realizzazione del rigassificatore.
Tant’è che qualcuno aveva parlato anche di un possibile «spezzatino». Da una parte Taranto, che non vuole la nave rigassificatrice nel porto. Dall’altra Genova, a cui starebbe pensando Urso come sede del nuovo impianto di produzione. «Se decidono di non poter sostenere sul piano politico una nave rigassificatrice nel porto ne trarremo le conclusioni. Ovviamente lo sviluppo del polo del Dri previsto per Taranto, in mancanza dell’approvvigionamento del gas che è assolutamente fondamentale, sarà realizzato laddove ci saranno le condizioni», ha fatto sapere il ministro.
Ma sono solo ipotesi, che alimentano il caos intorno all’acciaieria. Compresa la richiesta di nazionalizzazione, evocata ancora ieri dal senatore tarantino del Movimento Cinque Stelle Mario Turco, che è tornato a chiedere pure la transizione all’idrogeno verde. Tra rimpalli e posizioni politiche, lo spettro è quello della chiusura.
La produzione intanto è già ridotta a quasi 2 milioni di tonnellate di acciaio. Dopo l’incendio dell’altoforno 1 del 7 maggio 2025, la Procura di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’impianto. E ora anche l’unico altoforno ancora in funzione, Afo4, è stato fermato per novantasei ore per ispezioni tecniche. Per la prima volta nella storia dello stabilimento, quindi, Taranto ha la produzione a zero dal 7 al 10 luglio. Con quasi quattromila lavoratori in cassa integrazione, di cui 3.538 a Taranto.
Il ministro Urso dice che gli investitori esteri sono ancora alla porta. Non solo Baku Steel. Anche l’indiana Jindal Steel International e l’americana Bedrock Industries sarebbero in attesa delle prossime mosse. Nel frattempo, per sostenere la continuità aziendale, il governo ha immesso nell’impianto parecchio denaro tramite i cosiddetti prestiti ponte, che si sono moltiplicati superando il miliardo di euro.
Il gruppo perde tra i quaranta e i cinquanta milioni di euro al mese. Secondo un recente report pubblicato da Taranto Today, i debiti accumulati da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria superano ormai il miliardo di euro. Fornitori, appaltatori, imprese dell’indotto rischiano di non essere mai pagati.
Mentre l’azienda ha già chiesto ai sindacati di salire a 4.050 lavoratori in cassa integrazione, si parla anche dell’ipotesi di un nuovo bando di gara per la cessione degli asset nell’eventualità in cui si firmasse l’accordo di programma. Significherebbe ricominciare tutto da capo. Il nuovo bando farebbe cadere l’esclusiva di Baku Steel, che a quel punto dovrà decidere se partecipare nuovamente.
Nel giorno in cui compie sessantacinque anni, l’Ilva è ancora una volta al centro di una tragedia industriale, ambientale e sociale. Di nuovo in mezzo a uno stallo politico, con i forni spenti e la produzione a zero. Mentre a Taranto regna l’incertezza, si attende ora l’ennesima settimana «decisiva». Se ne riparla il 15 luglio.